La fine di Gramsci non arriverà

Chi esulta perché l’Unità ha chiuso i battenti mi sembra simile a quei parenti che brindano sulla tomba del vecchio zio per l’eredità ricevuta: ben poco elegante e del tutto irrispettoso. E potete pure star sicuri che sono tanti. Non pensano al personale e ai giornalisti, che dovranno fare i conti con un mercato del lavoro asfittico. Ma, cosa più grave di tutte, non capiscono che perdendo l’Unità diciamo addio anche ad un pezzo della nostra storia. Se ne va una parte di ciò che ci ha lasciato Antonio Gramsci, una porzione considerevole della memoria italiana. Le leggi di un mercato selvaggio che sta uccidendo la nostra cultura e gli errori di gestione hanno fatto la loro parte, ma non bisogna trascurare l’antigiornalismo.

Che cos’è? Si tratta del preoccupante atteggiamento dell’italiano medio di fronte alle testate di stampa. In parole povere, come l’antipolitica, è il classico qualunquismo di chi vuole distruggere tutto. Sui social network possiamo assistere ogni giorno a randellate digitali contro i “media corrotti”. Prendendo ad esempio proprio il caso de l’Unità, i moralizzatori del “ben vi sta” si sono scagliati contro la faziosità del giornale, sottolineando come a loro avviso lo storico fondatore si stia rivoltando nella tomba e quanto forte sia l’asservimento della linea editoriale al Pd. Che, per inciso, è genealogicamente erede anche del Pci. A questo proposito è bene ricordare che in Italia il giornalismo moderno nasce con la lotta politica, dunque è impregnato di una vocazione critica che ci accompagna ancora oggi. Ciò non toglie che distinguere i fatti dalle opinioni sia una cosa, mentre ben altro è manipolare la realtà per disinformare.

Adesso, egregi improvvisati critici del giornalismo italiano, non vi pare un tantino eccessivo ritenere che tutta la stampa italiana sia corrotta? Ma soprattutto, non è segno di estrema ignoranza esultare quando un giornale chiude? Non c’entra nulla il fatto di essere in disaccordo con la linea politica della testata: tutti sanno che l’Unità era l’organo di stampa del Pci. Inoltre, se il motivo della vostra insoddisfazione fosse questo, vi pregherei di riconsiderare un attimo la vostra idea di democrazia. Gli ultimi a darsi da fare per eliminare dalla circolazione i giornali che non la pensavano come loro erano i fascisti, e la fine che fece la sede dell’Avanti! nel 1919 – incendiata e devastata – dovrebbe essere un monito ancora oggi. Dovrebbe.

Il motivo di tanto accanimento contro la stampa è quello comune ad ogni forma d’intolleranza. Insoddisfazione e disinformazione, con una bella dose di populismo. Senza dubbio la rovina della classe giornalistica è la prostituzione intellettuale, ma questo non basta a marchiare un’intera categoria di lavoratori come pennivendoli: è un insulto verso chi svolge onestamente il proprio dovere. Inoltre invocare la chiusura dei giornali per i motivi più disparati (compresi i tanto odiati finanziamenti pubblici) è il paradosso di chi, pur di non essere disinformato, preferisce non informarsi. Il web non è una scusante. Se da un lato Internet ci ha dato la grande possibilità di ottenere notizie gratuitamente, immediatamente e comparando diverse fonti, dall’altro bisogna saperlo usare con consapevolezza ed evitando di abboccare allo scoop complottista del momento o a clamorose bufale. Una capacità che gli italiani non hanno ancora acquisito: fatevi un giro su Facebook per averne le prove.

Per questo motivo abbiamo bisogno del web, altrimenti non esisterebbe nemmeno questo angolo di blogosfera dedicato all’informazione corretta, ma non possiamo rinunciare ai professionisti della stampa. Ritengo che l’attuale crisi dell’editoria sia solo una transizione verso l’integrazione multimediale. Forse domani ci sarà meno carta in circolazione, i giornali guadagneranno con la pubblicità online e – perché no – potranno anche diventare organizzatori di eventi, possedere canali televisivi e pubblicare inchieste in forma di pamphlet e saggi da acquistare in libreria. Qualcuno ci sta timidamente provando. I mezzi non mancano, bastano creatività e voglia di scommettersi. Quanto a l’Unità, non smettiamo di crederci: fino ad ora è sempre riuscita a tornare tra noi. La fine di Gramsci non arriverà.

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