Riprovinciamo: l’uomo Delrio ha detto sì

Graziano Delrio, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’odierno governo Renzi. Suo il cognome che riecheggia sempre più tra telegiornali e quotidiani. Perché? La Camera ha dato il risolutivo via al suo disegno di legge, che mira a convertire le Province in enti di secondo livello e che dà vita alle cosiddette città metropolitane.

260 i voti favorevoli, 158 quelli contrari (questi ultimi appartenenti ai rappresentanti di Forza Italia, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord, Sinistra e Libertà e Fratelli d’Italia) e sette gli astenuti: sono questi i numeri risultanti dalla votazione. Votazione durante la quale un impeccabile Brunetta ha urlato: «Golpe! Questo è un golpe! Votiamo compatti no». Come in ogni commedia all’italiana che si rispetti, però, Renato Renato Renato è stato sommerso dal fiero applauso delPartito Democratico, orgoglioso d’averla avuta vinta.

Continuando con le citazioni brunettiane, sulla scia dell’amico Calderoli, durante una conferenza stampa, il capogruppo di Fi si appella al Presidente della Repubblica con soavi e sempre consone parole: «Una legge porcata. Napolitano non la promulghi». Una direttiva che, se abbinata alla riforma del Senato, dà alla luce ad un «obbrobrio e una vera e propria truffa».

Dal canto suo, Delrio difende le misure prese negando l’esistenza di un qualsivoglia colpo di stato e l’esigenza di una riorganizzazione dei poteri provinciali, definendo questo mutamento amministrativo come una riforma attesa da anni. Una riforma che, stando ai piani, semplificherà il quadro degli enti locali, potrà ridurre il peso fiscale della tassazione provinciale, farà sparire tremila amministratori provinciali e farà in modo che nei piccoli comuni gli amministratori siano impegnati a titolo gratuito.

In cosa consiste lo svuotamento delle province? Pronti per la tanto attesa riforma costituzionale che eliminerà dagli articoli 114 e seguenti della carta fondamentale il riferimento alle province, il ddl Delrio ne muta le ormai familiari fattezze. Le province saranno enti di secondo livello incentratati su tre organi: il presidente, ovvero il sindaco del comune capoluogo, l’assemblea dei sindaci, che riunirà i primi cittadini del circondario e il consiglio provinciale, formato da dieci a sedici membri (a seconda della popolazione) che saranno scelti tra gli amministratori municipali del territorio.

La vera novità? Nessuno di questi organi riceverà un compenso. Non percepiranno alcuna indennità i 52 presidenti di Provincia con data di scadenza prevista in primavera e neanche i 21 commissari in carica grazie alla legge di stabilità sino al 30 giugno. Bisognerà aspettare l’inizio del nuovo anno, quando le “Province 2.0” s’insedieranno, per dire addio agli organi che sopperiranno all’ex consiglio provinciale, tempo durante il quale gli assessori resteranno lì dove si trovano adesso. Fino a Capodanno 2015 e a costo zero, sia chiaro.

E che ne sarà degli “enti di mezzo“? Manterranno la gestione dell’edilizia scolastica ma avranno adesso la semplice pianificazione in materia di trasporti, ambiente e mobilità. Persino le pari opportunità rientreranno nel loro campo di influenza. Tutte le non citate competenze passeranno ai Comuni, se queste non saranno reclamate dalla Regione. Tutto ciò vale anche per personale e patrimonio.

Il ddl Delrio prevede, come già detto, la nascita delle prime 10 città metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Roma Capitale (con superpoteri speciali da capitale), Napoli e Reggio Calabria (che vedrà la luce nel 2016). A queste vanno aggiunte Palermo, Catania, Messina, Trieste e Cagliari che godranno di uno status conforme alla loro autonomia speciale.

Toccheranno alle città metropolitane incarichi onerosi. Uno su tutti la pianificazione territoriale generale, abbracciante strutture di comunicazione, reti di servizi e infrastrutture, organizzazione dei servizi pubblici di interesse generale in ambito metropolitano, viabilità e mobilità e, soprattutto, sviluppo economico. Cosa cambierà per i comuni? A quelli con un numero di abitanti fino a tremila sarà concesso di “trasgredire” alla regola che prevede per il primo cittadino un massimo di due mandati consecutivi, estendendo tale numero a tre. Verranno, inoltre, allargati i posti a disposizione nei comuni con circa 24mila ulteriori unità. Che non vedranno il becco di un quattrino, ribadiamolo.

Province sì, province no? La terra che cambia per non cambiare mai.

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