Il fanatismo che fa comodo ai potenti

Ciò che sta accadendo in questi giorni in Iraq e gli eventi delle ultime settimane in Palestina non dovrebbe stupirci più di tanto. L’ignoranza genera fanatismo e quest’ultimo partorisce violenza. Una forza cieca dal nome ben noto: jihad. Ma questo termine è soltanto l’ultimo di una lunga serie che ha insanguinato la storia nella comune denominazione di “guerra santa”. Un accostamento che fa accapponare la pelle, innanzitutto perché quell’aggettivo sembra messo lì a mo’ di giustificazione. Massacrare, distruggere e torturare è qualcosa di talmente aberrante che urge specificare: non lo si fa per se stessi, ma per la maggior gloria di Dio. È un tranello così subdolo che può funzionare facilmente tra la povera gente cresciuta nel baratro del semi-colonialismo e tra le orde di invasati come quelli che da tutto il mondo si stanno unendo ai miliziani del Califfato islamico.

Eppure, proprio per la sua natura così irrazionale, il fanatismo religioso è un elemento portentosamente motivante, cioè la reazione ad una realtà di degrado e quindi la totale identificazione nella dimensione divina come speranza di una vita migliore ed eterna. Perché nel 2014 esistono ancora kamikaze e guerrieri della fede? La risposta è che il fanatismo fa comodo ai potenti, come quelli che stanno ai vertici di Hamas e dell’Isis. I loro seguaci credono di stare dalla parte di Dio e invece fanno il gioco di Mammona, complici degli interessi ben poco spirituali dei leader al comando dei quali sono disposti a morire. Affermare il contrario sarebbe come sostenere che Hitler invase la Polonia perché mosso da un romantico sentimento pangermanista e non per spietati calcoli di strategia economica.

Oggi si tende ad identificare immediatamente l’estremismo religioso con gli uomini che si riempiono di tritolo al grido di “Allah è il più grande!”, ma solo perché l’Occidente ha già conosciuto in secoli di storia la sua notte di delirio, di cui l’avvento del secolarismo e della democrazia ha eliminato i tratti più oscuri. Oggi la Santa Inquisizione si è trasformata in un simpatico consesso di vegliardi chiamato Congregazione per la dottrina della fede, le Guardie svizzere sono attrazioni per turisti e gli unici rimasti a combattere le Crociate sono i conservatori, che stanno pian piano perdendo la battaglia contro gli infedeli liberal-demoniaci. Quanto accadeva nel Medioevo in seno alla Chiesa non è molto diverso da ciò che succede oggi in Medio Oriente: pesanti ingerenze politiche, intolleranza, le armi in alto sugli altari e il sangue come unico mezzo per lavare i peccati. Chi ne fa le spese sono gli yazidi, i cristiani, gli stessi musulmani “apostati” e in generale chiunque non abbracci la causa del “conservare ed espandere” senza se e senza ma.

Attraverso i secoli la musica non è cambiata: il dogmatismo, comune denominatore delle lotte religiose, continua a mietere vittime. Nel caso dell’Isis il semplice dialogo, come proposto da Di Battista, è una soluzione tanto lodevole quanto irrealizzabile. Perché al-Baghdadi non è uno svitato che si è barricato in metropolitana con duecento ostaggi, ma un sedicente califfo che ha violato la sovranità di due stati. È necessaria prima di tutto una terapia d’urto e il male minore al momento è rappresentato dai caccia statunitensi e dagli aiuti militari ai peshmerga. Ma occorre che si muovano le Nazioni Unite, perché rilevino in fretta il coordinamento delle operazioni ed evitino che questa si trasformi nell’ennesima guerra di conquista. Solo allora si potrà parlare, al tavolo della diplomazia, di rivedere l’accordo Sykes-Picot, che nel 1916 disegnò i confini dei territori mediorientali spartendoli tra Gran Bretagna, Francia e Russia, e consolidare una volta per tutte un regime democratico e laico, in Iraq e in ogni altra parte del mondo in cui la libertà di culto sia minacciata dai radicalismi religiosi che vogliono celebrare l’unico matrimonio che mi suoni aberrante, quello tra Cesare e Dio. A patto che non diventi affare di stato, chiunque dev’essere libero di professare una religione: sarà anche oppio dei popoli, ma il proibizionismo non mi si addice.

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