State Unti d’America

Pochi giorni sono passati dalla visita di Obama in Italia, eppure il rombo dei motori delle quaranta macchine di scorta si sente ancora per le strade di Roma. Si sente soprattutto a Palazzo Chigi e nelle redazioni di giornali e telegiornali nostrani: la giornata italiana del presidente americano è stata un evento mediatico troppo forte per trattarla superficialmente.

Media italiani presenti dunque, e quelli statunitensi? Ovviamente nessuno si aspettava oltreoceano titoloni da prima pagina dell’incontro Obama-Renzi, ma è stato umiliante non vedere l’immagine del nostro premier nemmeno nel video ufficiale della Casa Bianca. Era chiaro comunque fin dall’inizio che l’attenzione delle telecamere a stelle e strisce fosse puntata solo sul Vaticano e su Papa Francesco.

Si è reso evidente quindi come sia aumentato rispetto al passato il peso che la potenza americana ha nel nostro Paese, e questo a causa del deficit di stima internazionale che scontiamo da qualche anno, non certo perché gli Stati Uniti abbiano acquisito maggior potere. Anzi, questi ultimi vedono sempre più vicini i concorrenti cinesi, che, secondo le stime, nel 2030 supereranno il PIL totale statunitense. Non sappiamo se ruberanno loro anche lo scettro di maggior potenza mondiale. Se ciò accadrà, lo faranno in ogni caso con un percorso diverso, quasi all’opposto, di quello che ha portato gli Stati Uniti dove sono ora. Mentre infatti al di là dell’Atlantico hanno legittimato la propria potenza rispetto gli altri Paesi grazie alle vittorie militari e agli aiuti economici, la Cina si sta imponendo con un’azione che parte anche dal basso: con un’aggressiva emigrazione e successivo inserimento dei propri beni nelle economie occidentali. Il declino della supremazia americana, che sembra profilarsi, è causa oltre che dell’ascesa cinese, anche dalla politica estera di basso profilo di Obama e dell’economia più lenta rispetto a quella dei Brics ( Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Nonostante ciò, come detto, appare maggiore rispetto al passato la soggezione italiana verso gli americani, e anche questa è conseguenza dei misfatti della nostra classe politica.

Neanche Renzi, che si sforza di mostrare una personalità più forte dei predecessori, ha avuto il coraggio di rifiutare gli F-35, unico motivo, secondo Grillo, della visita di Obama. Non si può comunque dire che i tanto ossequiosi giornali e talk-show (le proteste anti-americane e gli striscioni No Muos sono passati quasi inosservati) non abbiano trattato del senso d’inferiorità dell’Italia. Al riguardo ci sono ovviamente varie correnti di pensiero: c’è chi pensa che il Belpaese sia eccessivamente assoggettato alle decisioni del potente alleato e chi invece pensa sia giusto subire l’influenza di chi ci ha aiutato ad uscire dal baratro del secondo conflitto mondiale. Quest’ultimo discorso però zoppica un po’. Per carità, nessuno vuole mettere in dubbio ciò che di positivo è stato importato dall’America, ma di questo, quasi nulla è giunto in maniera disinteressata. Ne è un esempio il tanto citato Piano Marshall: è vero, senza di esso non ci sarebbe stato il boom economico, ma è altrettanto vero che non è stato un atto di carità e beneficenza americana. Il maggiore acquirente dei prodotti d’oltreoceano infatti era l’Europa, e se questa avesse dovuto riprendersi da sola dai danni della Seconda Guerra Mondiale, le esportazioni statunitensi ne avrebbero risentito per molti anni, facendo la muffa nelle stive dei porti della costa atlantica. Aiutando economicamente i cugini del Vecchio Continente, invece, gli americani si assicurarono il mercato di sbocco più importante per i propri prodotti. E il Piano Marshall non è stata la prima volta, né l’ultima, in cui gli Stati Uniti hanno fatto i propri interessi mascherandoli da scelte utili al bene altrui. È il caso delle guerre in Medio Oriente e, prima ancora, nel Sud-Est Asiatico, difficilmente frutto del desiderio di esportare il modello democratico, quanto della necessità di petrolio e di affermazioni come superpotenza.

Ciò detto, la storia ha dimostrato come il pianeta nei vari secoli abbia visto succedersi varie grandi potenze che hanno controllato il mondo e, a conti fatti, è forse meglio il dominio soft degli Stati Uniti – che, menzioniamolo, ci ha anche arricchito di musica e cultura – rispetto al bigottismo e all’estremismo di altri. Bisognerebbe però ricordare ai Mario Mauro di turno (ex ministro della Difesa e uno tra i filo-americani più presenti mediaticamente in questi giorni) che gli americani non ci hanno aiutato senza chiederci nulla in cambio: le 113 basi americane in Italia, le varie limitazioni di sovranità, il Muos e la privacy sottrattaci dall’NSA ne sono chiari esempi.

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