La tossicodipendenza è reato: giudicarlo alimenta il vero crimine

Il 12 febbraio 2014 la Corte dichiara incostituzionale la legge Fini-Giovanardi; incostituzionale nella sua modalità di emissione, non nella sua materia. La legge è stata inserita abusivamente come emendamento governativo in un decreto che riguardava le olimpiadi invernali di Torino, un’anomalia di cui gli artefici erano certo consapevoli, arrivata agli occhi dei giudici e dichiarata illegittima. Sostanzialmente, non è il prodotto, bensì la modalità di produzione ad essere stata dichiarata incostituzionale.

La Fini-Giovanardi equipara le droghe pesanti a quelle leggere introducendo come spartiacque fra detenzione e spaccio una dose massima consentita oltre la quale per la legge si diventa automaticamente dei pusher anche se semplici consumatori; stando così le cose, l’unico vero reato si compie tutte le volte che un consumatore viene punito come se fosse uno spacciatore ultimando una notevole ingiustizia volta a saziare solo gli animi dei proibizionisti moraleggianti più accesi.

Dichiarata incostituzionale, ci si catapulta immediatamente all’anno 1990, anno a cui risale la normativa precedente, la Craxi-Jervolino-Vassalli, una legge definita ai tempi talmente criminogena e liberticida che nel 1993 un referendum l’abrogò in parte alleggerendo le pene per i consumatori di droghe leggere e prevedendo un trattamento penale differenziato tra queste ultime e le droghe pesanti.

Quella emanata nel 2006, la legge Fini-Giovanardi, commette così il suo secondo peccato originale nell’andare in direzione opposta a quanto sancito dagli italiani nel referendum del 1993, dove la loro volontà si era espressa nettamente per la non punibilità dei consumatori di droghe leggere.

A un mese esatto dalla bocciatura della legge Fini-Giovanardi, con un decreto del consiglio dei ministri, il governo ha deciso di ripristinare le tabelle sulle sostanze stupefacenti, riempendo il gap normativo che la sentenza aveva provocato. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha specificato però che sulla parte penale «ci sarà un’ulteriore riflessione». Il decreto legge sugli stupefacenti «interviene sugli aspetti amministrativi e non penali rinviando la discussione sul decreto a un approfondimento interministeriale e parlamentare». Tuttavia, una discussione di merito da affrontare politicamente, giuridicamente e culturalmente non pare essere tra le priorità di adesso: eppure, necessità ed urgenza sono i presupposti necessari per un decreto legge.

Dedicarsi in un periodo di tale crisi economica all’unico mercato, quello del narcotraffico, che crisi non conosce, ai prodotti sempre venduti di ieri e di oggi, è oltre i canoni della normalità politica a cui l’italiano è abituato; sarebbe troppo. Così continuiamo a ritener legittima una legge che punisce un comportamento che non è reato, un carnefice che è anche l’unica vittima, trattando penalmente questioni dove non si individua alcun bene protetto violato.

Si spegne nelle sue stesse semplificazioni dell’estetica una sentenza destinata alle ceneri dello sfoggio della cultura giuridica incoronando, come ieri così domani, uno Stato patrigno ideatore di una realtà esistente solo tra le carte di un moralismo a cui ormai non crede più nessuno. Lui per primo.

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