Fatto l’Euro, dobbiamo fare gli Europei

Sembra ieri, quando milioni di italiani dovettero imparare a memoria la famosa cifra 1936,27. Il valore di una singola moneta da 1 Euro. Eppure sono passati già dodici anni, e l’intera Europa (Italia compresa) comincia a guardarsi alle spalle e fare un resoconto del decennio europeista. Il feedback è prevalentemente negativo, e le elezioni amministrative francesi dell’inizio del 2014 ne danno esempio: il partito di Le Pen, tradizionalmente e aggressivamente anti-euro, acquista sempre più consensi, segno di un forte malumore presente in Francia e una disaffezione dei cittadini verso il progetto di Europa.

I movimenti anti-euro non sono relegati alla Francia: nel nostro Paese sono date in forte crescita le fazioni politiche avverse alla moneta unica. Le motivazioni sono tante e contrastanti, e sono spesso dominate da luoghi comuni. La scienza economica non riesce a dare una risposta univoca e la gente si affida all’idea che la causa della crisi, e la conseguente disoccupazione, sia da affidare a questo progetto di moneta unica (dimenticando che la crisi nasce e si sviluppa negli Stati Uniti).

L’euro è ormai avverso a larghi strati della popolazione, convinti che sia diventata la moneta con cui i tedeschi possono dominare economicamente l’intero continente. Senza voler entrare nel dibattito economico pro/contro la moneta, sul quale si sono spese tonnellate di inchiostro, vorrei porre la questione sul futuro che è riservato a questa moneta. Il problema fondamentale è che l’accostamento indissolubile, ormai consolidato nelle menti europee, consiste in Unione Europea  e utilizzo della moneta unica.

Il progetto europeista va ben oltre e sogna degli stati che, nel pieno e totale rispetto e mantenimento dell’identità nazionale, cooperino concretamente per il miglioramento economico, culturale e sociale dei singoli paesi membri. Le politiche attuate da ormai un decennio a questa parte, però, riguardano per la stragrande maggioranza provvedimenti economici. L’idea che si ha dell’Europa è quella di un capo cattivo che dice di dover spendere poco, perché così è scritto in dei misteriosi trattati redatti anni or sono. Eppure questi misteriosi e oscuri documenti si traducono nel famoso Trattato di Maastricht, firmato dai dodici paesi fondatori, tra cui l’Italia stessa! Gli esponenti politici si sono affannati e rincorsi per riuscire a stare entro certi limiti, fissati da loro stessi.

E il progresso sociale e culturale dov’è? Dov’è un piano per la creazione di strutture, organizzazioni o amministrazioni che agiscano in modo omogeneo nei paesi membri? Le politiche d’immigrazione sono forse comunitarie? E per quanto riguarda l’intervento militare? Le scuole? Le università? Il sistema di welfare e le politiche sul lavoro? Può essere che l’unico interesse di Bruxelles siano i “compiti a casa”? I leader di oggi fanno il vocione grosso dicendo di voler ritrattare i termini del Fiscal Compact, ma nel concreto che cosa avverrà a questa moneta?

L’Euro ha, nel bene o nel male, creato un legame fra le popolazioni aderenti a quest’economia e chiudere questo progetto significherebbe chiudere probabilmente per sempre il sogno di un’Europa unita. L’Euro continuerà probabilmente a vivere ma sarà sempre più osteggiato, a meno che non si affrontino le tematiche comunitarie concernenti tutti gli ambiti dell’Unione, e non unicamente quelli riguardanti la politica monetaria.

Se dopo più di un decennio gli Europei hanno ancora fiducia in questa moneta tanto problematica, ce lo sapranno dire le prossime elezioni europee di Maggio. È certo che l’Euro, e con esso il progetto europeo, cammini sul filo di un rasoio; solo un’idea sentita e sincera di collaborazione fra gli stati membri sarebbe in grado rinsaldare la sua posizione. Parafrasando Massimo D’Azeglio: fatto l’Euro, dobbiamo fare gli Europei.

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