Critica della ragion grillina

Il Movimento Cinque Stelle è un singolare caso comunicativo. Lungi dalla classificazione dei pentastellati come forza di sinistra o di destra, la loro retorica è una delle più efficaci. Anzi, è proprio l’impossibilità di qualificare il M5S con una precisa ideologia politica a costituire il punto di forza dell’intero sistema comunicativo, che attinge alle più disparate fazioni, dagli ex comunisti ai nostalgici del ventennio, sotto un’unica egida: “destra e sinistra sono solo congiunture”, come canta Ognuno vale uno, l’inno del movimento. In altre parole, un esempio del contraddittorio armamentario costituito dalle idee propugnate già dai tempi del primo V-Day. Partecipazione diretta del cittadino alla vita politica, totale indipendenza della stampa dal potere, onestà e disponibilità al dialogo con forze di ogni orientamento sono valori più che nobili, ma messi in pratica nel peggiore dei modi.

La democrazia diretta è solo una maschera che ricopre il volto del tandem Grillo-Casaleggio, in questo modo libero di indire votazioni di massa sul modello Gesù o Barabba nel caso delle famigerate espulsioni oppure di lasciare agli attivisti decisioni politiche di grande peso, consapevole allo stesso tempo di poter influenzarne l’esito in modo decisivo. Si prenda ad esempio la recente decisione sul gruppo europeo di appartenenza del M5S. Tre scelte a disposizione degli iscritti di cui una praticamente inutile, ossia il rifiuto di aderire ad alcun gruppo a costo di pesanti limitazioni dell’attività parlamentare. Esclusi a priori i Verdi, le opzioni rimanenti sono l’Efd di Farage e i conservatori dell’Ecr. A parte i link ai rispettivi video di presentazione dei due partiti, lo specchietto riassuntivo delle rispettive caratteristiche è imparziale come un manifesto di propaganda: alle poche fredde righe sull’Ecr si contrappone l’apologia dell’altro, in particolare dell’Ukip, trasformato improvvisamente in un partito aperto e progressista. Ma soprattutto ad influenzare il risultato finale, l’ovvio trionfo dell’Efd con il 78% dei voti, è un incipit che loda il gruppo come “l’opposizione più strenua al federalismo basato sull’austerity e alla concentrazione del potere nelle mani dei burocrati non eletti a Bruxelles” nella scorsa legislatura. Per non parlare del contrasto “al potere delle grandi banche, delle multinazionali e all’eccessiva burocrazia”, sirena ammaliante nei confronti di una certa base populista che alimenta il M5S.

Cambiano i temi, ma la strategia è sempre la stessa e consiste nella demonizzazione assoluta dell’avversario, concentrata in poche parole chiave che trovano terreno fertile nelle tendenze cospirazioniste riscontrabili in parecchi attivisti e simpatizzanti, ossia lo straordinario talento di spiccare voli pindarici nel tessere improbabili tele di potere fatte di lobby, multinazionali, banche, politici e, naturalmente, massoneria. L’ossessione verso il potere costituito costringe i grillini a vanificare ogni collaborazione proficua con l’avversario, considerato alla stregua di un cane rabbioso in procinto di mordere e propagare la sua malattia, e a santificare il web come Altare della Libera Informazione. Con il risultato di prendere cantonate clamorose (magistrale la papera del deputato Vega Colonnese sull’ordine del Viminale di annullare parte dei voti dati ai Cinquestelle alle Europee), poiché viene dimenticato un particolare marginale, cioè che qualunque grafofilo in cerca dei warholiani quindici minuti di fama è in grado di scrivere enormi panzane e renderle virali.

Questo vecchio sistema contaminato dalle macerie della Prima Repubblica e da un capitalismo malato genera insicurezza, malcontento e disorientamento tra i cittadini. Così la retorica scontrosa di Grillo, le sguaiate contestazioni dei suoi parlamentari, le promesse di vendetta sulla “casta” sublimano la protesta in manifestazioni di violenza verbale contro chiunque dissenta dal pensiero ortodosso, accusandolo di collusione con i partiti (queste entità demoniache alla cui forma il M5S è, suo malgrado, così vicino). Un po’ come si usava fare con i dissidenti trockisti ai tempi di Stalin. Del resto, lo stesso leader genovese ha ammesso a più riprese di essere oltre il totalitarismo, nell’impeto delle sue filippiche in cui annuncia processi pubblici per i giornalisti, i primi ad essere colpiti dallo tsunami reazionario. Chiamatele provocazioni, boutade o sciocchezze, non potrete cambiare quel che sono in realtà: incitazioni all’odio. Il guaio è che la gente gli crede pure.

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