La morale di Cosa Nostra

Sfiducia–Day a Crocetta in Sicilia, evento organizzato dal Movimento 5 Stelle a Palermo per una raccolta firme (circa novemila adesioni) nata con l’obiettivo di mandare a casa il governatore siciliano giunto, ormai, al terzo rimpasto della giunta regionale. I grillini si danno appuntamento dinanzi al Parlamento Regionale; ospite d’eccezione della serata il portavoce del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo. Una grande folla accorre ad ascoltare le parole del leader pentastellato, certi del fatto che le sue invettive contro il governatore Crocetta fungeranno da linfa vitale nella lotta alla “casta politica” siciliana. Queste non tardano ad arrivare, definendo oltremodo fallimentare l’esperienza crocettiana a Palazzo d’Orleans.

Beppe, però, dimentica di star vestendo i panni di leader politico e torna ad indossare – evidentemente – quelli di comico, sfoderando una delle solite provocazioni che sempre caratterizzano le sue esuberanti esibizioni (motivo reale per le quali, forse, accorre tanta gente), affermando che “[…] la mafia è stata corrotta dalla finanza, prima aveva una sua morale, chiamiamola così. Non metteva bombe nei musei o uccideva bambini nell’acido”.

Ora, anche volendo cercare di approfondire il maggior numero di sfumature possibili che una dichiarazione del genere possa assumere, risulta complicato attribuire un significato diverso alle parole del comico genovese: un’uscita a dir poco infelice, che suscita lo scalpore di alcuni parenti di vittime di mafia illustri, come Maria Falcone (sorella del giudice Giovanni) che definisce certe parole “un insulto alle vittime”, o Rita Borsellino (sorella del giudice Paolo) che, con toni meno aspri, chiede semplicemente una maggiore cura alle parole che si utilizzano quando si tratta un tema così delicato.

Volendo forzare i tempi, è ipotizzabile che tale “corruzione” abbia avuto inizio intorno agli anni ’70, con le provate implicazioni del banchiere e affarista Michele Sindona con Cosa Nostra americana e siciliana. Senza scendere nei particolari, secondo Beppe Grillo, quindi, la Cosa Nostra che fino agli anni ’70 aveva tenuto in scacco l’intera Sicilia era una criminalità, per così dire, migliore di quella che si sarebbe affermata successivamente, poiché più integra o ligia alla morale.

Andando però a compiere una scrupolosa ricerca delle vittime di mafia comprese tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni ’60 (1946 – 1969), in un lasso di tempo di appena poco più di vent’anni (si hanno notizie di Cosa Nostra già alla fine del XIX secolo, ma è preferibile considerare un arco temporale ridotto per praticità), scopriamo subito che Beppe prende evidentemente una cantonata nell’affermare quanto già scritto tra le righe precedenti.

Troviamo un riscontro storico nella strage di Portella delle Ginestre del 1° Maggio 1947, nell’omicidio del sindacalista corleonese Placido Rizzotto il 10 marzo 1948, nell’omicidio del piccolo Giuseppe Letizia, pastorello corleonese tredicenne la cui unica colpa fu quella di assistere all’omicidio del sindacalista appena citato per mano di Luciano Liggio e fu quindi ucciso da un’iniezione eseguita da Michele Navarra, boss mafioso e medico del paese. Senza contare, poi, gli innumerevoli rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze dell’Ordine (Strage di Ciaculli (PA), 1963) o comuni cittadini sempre caduti per mano della “moralemafiosa (Pasquale Almerico, maestro elementare e segretario comunale della Democrazia Cristiana presso Camporeale (PA), 1957).

Non è tutto; è importante sapere in quali nobili affari la “morale” malavitosa siciliana andava a impelagarsi, nel periodo già citato. È noto alle cronache giudiziarie che Cosa Nostra, forte della complicità di alcuni amministratori locali, fu parte attiva del “sacco di Palermo”, locuzione giornalistica con cui verrà rinominato uno dei più grandi scempi urbanistici della città di Palermo; a quel periodo storico risale, appunto, la distruzione di tante abitazioni di spiccato interesse artistico in stile Liberty (alcune di esse progettate da Ernesto Basile) per far spazio alla massiccia e sfrenata opera di urbanizzazione a cura di società gestite da prestanome affiliati a boss del calibro di Angelo La Barbera. Che dire poi del business, sempre caro a Cosa Nostra, legato al traffico di stupefacenti verso il Nord-america? E del contrabbando di sigarette?

Quale morale è possibile riscontrare in azioni di questo tipo? Il dato più allarmante è che, presa visione del filmato del comizio, è possibile notare tanti siciliani in totale visibilio – sicuramente gente onesta e stanca semplicemente della malapolitica – applaudire il comico genovese.  Già, genovese, perché lui è originario di Genova che si trova in Liguria, mica in Sicilia. E allora viene quasi da chiedersi, con il massimo rispetto: ma che ne sa un genovese della mafia e di Cosa Nostra? Io, ad esempio, sono originario di una cittadina arroccata sugli Iblei: non sarei credibile come esperto dei “caruggi” genovesi.

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