Le donne tra quote verdi, bianche e rosse

Torna sotto le luci della ribalta l’ancestrale battaglia per quella che sembra la salvaguardia di una creatura in difficoltà per antonomasia e in via d’estinzione nei parlamenti italiani e non solo: la donna. L’antica questione delle quote rosa, ovvero della presenza di un numero minimo di rappresentanti femminili nell’ambito di organismi politici e/o istituzionali, si sviluppa in Italia a partire dagli anni novanta ma prende la forma di disegno di legge solo nel 2005. Con un fragoroso flop. E adesso, pur avendo trovato il suo posticino all’interno della scena giuridico-politica, l’argomento resta sempre scottante.

Quote sì, quote no? La terra delle trovate pseudo-politicamente corrette. Il Bel Paese di chi si fa forza di un governo retto anche da quattro (e poi sei) ministri donne per raggiungere gli standard di un’Europa che l’Italia, in fondo, ammira solo da lontano. Pari opportunità e quantum in generale non affrontano le radici del problema ma coprono il tutto sotto un velo. Pietoso e di cipria.

La donna ha già affrontato le sue numerose battaglie, come il voto nel 1946, la magistratura nel 1963… E adesso? Il secolo è cambiato, la secolarizzazione di Beatrice è avvenuta: le quote rosa (oops, di genere) nel 2014 dovrebbero sollevare la nostra indignazione e il risentimento di tutte quelle figure femminili che hanno lottato per il conseguimento della propria posizione, che non è stata di certo regalata loro insieme all’ultimo profumo di Dior.

L’instabilità odierna, in un’Italia in cui la magistratura è donna e la Presidentessa della Camera pure, non è dovuta al sesso dei governanti ma alla mancanza di consapevolezza sociale, di istruzione e di povertà (economica, come pure di valori). Non è un caso che la massa dei pecoroni possa schierarsi a favore di quella parte dei cinque stelle che, capitanati da un Grillo Sbraitante, si permette di insultare e minacciare una delle più alte cariche dello Stato.

Ciononostante direi che è il caso di mettere un punto a quel femminismo “accaparrarante”, aggressivo e imperante che fa inspiegabilmente del soggetto-donna l’emblema della saggezza, della giustizia e della dolcezza e che niente ha da invidiare a quei maschilisti sciovinisti. Sono le quote rose indebiti privilegi? Il responso è sì. Un programma d’azione che miri ad ulteriori disuguaglianze ingiustificate che garantiscano alle cittadine situazioni di beneficio a discapito dei maschietti è da respingere. Non è questa la risposta alla non voluta affluenza femminile alle posizioni più sfavorite. Dal punto di vista strettamente legislativo-giuridico le donne sono ormai circa tali e quali agli uomini, eppure la prassi non corrisponde a queste circostanze.  E il tutto sembra dipendere da un dato insito nella coscienza comune: la donna è il sesso debole. Ed è anche sempre più vittima di reati quali lo stalking o il femminicidio.

Ribellarsi allo status quo è un diritto, i tempi sono maturi. Meglio appellarsi, quindi, alla tanto amata quanto bistrattata Costituzione: l’articolo 3 riconosce il principio fondamentale secondo cui “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Repubblica, cosa stai aspettando? Quote rosa no. A me piacciono il verde della speranza, il bianco della trasparenza e il rosso della passione.

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