L’Italia ha bisogno di Scienza

Spesso mi interrogo su quali siano i veri problemi che graffiano l’Italia. Ho individuato due questioni di fondo – l’atavica esterofilia e l’eccessivo culto del passato – e ne parlo diffusamente qui. Ma non mi bastava trovare i problemi, il mio obiettivo è trovare soluzioni. Allora ho scritto un articolo in cui fornivo due elementi concreti da cui ripartire per rifondare l’economia italiana: terra e turismo. E per un po’ il mio animo si è quietato. Ma, come sempre succede a chi crede di aver trovato la soluzione perfetta, la pace non è durata che qualche mese. E allora mi tocca ritornare indietro, sconsolato, occhi bassi e mente aperta, e chiedermi: qual è il vero problema dell’Italia?

Perché un problema, almeno uno, è ovvio che ci sia. Solo che individuarlo è difficile perché è ben celato da una sottile nebbiolina che ce lo fa intravedere, ma non ci permette di distinguerne nettamente i contorni. Quello che cerco, volendo sciorinare qualche termine filosofico, è l’essenzadel problema. Ma siccome filosofo non sono, mi limiterò ad avere un approccio più prosaico e tenterò di affontare il problema – e la sua soluzione – nella maniera più intuitiva possibile.

Il problema di fondo dell’Italia è la Cultura. E siamo di fronte al caso in cui il problema coincide con la sua stessa soluzione, poiché l’unica soluzione al problema culturale dell’Italia è la Cultura stessa. Allora abbiamo bisogno di una rivoluzione culturale, di risvegliare le coscienze e di instillare nelle giovani menti quel senso critico che poi è l’unico modo per creare una cultura attiva che non sia sterile ripetizione dei fasti delle culture passate. Ma di questo ho già parlato in altri scritti.

Oggi voglio fare un passo avanti e chiedermi (e chiedervi): a quanti di voi, udendo la ormai abusata parola “Cultura”, viene in mente un’equazione? Quanti di voi associano la cultura alla legge di gravitazione universale di Newton? Quanta cultura credete che ci sia nello studio della citologia? Quanto è culturale un computer? Temo, ahimè, che la maggior parte di voi cataloghi queste conoscenze come “Scienza”, o ancor peggio con il nome di “cultura scientifica” sottintendendo forse all’esistenza di una cultura “non scientifica”.

Ed è qui che si consuma il dramma culturale italiano. Esiste in Italia una scissione netta fra cultura scientifica e cultura umanistica, e i due campi sono considerati in alcun modo mescolabili. Due linee parallele destinate ad avanzare a distanza costante, senza alcuna possibilità di incontrarsi. Dobbiamo invece liberarci del 5 postulato di Euclide, proprio quello sulle rette parallele che non si incontrano mai, e creare una geometria non euclidea basata su un nuovo 5 assioma: “la cultura scientifica e la cultura umanistica corrono su due linee parallele che si incontrano in un punto, denominato univocamente Cultura”.

La divisione delle due culture ha origini note e si colloca nell’ambito della Riforma Gentile del 1923, in cui fu sì creata per la prima volta in Italia un Liceo ad indirizzo Scientifico, ma le stesse discipline tecnico-scientifiche furono messe in secondo piano rispetto ai più autorevoli e prestigiosi studi filosofico-letterari. Altri tempi, in cui il regime fascista aveva bisogno di creare una classe dirigente intellettuale asservita al potere. Inoltre i diplomati al Liceo Scientifico non avevano accesso alle facoltà umanistiche come Legge, Filosofia e Letteratura, esclusivo appannaggio degli studenti diplomati al Liceo Classico, e questo di sicuro non favorì l’integrazione fra i due diversi modi di vedere la cultura.

Ma oggi, nel XXI secolo, non possiamo più permetterci questo ritardo nei confronti del resto del Mondo. I Paesi a cui in questo momento guardiamo con più invidia, economicamente parlando, sono fra gli altri la Germania e la Cina. Non credo sia un caso che Angela Merkel sia laureata in Fisica e Xi Jinping, Presidente della Cina, sia laureato in Ingegneria. Sono due esempi che devono farci riflettere sul ruolo che riveste la Scienza in alcuni dei Paesi più industrializzati del Mondo.

Dobbiamo però stare attenti a non farci prendere dall’esterofilia e a non importare per intero ogni cosa che ci arriva da fuori, lamentandoci sempre di quanto è secca l’erba di casa nostra. Non c’è Paese più bisognoso dell’Italia di cultura umanistica, e non è in alcun modo pensabile un ribaltamento degli equilibri a favore della cultura scientifica, relegando quella umanistica in angolo come avviene in molti paesi del mondo.

In Italia si concentra circa il 70% del patrimonio artistico mondiale, un patrimonio che va curato e difeso, oltreché studiato e capito. Guai a pensare che una più vasta diffusione della cultura scientifica in Italia debba coincidere con un abbassamento della qualità di insegnamento della materie umanistiche. Rispetto alle altre Nazioni partiamo già avvantaggiati, perché a loro manca il nostro Impero Romano, il Rinascimento e quel vasto incrocio di culture che nei secoli ha forgiato la nostra penisola, isole comprese. Diversità che si è tramutata in ricchezza, valendoci l’appellativo di “Bel Paese”. È quindi impensabile voler tentare di annullare la consapevolezza di tale ricchezza.

L’Italia ha bisogno di Scienza perché la stabilità economica di un Paese odierno passa dal grado di avanzamento tecnologico, che a sua volta è generato dalla comprensione e dall’applicazione di principi scientifici. L’Italia non può prescindere dalla cultura umanistica perché a volte la Scienza raggiunge gli obiettivi ma dimentica perché li ha raggiunti, e crea disastri. Mi piace pensare che l’incontro fra cultura scientifica e umanistica avrebbe potuto evitare lo sgancio della bomba atomica. Mi piace pensare che l’incontro fra cultura scientifica e umanistica avrebbe potuto persino evitare le due guerre mondiali.

Come al solito Saqili ci illude millantando soluzioni a problemi che vede solo lui, salvo poi lasciarci con un problema che adesso vediamo anche noi, orfani però di una strada risolutiva da percorrere. Come operare la sintesi fra cultura scientifica e umanistica? Sicuramente partendo da una riforma migliorativa dei sistemi scolastici, ma questa è una risposta talmente generale che potrebbe adattarsi a qualsiasi problema italiano. Ognuno di noi può portare avanti una propria piccola rivoluzione semplicemente interessandosi alle questioni scientifiche, informandosi e mostrando un atteggiamento aperto verso tutto ciò che è Scienza. Mai come ora, la mia rivoluzione è già in atto.

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3 pensieri su “L’Italia ha bisogno di Scienza

  1. Anonimo ha detto:

    Mi permetto di fare alcune osservazioni. Se la Cultura umanistica fosse necessaria alla completezza dell'individuo, dovremmo giudicare come inappropriati tutti coloro che hanno vissuto nel nome della Scienza, rivoluzionando il mondo, pur non sapendo chi fossero Democrito o Kant.
    È difficile ricondurre tutto all'Uomo visto come genere umano, quando ancora c'è chi ti accoltella se non gli dai il portafoglio. Chi ha scoperto l'energia atomica non l'ha fatto con l'intenzione di distruggere, né si è messo a vendere armi ad Israele (in Italia la cultura manca, ma rispetto agli USA dovremmo averne abbastanza per non cadere in questi errori, no?).
    La Cultura in Italia c'è stata, ma con l'avanzare dei tempi non siamo riusciti a tenere il passo, quando teoricamente partivamo con una marcia in più.
    Non è del tutto sbagliato separare Scienza e Cultura umanistica, dar loro il giusto peso e prendere esempio da chi sa andare avanti. Non vedo come sia possibile fare più “scienza” a scuola, mantenendo le stesse ore di materie umanistiche.
    Per esperienza personale, la filosofia e le lettere mi hanno dato pochissimo, anzi, mi hanno complicato la visione del mondo proprio perché di fondo mancava la capacità scientifica di discriminare ciò che è utile da ciò che è superfluo e puramente sentimentale. Il pericolo della Cultura umanistica è quel suo fascino romantico, che ti fa innamorare della forma, e dimenticare del contenuto.
    Mi piace essere concreto, quindi ti faccio l'esempio dei test di ammissione alla facoltà di medicina. Fino a qualche anno fa metà del test era incentrato sulla cultura generale, mentre ora la parte preponderante è la logica (in chiave principalmente numerica, e non in senso classico come comprensione del testo). Cosa pensi sia più utile alla professione medica? Conoscere chi ha scritto “La storia”, o saper dedurre da un insieme di dati una conclusione coerente (diagnosi)?
    La cultura umanistica va fortemente ridimensionata, perché fin quando le persone non sapranno ragionare (cosa che non ti insegna Aristotele), sarà una semplice illusione, un surrogato dell'intelligenza, molto meno utile al giorno d'oggi rispetto all'informatica e all'inglese. Chi vorrà dedicarsi alla salvaguardia del patrimonio culturale italiano potrà farlo per esempio dall'università, senza costringere una classe liceale a seguire insegnamenti che saranno inutili nella vita lavorativa.
    Non so cosa ne pensi tu, ma per me Franceschini ha fatto la figura dell'idiota con il presidente di Google e con il mondo intero…

    Detto questo, noto che tendi a semplificare spesso le questioni, cercando di ricondurre tutto ad una sola causa. Se posso darti un consiglio, prova a vedere le tue idee con gli occhi di qualcun'altro, ti si aprirebbe un mondo. 🙂

    L.

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  2. ParlaMente ha detto:

    Tu pensi che la cultura scientifica sia di serie A, mentre quella umanistica sia di serie B. Posizione che non condivido affatto. L'obiettivo dell'articolo è infatti quello di riportare l'asticella su una posizione di equilibrio.
    Sono d'accordo sull'aumento della logica al test di Medicina. Ma attenzione a non considerare la logica come sistema perfetto. Gödel, il più grande logico della storia moderna, elaborò i teoremi di incompletezza in cui si affermava che nessun sistema logico finito può racchiudere al suo interno tutte le verità della matematica. Così come non è perfetta la logica, allo stesso modo non sono perfette le arti, la letteratura e la filosofia. E proprio per questo sono utili tutte. Mi dispiace leggere nel tuo commento che Aristotele non fa ragionare, mentre l'informatica e l'inglese sarebbero più utili alla formazione di una mente pensante. Aristotele è il fondatore della logica (che tu elogi), senza di lui non esisterebbe internet, i calcolatori e nemmeno questo blog. Dispiace ancor di più leggere che la cultura umanistica è un surrogato dell'intelligenza. Oltre a non condividere questa posizione, la considero irrispettosa verso quei letterati, artisti e poeti che ci hanno insegnato a cogliere la bellezza del mondo.
    Franceschini ha fatto una magra figura perché considera la cultura umanistica di seria A, e quella scientifica di serie B. Ma il suo ragionamento non è nell'impostazione uguale al tuo? Cambiano i rapporti di forza ma non cambia l'impalcatura logica.
    È vero, tendo a semplificare le questioni. Le cause sono sempre molteplici ed è folle cercare di individuarne una sola. Però è l'unico modo per avere un punto di partenza.
    Cercherò di fare tesoro del tuo consiglio!

    Saqili

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  3. Anonimo ha detto:

    Non mi aspetto di riuscire a trovare un punto di contatto tra le nostre opinioni, però provo a precisare alcuni punti giusto per non essere frainteso.
    Non è mia intenzione dimostrare la superiorità o meno di una cultura rispetto ad un'altra, ma ritengo che dietro alla cultura debba esserci altro. La cultura intesa come sapere, (umanistico ma anche scientifico!) non è intelligenza, ma nozionismo. Occorre che ci sia una base, chiamiamola il “saper ragionare”
    Con l'esempio dei test, non era mia intenzione elevare la logica a sistema perfetto. La considero condizione necessaria, ma non sufficiente al “saper ragionare”. Ecco il perché della posizione forte su Aristotele. Può essere un punto di partenza, ma è molto lontano dal poter essere utile al giorno d'oggi.
    Ad esempio il metodo scientifico è già un passo avanti.
    Io sono convinto che prendere tutto ciò che di buono si può trovare in un autore non sempre sia una cosa positiva. Senza dubbio innumerevoli persone hanno detto qualcosa di sensato e insegnato qualcosa di utile per il mondo (scienziati e letterati senza discriminazioni), ma credo che siamo arrivati ad un punto dove è necessario distinguere ciò che serve da ciò che è superfluo, non condivido il “sono utili tutte”. Se vuoi fare chimica, non è necessario sapere che Democrito ha teorizzato l'esistenza degli atomi, puoi benissimo partire da come conosciamo gli atomi oggi.
    Penso che la differenza sia anche nel punto di arrivo di questo discorso. Dal tuo punto di vista esso potrebbe essere la completezza dell'individuo, dal mio la concretezza. Ma questo è l'eterno dibattito sul cosa sia meglio: un po' di tutto, o uno sola cosa ma fatta bene. Nel primo caso il rischio è quello di non fare bene nulla, nel secondo è quello di dimenticare tutto il resto. Secondo me però è più immediato risolvere il problema attraverso la seconda strada che la prima.
    Traducendo in esempio: vuoi insegnare bene le materie che sono fondamentali, le ore scolastiche non bastano mai, la competenza dei prof non è mai bilanciata, e la classe si ritrova ad avere una formazione asimmetrica rispetto al piano originale (per esempio quando prendi la maturità scientifica con pochissime competenze matematico-fisiche e buona cultura umanistica).
    Nel secondo caso invece si potrebbe puntare a fornire le basi minime di una materia, e lasciare la scelta al singolo su cosa sia opportuno approfondire (penso che anche tu ritenga inutile insegnare analisi matematica approfondita a chi vuole fare lingue; io ritengo inopportuno insegnare letteratura latina con tanto di traduzione dei testi a chi vuol studiare fisica).
    Non so se è chiaro, ma secondo me c'è differenza tra il sapere cos'è una derivata seconda o chi ha scritto il De Rerum Natura, e il saper ragionare. Toglierei volentieri un paio di ore a diverse discipline per dedicarle a strumenti utili a tutti: logica, statistica, razionalità intesa come coerenza.
    Immagina quante persone si “salverebbero” se riuscissero a cogliere l'imbroglio delle lotterie e del gioco d'azzardo, o riuscissero a distinguere una ricerca fasulla da una seria. Esiste una certa parità nel fatto che letterati e scienziati siano entrambi suscettibili ad errori di questo tipo. Nel mio precedente commento le posizioni erano asimmetriche, mi dispiace non aver precisato prima.

    L.

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