The black fall: il prezzo del petrolio

Il nero sfila, certamente. Ma quando i capitalisti parlano di nero, non parlano certo di quali vestiti facciano sembrare più magri, bensì intendono il loro oro (nero, appunto) che oggi sta facendo dimagrire i portafogli delle grandi compagnie petrolifere. Ovviamente non siamo più nei tempi di Rockefeller, quando il grande magnate newyorchese controllava Cleveland e tutti i pozzi di estrazione più importanti del suolo statunitense arricchendosi a dismisura, e questo lo dimostra il recente crollo del prezzo del petrolio.

Oggi le estrazioni del petrolio avvengono principalmente in Russia, Medio Oriente (Arabia Saudita e Iran in particolare) e USA: osservando i dati relativi alle più recenti estrazioni del greggio, infatti, solo questi tre paesi producono insieme circa il 33% del petrolio circolante nel mondo. Un numero relativamente alto, se consideriamo che il restante 67% è diviso in un elevato numero di Paesi (circa una ventina in tutto). Esiste poi un gruppo di – attualmente – 12 Paesi, l’OPEC, che unisce i Paesi esportatori di petrolio (Organization of the Petroleum Exporting Countries), al quale hanno deciso di non prendere parte USA e Russia, e che produce circa il 41,9% di petrolio al mondo. Perchè tutti questi numeri? Per capire chi comanda adesso l’oro nero che smuove i motori delle macchine di tutto il mondo (o quasi).

Il prezzo dell’oro nero sta calando recentemente in modo davvero vertiginoso, causando un tripudio di sentimenti neri negli animi dei magnati del petrolio e una gioia infinita nei cuori dei consumatori finali. Ma quali sono le cause di questo crollo del prezzo? E quali potranno essere i risvolti? Questo articolo provvederà a rispondere a entrambe le domande analizzando sia le cause che gli effetti che ha subito e che subirà il mondo intero negli anni a venire, e tenderà a farlo in maniera semplice e chiara, consapevole del fatto che questo fenomeno economico, ossia l’attuale crisi del greggio, è un qualcosa che ha ottime potenzialità di cambiare la politica del XXI secolo.

Prima di parlare delle cause e degli effetti è opportuno precisare quali sono i Paesi più innamorati del Dio Petrolio, e quali invece sono ad esso più indifferenti. Paesi come Russia e Arabia Saudita (leader rispettivamente dell’Asia e del Medio Oriente) devono al petrolio e alle risorse minerarie la stragrande maggioranza della loro ricchezza nazionale (non è un caso se prima della scoperta delle potenzialità del petrolio questi due Paesi contavano davvero poco nel panorama geopolitico mondiale) e, pertanto, attuano politiche conservative e indirizzate al mantenimento dell’utilità del greggio, evitando lo sviluppo di tecnologie diverse da quelle che necessitano l’utilizzo del petrolio.

Sono individuabili invece tre ragioni per le quali l’Occidente tende a distaccarsi progressivamente dall’utilizzo dell’oro nero:

  1. Il fatto che l’Occidente, non avendo la stessa capacità di estrazione che ha il resto del mondo, è meno affezionato al greggio (l’USA, che prima abbiamo visto come grande estrattore, produce solo la metà del petrolio che produce la Russia, e meno di un terzo del petrolio che producono Arabia Saudita e Russia messe insieme), e pertanto attua politiche che puntano al massimo rendimento del petrolio (ad esempio, rimanendo sempre negli States, entro il 2025 per legge le macchine vendute dovranno essere capaci di fare con un solo litro di carburante ben 23 chilometri), e all’incentivazione dell’utilizzo di energie rinnovabili (pensiamo solo alle autovetture elettriche, i cui costi, ancora proibitivi, saranno molto più accessibili negli anni a venire);
  2. Il fatto che comprare petrolio fuori è sinonimo di finanziare Stati esteri, e in particolar modo quelli filorussi.  Oggi infatti le 7 più grandi compagnie petrolifere al mondo appartengono all’Arabia Saudita, alla Russia, alla Cina, e ad altri Paesi asiatici e mediorientali, mentre nel 1960 le 7 più importanti erano divise tra Usa (che ne possedeva 5) e Regno Unito (che possedeva le altre 2, di cui una gestita in collaborazione con i Paesi Bassi). Tendo a sottolineare che le compagnie petrolifere di cui stiamo parlando sono compagnie condotte dai loro Paesi, non privatizzate, e che quindi portano enormi ricchezze alle casse dei loro Stati (basti pensare che la Saudi Aramco, ente pubblico dell’Arabia Saudita, frutta ogni anno 322,2 miliardi di dollari statunitensi);
  3. La crisi che sta subendo in questi anni l’euro in confronto alle altre monete, e in particolar modo in confronto al rublo (moneta russa), ha aumentato vertiginosamente il prezzo del greggio, dato che esso viene importato in Europa in gran parte proprio dalla Russia.

Come abbiamo visto, Occidente e Oriente si scontrano anche questa volta per il raggiungimento dei propri interessi, e indubbiamente (non lo dico da occidentale) l’Occidente sta facendo la parte del ragionevole e responsabile: la sua linea di azione infatti non porterà solamente a un arricchimento della propria economia, ma anche a un miglioramento delle condizioni ambientali, in quanto – come ben sappiamo – è impossibile usare il petrolio senza inquinare l’ecosistema.

Ora passiamo all’ultima parte, ossia cause e effetti della crisi petrolifera del 2014. Le cause sono due, abbastanza semplici: da un lato abbiamo l’aumento della produzione del greggio, e dall’altra una riduzione della richiesta di quest’ultimo. In pratica due fenomeni economici già devastanti singolarmente si sono uniti e insieme hanno drasticamente ridotto il prezzo del greggio. Alla luce di ciò le domande da porsi sono: perché si ha più petrolio? E perché si ha una riduzione della domanda? Per rispondere alla prima domanda dobbiamo chiamare in causa gli Stati Uniti e il Giappone: in North Dakota e in Texas si è recentemente sviluppata una costosissima tecnologia che permette l’estrazione di greggio dalle sabbie bituminose, con un aumento di circa 8,5 milioni di barili ogni giorno. In Giappone invece il maggiore utilizzo di risorse energetiche alternative e la futura riattivazione delle centrali nucleari fa prevedere un aumento del petrolio che rimarrà annualmente invenduto. Per rispondere alla seconda domanda possiamo partire dalla risposta data alla prima: il fatto che Stati Uniti e Giappone siano diventati più “autosufficienti” significa anche che meno Paesi richiedono petrolio, perché ne hanno meno bisogno.

Le cause e gli effetti che questa crisi del prezzo del petrolio può portare sono vari, e varie sono anche le ragioni per cui questa crisi può piacere o meno. Certamente per la popolazione normale la diminuzione del prezzo del petrolio può solo portare benefici, in quanto ciò comporta un calo del prezzo della benzina. Ma come vedono la crisi del prezzo del greggio i Paesi che, come Russia e Iran, sono già in crisi per altre ragioni? La Russia non vede sicuramente in maniera positiva questo periodo, in quanto la vendita del petrolio e dei suoi derivati corrisponde al 46% circa degli introiti economici che ha annualmente. Inoltre, come se non bastasse, ha già subito una forte stangata alla sua economia per via delle pesanti sanzioni che ha ricevuto da parte dell’UE, dove vendeva la maggior parte delle proprie risorse naturali (gas e petrolio), e l’Iran invece è soggetto ad un embargo commerciale che di certo può solo inasprire questo già complicato periodo.

Possibili risvolti potranno dunque essere delle rivisitazioni dei trattati tra Russia e Occidente, a favore di quest’ultimo, in quanto la Russia e i suoi Paesi amici (anche detti “Paesi canaglia”) farebbero la parte degli sconfitti. Altri Paesi che potrebbero vedere un antagonista nella crisi del prezzo del petrolio sono quelli che hanno risorse naturali da sfruttare, ma questa crisi le blocca: la Norvegia è un esempio. La Norvegia secondo alcune stime potrebbe disporre nel sottosuolo del 13% del petrolio che in tutto il mondo ancora non è stato estratto, una percentuale che la rende potenzialmente forte (economicamente parlando), più di quanto non lo sia già. Ma è chiaro che estrarre greggio ora che il prezzo del petrolio è sceso di oltre il 40% non è molto conveniente: i prezzi per estrarre il greggio sono sempre molto alti, e una sua vendita in questo periodo non sarebbe in grado di ricoprirli.

A noi, semplici consumatori, non è dato decidere nulla di fronte a questa partita a scacchi. Possiamo intanto riempire beatamente i serbatoi delle nostre auto, ma attenzione! Nessuna fretta! La crisi del prezzo del petrolio sembra solo iniziata.

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