Chi rischiamo di votare?

La quinta domenica di questo mese sta per giungere, e nell’aria si sente già quel puzzo di ignoranza che siamo abituati a respirare a pieni polmoni durante tutto l’anno, rafforzarsi in periodo di elezioni. C’è chi pensa già ai mondiali e a tifare l’Italia, chi invece passa per l’Europa a convincerci o meno a rispettare l’idea di un’Europa unita. Fare una distinzione tra chi si candida sarebbe troppo semplice: filoeuropei versus euroscettici, ma se la distinzione fosse solo questa, questo articolo non avrebbe motivo di esistere.

Come Platone ascendeva al suo Iperuranio, fatto di idee sacre e inviolabili, noi saliamo con le Europee in ideologie arcane e post-guerra, osannate, ma anche stuprate, senza pudore alcuno. Vediamo infatti arrivare, al comando di una folla sventolante bandiere rosse, un uomo giovane e dall’aspetto ellenico, il cui cognome è Tsipras, il rappresentante delle maggiori sinistre anti-austerity del vecchio continente. Tsipras porta con sé il testimone del comunismo e con la sua politica di sinistra è già riuscito a trovare un trono nei cuori ribelli e combattenti dei giovani con le magliette del Che. Alexis Tsipras, da bravo ateniese, parla di democrazia e si sofferma molto su questo tema. Sostiene infatti che deve stare alla base dell’Europa o altrimenti, dice Tsipras, rischierebbe il cessare di esistere. Sostiene inoltre di dover eliminare le differenze tra il Nord e il Sud Europa, e continua ancora a scavare in luoghi comuni come l’immigrazione (vuole respingere le discriminazioni e garantire diritti), l’ecologia (spingendo giustamente per un’Europa ecosostenibile), e la disoccupazione. Il suo programma si divide in 10 punti, riassumibili in tre:

  1. vera banca europea che presti soldi non solo a banche ma anche a Stati bisognosi;
  2. sospensione del Fiscal Compact per permettere a Stati in difficoltà finanziarie grosse spese senza sufficienti guadagni (guadagnare 1 euro e spenderne 10);
  3. nuova legge che imponga maggiori tasse sulle operazioni finanziarie.

Si prevede che il proletariato (termine molto radical che fa chic tra le discussioni di punteruoli rossi) sia la classe che più di tutte sosterrà questo candidato, che ama l’Europa unita e contro i privilegi dei pochi eletti.

Dalle foreste ecco uscire seguita da Bambi, il Re Leone, Simba, Pumba e Timon la donna degli alberi, la Jane della politica: Ska Keller. Ska Keller è verde come il suo pollice, ed è accompagnata, oltre che da simpatiche bestioline, da José Bosé, amante del genuino e dell’orticello. Riprendono i valori dell’ateniese Alexis Tsipras (diritti, democrazia, solidarietà a immigrati) e marcano ancora di più il problema della mancanza di un amore per l’ambiente, causa di un inquinamento oltre i limiti consentiti dalla sopportazione terrestre. Puntano perciò sull’abbandono degli OGM, sulle energie rinnovabili, e quindi su “obiettivi climatici più ambiziosi”. Sono per i diritti equi e lo dimostra anche la loro bipresenza: sessi diversi, per ricordarci che al mondo non esistono solo le donne ma anche gli uomini.

Da sotto la croce di Cristo esce il conservatore cristiano Jean Claude Juncker, un simpatico sosia di Tremonti (fisicamente parlando) che basa la sua politica sulla liberalizzazione e sul mantenimento della politica adottata fino ad oggi per contrastare la crisi. La Merkel lo tiene in braccio e gli indica gli orizzonti che ci separano dal raggiungimento di un Europa più stabile economicamente e da un guadagno di 500 miliardi di euro nel giro di pochissimi anni. Juncker è già un esperto della politica, sia quella “semplice” di una nazione, che quella più complessa di un unione di stati, infatti è stato Ministro del Lavoro e del Bilancio, Primo Ministro in Lussemburgo, Presidente della Banca Mondiale, Governatore del Fondo Monetario Internazionale e Governatore della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Inoltre ha anche ricoperto il ruolo di Presidente dell’Eurogruppo (ha insomma coordinato i 28 ministri dell’Economia e delle finanze di tutta l’Unione Europea). Il nostro candidato belga è contro i laburisti inglesi ed è anche stato in disaccordo con il duo Merkel-Sarkozy (ma la Merkel lo candiderà comunque alla presidenza dell’UE), ma se c’è una cosa che non gli piace è il Fiscal Compact, che ritiene inutile per dare garanzie a un Europa che si trova in difficoltà monetarie troppo grosse. Sorprende però questo candidato, se infatti da una parte difenda l’austerity, dall’altra richiede un salario minimo in tutti i Paesi dell’UE.

A dare respiro ai liberali è l’avvocato belga che nessuno nomina perché non sa pronunciare il suo nome, ossia Guy Verhofstadt, ex premier del Belgio, noto per la sua capacità nel creare alleanze nel cuore di litigi e per il suo orientamento centrista. È a suo rischio e pericolo un sostenitore dell’austerity e, manco fosse un tedesco, tiene molto al rigore nei bilanci economici. Ma il suo più grande amore non è l’austerity, bensì l’Europa. Sogna infatti un Europa vicina al cuore di ogni europeo, con i suoi vari popoli che si tengono uniti per mano e cantano canzoni gioiose. È questo suo amore per l’Europa che non lo fece salire alla presidenza dell’UE. nel 2004, anno in cui la Gran Bretagna non lo volle sostenere data la sua filoeuropeicità troppo accentuata per i gusti dei gentlemen da quattro sterline. Ha scritto “Stati Uniti d’Europa” e trova nella rigida disciplina il petrolio che farà partire i motori della nostra economia.

Dalla massa di centrosinistra europea esce acclamato e amato il nostro ancora in carica Presidente del Parlamento Europeo, Martin Schulz. Si fa avversario dell’austerity, la odia e la disprezza in ogni sua forma, ma il suo essere tedesco non lo aiuta nel raggiungere maggior popolarità. L’austerity è di madre, padre e famiglia tedesca, e sebbene il suo partito non era al governo con la Merkel quando il Fiscal Compact fu imposto, non ha detto niente quando l’anno scorso ha dovuto firmare un patto di coalizione con la sua cancelliera (la famosa Grosse Koalition, se vi ricordate la Merkel non poteva governare da sola ndr). È anche famoso in Italia per i suoi battibecchi con Berlusconi (dato che ancora c’è chi da del nazista a un tedesco, solo perché è tedesco). Si ritiene a favore delle piccole e medie imprese, cercando di facilitare loro l’accesso al credito (dato che stando ai numeri hanno creato tra il 2010 e il 2012 l’85% circa di tutti i nuovi posti di lavoro in Europa), e desidera inoltre affrontare il problema dell’energia: in una fabbrica in Europa il prezzo dell’energia supera di più del doppio il prezzo del lavoro degli operai, e ridurre il costo dell’energia rilancerebbe sicuramente la nostra politica.

Votate sereni, ragionate, e mettete la X dopo averci pensato tre volte. State decidendo la storia, il futuro della vostra vita e di tutta la vostra comunità.

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