La Mafia non uccide donne e bambini: li massacra

Palagiano come Pizzolungo. Due località, non molto note ai più del Meridione d’Italia, che apparentemente poco hanno in comune. La prima, circa 16000 abitanti, situata in provincia di Taranto; la seconda una piccola frazione del comune di Erice, nel trapanese. Legate, però, da un tragico filo conduttore: la crudeltà e l’efferatezza dell’ennesima strage di mafia che colpisce vittime innocenti che dinanzi a sé avrebbero avuto tutta una vita davanti. I killer non si sono fermati nemmeno davanti agli amabili occhi del piccolo Domenico – avrebbe compiuto tre anni in agosto – trucidato tra le braccia della madre, assieme a lei e al suo compagno, crivellati da una pioggia di proiettili che non ha lasciato loro scampo. Unici superstiti i due fratellini di Domenico, miracolosamente scampati all’attentato perché seduti sul sedile posteriore della vettura.

Quasi in automatico, la mente vola ai tragici eventi di quella calda primavera siciliana del 1985. È la mattina del 2 aprile quando alcuni sicari di Cosa Nostra attendono il transito, lungo la strada statale che collega Valderice (TP) a Trapani, del sostituto procuratore Carlo Palermo, titolare di una scottante inchiesta su una raffineria di eroina sita in Alcamo (TP), allo scopo di tendergli un attentato dinamitardo. L’attentato non va a segno ma la deflagrazione miete tre vittime che nulla avevano a che fare con mafia, eroina, criminalità organizzata e quant’altro. Cadono nell’attentato Barbara Rizzo (30 anni) e i suoi due figli gemelli Salvatore e Giuseppe Asta (6 anni). Barbara accompagna i suoi due figli a scuola ed è solo un caso che la primogenita Margherita, sorella dei due bambini, non sia lì con loro in quel momento. La loro unica colpa è quella di trovarsi con la propria vettura tra l’autobomba innescata dai sicari e la blindata che ogni giorno scorta il magistrato nei suoi spostamenti, facendole in questo modo da scudo. Una dinamica beffarda che risulta essere fatale per le tre innocenti anime, vittime di una guerra che in quegli anni spargeva tanto e tanto sangue per le strade siciliane. Una guerra scatenata da Cosa Nostra in risposta agli atti concreti compiuti da uomini dello Stato che, in quel tempo, cercavano di debellare il male principale di questa terrabellissima e disgraziata”, secondo una personale definizione di Paolo Borsellino.
Tornando ai giorni nostri, l’opinione pubblica è fortemente scossa dagli ultimi eventi che hanno visto coinvolte altre vittime innocenti nell’ennesimo attentato, cadute per mano di vili sicari mafiosi. L’altissimo pericolo che si corre è che la stessa opinione pubblica che oggi s’indigna, possa domani abituarsi a vicende di questo tipo, perdendo del tutto la speranza che un mutamento dello status quo avvenga. Bisogna invece mantenere altissima l’attenzione su eventi del genere, convincendosi che le attività criminose della criminalità organizzata sono fertili oggi come allora.
Scriveva Giovanni Falcone nel libro Cose di Cosa Nostra, scritto in collaborazione con la giornalista francese Marcelle Padovani, nel 1991: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. Ventitré anni sono passati da quando Falcone affermava quanto appena scritto.
Oggi, nel 2014, siamo ancora distanti da quel risultato tanto auspicato dal magistrato palermitano, che della lotta alla mafia fece una ragione di vita, che compieva il suo mestiere per “spirito di servizio” (come egli stesso affermò) ma anche – e questa è una personale opinione – per vedere la sua terra un giorno libera da questa oscura presenza che le impedisce di divenire una delle terre più belle e apprezzate al mondo. Non bisogna mai perdere la speranza che questo accada: è l’unico modo per rendere omaggio a tutte le vittime di mafia, in particolar modo a quelle che si sono immolate per mantener viva la fiamma della speranza.

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