Con due piedi in una scarpa

Quello di cambiare i confini di uno Stato è un argomento non nuovo in Europa, ma è stato sempre trattato in maniera superficiale e senza molta preoccupazione. Eppure, oggi, ci stiamo accorgendo che accordi fatti nel passato andavano bene solo per il periodo storico in cui vennero stipulati, rendendoli perciò inutili e ostacolanti nel presente.

Salvo qualche sporadico caso, come quello della Crimea, in Europa non si sente parlare di modificare la geografia politica di uno Stato da quando cadde l’Unione Sovietica. Ma la situazione di calma dei confini è cambiata. E’ cambiata già da circa 3 anni, e i primi a cambiarla in modo deciso e arrivando a determinati obbiettivi sono stati i catalani del conservatore Convergència i uniò (Ciu), seguiti dai socialdemocratici scozzesi dello Scottish national party (Snp).

Gli abitanti con capoluogo Barcellona e militanti nel Ciu hanno una lunga storia di spirito indipendentista alle spalle che dura dal 1980, anno in cui Jordi Pujol fu eletto presidente del governo locale della Catalogna, incarico che mantenette per 23 anni. Fu proprio il suo conservatorismo che gli permise sì di arricchire e potenziare sempre più fortemente l’economia e il peso politico catalano all’interno della Spagna, ma anche di non arrivare al decisivo passo, ossia l’indipendentismo. Con un 2010 che aveva visto la Corte Costituzionale spagnola bocciare e eliminare alcuni articoli dello statuto di autonomia catalano, e con l’avvento nel 2012 del presidente della Catalogna Artur Mas che non è riuscito (a causa della crisi economica) a far ritornare la destra indipendentista a Barcellona, si è assistito allo svanimento di ogni sentimento patriottico nei confronti della Spagna che i catalani potessero avere. Si rinforza così ancora di più il desiderio di indipendenza a livello regionale da richiedere e ottenere un referendum che sarà eseguito il 9 Novembre.

L’Snp, partito indipendentista scozzese, dopo aver fatto una bella carriera all’interno della politica delle highlands, ha proposto e ottenuto un referendum per chiedere agli abitanti dal confine con la Gran Bretagna in su se desiderano rimanere nel Regno Unito, o se preferiscono darsi da fare per la costruzione del loro nuovo Stato, e dire addio alla Royal Family. Il referendum ha trovato data nel 18 Settembre di quest’anno e fra solamente due settimane sapremo quindi il suo esito, che intanto sembra posizionarsi in un timido fifty fifty forse leggermente a favore degli indipendentisti. Uno scorcio di parità che però sta facendo temere un crollo dell’economia inglese, ben maggiore di quello che sta vedendo negli ultimi giorni. Gli scozzesi indipendentisti avanzano nelle strade con cartelloni con scritto “Utopia of the yes”, rivendicano le crudeltà inflitte dagli inglesi sui loro avi del diciottesimo e diciannovesimo secolo, e condannano pure una politica tutta british di destra conservatrice perpetratasi negli ultimi decenni della politica Regno Unito. Questa destra è la stessa destra, dicono gli scozzesi, che ha fatto entrare in crisi le acciaierie e i cantieri navali nel nord del Regno Unito, e che i sindacati hanno cercato più volte di spegnere e di placare.

Quella che una volta era una Scozia imperialista, oggi si è tramutata in un’aspirante socialdemocrazia, ed è proprio questa sinistra che combatte con un Regno Unito più destroso, unita a questa riscoperta di un passato da vendicare che dagli anni sessanta hanno permesso di instaurarsi nella regione di Edimburgo un forte sentimento patriottico e nazionalista.

Quello che sarà il “dopo” della Catalogna non suscita oscuri presagi, in quanto è il cavallo che traina la Spagna, e senza il resto di essa la Catalogna potrebbe solamente correre più velocemente. Preoccupa invece un po’ di più il futuro della Scozia: Glasgow ed Edimburgo, sebbene siano due potenti città, sono anche all’interno di un territorio che non è più quello della fase imperialistica europea. I militanti del Snp sognano e sono convinti in una Scozia più democratica, più ricca e più giusta (o meglio più equa, dato che si battono per una riforma dello Stato che il più possibile assomigli alle socialdemocrazie scandinave), ma non sono molto chiari nel come vogliono rendere la Scozia più ricca, dato che forse non avranno nemmeno abbastanza soldi da sfruttare i giacimenti di petrolio che vanta la Scozia e che per decenni hanno fatto arricchire (perché ben finanziati e ben gestiti) il portafoglio inglese. Si pone un punto interrogativo anche a quale sarà la prossima moneta scozzese, e quanto sarà forte in Europa e nella Borsa mondiale (di certo, promettono gli unionisti, non sarà la sterlina che gli indipendentisti chiedono con permesso di continuare a usare).

In conclusione, stiamo vivendo anni di svolta. Solamente pazientando un po’ potremo vedere se questo spirito indipendentista vincerà i referendum, e se renderà realtà quelle che per adesso possono solo essere sogni e speranze. Sono partiti, quelli indipendentisti, romantici, prima che politici.

Spesso il soffermarsi sui sogni e sulle speranze fa distogliere di molto l’attenzione da quella che è l’economia mondiale e su come realmente funzionano le cose, ossia: con un Europa unita dal punto di vista della finanza, questi Stati riusciranno a diventare più ricchi di quanto già non lo siano? Riusciranno a trovare ciò che l’unione nazionale non gli poteva permettere? Certo che Cameron, pur di non perdere la Scozia e di far crollare la sterlina, qualcosa per accontentare un po’ gli scozzesi inalberati l’avrebbe fatta, eppure la sua campagna per il no al referendum è stata effimera, e come dimostrano i sondaggi anche inefficace. Forse è troppo orgoglioso per scendere a patti con socialdemocratici? o forse vuole solo aspettare che fra qualche anno la Scozia ritorni piangendo in ginocchio a chiedere perdono al Regno Unito? Ma questo è il futuro che ci aspetta, intanto attendiamo il 18 Settembre e il 9 Novembre e osserviamo che esito troveranno questi due referendum, e che mosse politiche e economiche saranno capaci di causare nel panorama politico e economico internazionale. Forse stiamo solo assistendo all’inizio di una partita a domino che in breve tempo sfalderà l’unione di molti Stati in Europa.

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