Il declino industriale italiano e la sfida postindustriale

Le acciaierie di Piombino chiudono i battenti, il carbone del Sulcis smette di essere estratto, gli altiforni di Taranto cessano la loro attività e la FIAT emigra all’estero cambiando nome e diventando FCA. Questo è il disastrato quadro industriale italiano. Se a questo aggiungiamo anche la crisi che ha colpito le piccole e medie imprese del Nord-Est, vera espressione del miracolo industriale italiano, non possiamo che arrenderci di fronte all’inesorabile declino dell’industria italiana.

Ma facciamo un passo indietro. Alla fine degli anni ’50 l’Italia stava ancora faticosamente riprendendosi dalla distruzione provocata dalla Seconda Guerra Mondiale. Negli anni ’60 il boom economico porta luce elettrica, acqua corrente ed elettrodomestici a buona parte degli italiani, che sperimentano per la prima volta il benessere del capitalismo. È l’era delle grandi industrie, che danno lavoro e lustro all’Italia, permettendole di diventare in poco tempo una delle 8 maggiori potenze industriali del mondo, con tassi di crescita del PIL prossimi al 10% annuo (per intenderci, gli stessi livelli di crescita dell’attuale Cina). Un piccolo grande miracolo avvenuto in un piccolo grande Paese dove la guerra, persa, aveva mietuto parecchie vittime e lasciato evidenti segni sul territorio. Un Paese, l’Italia, che grazie all’industria ritrova l’orgoglio e si atteggia a superpotenza, dialogando alla pari con colossi storici come Francia, Stati Uniti e Inghilterra. Tempi d’oro, lavoro per tutti, benessere e ottimismo.

Una ricchezza che tarda ad arrivare nel Meridione, arretrato e legato alla terra, nel quale la mentalità imprenditoriale settentrionale non attecchisce. È questo il periodo dell’emigrazione interna. Milioni di meridionali negli anni si sono trasferiti al Nord per lavorare nelle fabbriche, mentre in pochi avevano il coraggio, e l’incoscienza oserei dire, di rimanere al Sud e continuare a lavorare la terra. Terra che quindi veniva abbandonata per spostarsi nelle città, investite in quel periodo da un altro boom, quello edilizio, che avrebbe in poco tempo stravolto gli orizzonti cittadini, spesso deturpandoli.

Questo è il quadro storico dell’Italia a cavallo fra gli anni ’50 e gli anni ’90, anni in cui l’industria ha avuto un ruolo preponderante, permettendo all’Italia di ergersi a superpotenza. Poi nel 2008 è arrivata la crisi economica. La crisi ha spazzato via buona parte di quel miracolo industriale che aveva fatto grande l’Italia, colpendo sia le piccole e medie imprese che le grandi industrie. In questi ultimi anni si è reso spaventosamente evidente come lo sviluppo portato avanti fosse altamente insostenibile.

L’insostenibilità si sviluppa, a mio parere, su 2 piani: economico e ambientale. Sul piano economico la concorrenza estera è spietata. Non parlo solo dell’inarrivabile costo del lavoro cinese ma anche e soprattutto di una inferiorità qualitativa del prodotto italiano, legata soprattutto all’assenza di innovazione. Il carbone del Sulcis ne è un esempio: un carbone che non reggeva il confronto con carboni europei più raffinati e meno dispendiosi da estrarre, ma che veniva comunque estratto, assecondando in pieno la filosofia tutta italiana del “tiriamo avanti finché si può, poi lamentiamoci quando tutto è ormai perduto”. Sul piano ambientale è sotto gli occhi di tutti il disastro provocato dall’Ilva di Taranto, senza dimenticare le raffinerie di Gela e Priolo di cui ancora poco si parla. Il prezzo del benessere lo hanno pagato i cittadini in termini di salute, ed è stato un prezzo troppo alto. Il denaro guadagnato dalle industrie è nero come il carbone del Sulcis e tossico come le polveri sottili dell’Ilva.

Lo sviluppo industriale che ha conosciuto l’Italia negli ultimi quarant’anni non è più sostenibile. L’era industriale va superata. Per fortuna l’alternativa esiste ed è già in atto. La soluzione si chiama agroindustria. L’Italia deve ripartire dalla terra e sfruttare tutto il know-how acquisito grazie all’industria per implementare tecnologie innovative al fine di sfruttare, rispettando il principio della sostenibilità, i terreni agricoli. Dalla terra si possono ricavare combustibile e materiali altamente tecnologici. In Brasile la metà delle auto circola ad etanolo di mais (alcol ricavato dalla pianta del mais), la BMW ha commercializzato un’auto elettrica nella quale i pannelli delle portiere sono prodotti in fibra vegetale mista.

La mia non è un’idea nuova. Negli anni ’30 negli Stati Uniti nacque una branca dell’industria, la chemiurgia. Era un movimento di industriali, fra cui spicca il nome di Henry Ford, che si proponeva di ricavare le materie prime utili all’industria direttamente dalla terra, facendo uso solo di risorse rinnovabili e senza recare danno all’ambiente. Lo stesso Henry Ford progettò un’auto, uno speciale prototipo di Ford Model T, interamente costruita in fibra di canapa e spinta da un motore alimentato ad etanolo di canapa. Sono convinto che all’epoca dei fatti il livello tecnologico non fosse ancora abbastanza elevato per permettere a questa splendida idea di prendere forma. È però doveroso ricordare come molti vedano dietro l’accantonamento di questa idea forti interessi da parte dei più influenti petrolieri dell’epoca del calibro di Rockefeller.

La mia personalissima ricetta postindustriale non passa solo per la chemiurgia. Credo che per uscire dalla crisi e riportare in alto l’orgoglio italiano ci sia bisogno di ripartire dalla bellezza. L’Italia non rappresenta che un misero 0.3% del mondo intero, eppure detiene più del 70% delle bellezze mondiali. Questa enorme bellezza dovrà fare da traino per il nuovo miracolo postindustriale italiano. Occorre ripartire dalla bellezza e quindi dalla sua valorizzazione. In una parola, bisogna ripartire dal turismo. Fiumi d’inchiostro sono stati spesi sull’idea che il turismo rappresenti la vera industria italiana, ma pochi si sono avventurati nella spiegazione di come si intenda valorizzare la bellezza e rilanciare il turismo in Italia. A mio parere, il primo passo è una riforma della scuola. Le nuove generazioni vanno educate al bello e rese consapevoli del patrimonio che sono chiamati a tutelare. I più venali potranno storcere il naso e pormi l’annosa questione: “dove troviamo i soldi?”. I soldi arriveranno dalla terra. L’agroindustria giocherà un ruolo fondamentale nel rilancio postindustriale di questo Paese e da lì arriverà il benessere che ci permetterà di divenire non solo una superpotenza (agro)industriale ma soprattutto un polo culturale mondiale.

Al grido “Tierra y Libertad” nel 1911 gli zapatisti, guidati dal rivoluzionario Emiliano Zapata, diedero inizio alla Rivoluzione messicana. Nel 2014, conquistata la libertà, è ora di organizzarci e affermare con forza il motto “Terra e Turismo”. La mia Rivoluzione è già in atto.

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