Il primato della politica

Quella che andrò ad esporre di seguito è la mia teoria sui mutamenti consapevoli; un largo appello agli strumenti democratici in mano al popolo per riscuotere l’intera Nazione dal torpore che la caratterizza ormai da troppo tempo (a goderne è il sig. Astensionismo); infine una guida politica ( confido vivamente nel fatto che non sarà un “uomo solo al comando”, abbiamo brutte esperienze) che rinnovi profondamente lo spirito di questa società, che fondi il proprio operato sull\’onestà, sul rispetto delle leggi e sul disinteresse personale, per il bene di tutti. Se questo avverrà un domani, potremmo dire di avere finalmente una Nazione che ha costruito, non subìto, un mutamento di cui andare fieri. La domanda è: chi si farà carico di questa responsabilità?storici e politici delle nostre società passate, presenti e future. La domanda è: quali sono gli ingredienti per la ricettarivoluzione”?

A mio modesto parere questi ingredienti sono tre:

  1. Una base culturale;
  2. Un movimento sociale;
  3. Una guida politica.

Queste tre componenti si susseguono in ordine cronologico, ma non sono presentate in ordine d’importanza. Come si può infatti desumere dal titolo dell’articolo, ritengo che il ruolo fondamentale lo abbia il terzo punto. Cerchiamo di capire perché analizzando in sequenza i tre ingredienti. L’esempio che porterò per tramutare la teoria in pratica è la Rivoluzione per eccellenza: quella Francese. Se questo esempio non vi aggrada provate a prendere tanti altri mutamenti successi nella Storia (Fascismi, Rivoluzione Russa, Gloriosa Rivoluzione, Rivoluzione Americana, passaggio da Repubblica Romana a Impero Romano, ecc…).

Una base culturale

Per base culturale s’intende un insieme di concezioni, teorie, idee, ideologie, tradizioni, comportamenti, opinioni, credenze e costumi che caratterizza un determinato contesto storico-sociale. Questa base culturale deve svilupparsi, essere continuamente alimentata e diffusa. Un nuovo modo di vedere la realtà deve diffondersi nella società, mutandone le radici a poco a poco. I due strumenti principali attraverso cui giungiamo a questo mutamento della base culturale sono due: l’istruzione e l’informazione. L’istruzione è per l’appunto rivolta ai più giovani, che creano la loro forma mentis indirizzati dalle scelte di un determinato metodo educativo. L’informazione è invece rivolta alla fascia dei “cittadini attivi” (o presunti tali) e informando dà adito alla cosiddetta opinione pubblica. Se prendiamo il nostro esempio della Rivoluzione Francese la base culturale è rappresentata dall’Illuminismo, sviluppatosi per tutto il XVIII secolo e applicatosi nei valori democratici che stanno alla base della Rivoluzione.

Un movimento sociale

“Con un libro non cambi il mondo”, diceva qualcuno, e forse aveva ragione. Benché gli intellettuali, gli scrittori o chi per loro facciano propaganda e si muovano per fornire una coscienza al “popolo”, non è sufficiente affinché avvenga un mutamento radicale della società. Affinché avvenga c’è bisogno di un movimento sociale. Per movimento sociale s’intende un insieme di manifestazioni, istanze, tumulti, iniziative ( si spera sempre pacifiche ), volte a far sentire la propria voce ai governanti. Il movimento sociale è il momento d’oro della “folla” manzoniana. È il momento delle proposte, dei dibattiti, degli scontri (purtroppo a volte anche violenti), delle opinioni contrastanti. È il momento della confusione. Ciò può avvenire per ragioni di crisi economica, o per la guerra, per epidemie o per altre condizioni storico-sociali. Nella Rivoluzione Francese questo avvenne quando i contadini cominciarono a prendere d’assalto i castelli dei nobili e quando i cittadini si avventarono furiosi contro la Bastiglia.

Una guida politica

Infine la guida politica. Un movimento sociale, reso consapevole da una solida base culturale, è puro caos senza un indirizzo politico. Un esempio concreto può essere il biennio rosso italiano. Il “fare come in Russia” si risolse in un nulla di fatto per la mancanza di una concreta leadership politica. Cos’è una guida politica? Per guida politica s’intende quell’individuo, più individui, partito o istituzione che sono caratterizzati in modo chiaro e inequivocabile da un determinato programma, slogan, ideologia, pensiero politico. Le sorti di un mutamento radicale della società rimangono relegate al limbo dell’indeterminatezza finché una figura fra quelle indicate prima non si fa carico di trainare e indirizzare il movimento. Il primato della politica sta nel fatto che è proprio la politica a determinare l’esito e le caratteristiche di tutto ciò che è avvenuto prima. In base alla figura che riesce a ottenere la leadership e a fornire un indirizzo la società muterà in una determinata maniera. Anche qui l’esempio della Rivoluzione Francese ci aiuterà a comprendere meglio. Nessuno si sogna di dire che prima del 1789 non c’erano state rivolte cittadine o contadine. Cosa avvenne di diverso quindi? La base culturale era diventata solida, e chi l’aveva sostenuta e alimentata (gli intellettuali) si presentò come guida politica, e nacque così la Repubblica. Evidentemente la guida politica fu inadeguata, difatti sappiamo che successivamente quelli furono anni di terrore e caos in Francia. Ancora una volta, però, arrivò dopo alcuni anni una nuova guida politica, Napoleone Bonaparte, che stravolse il precedente indirizzo politico (da Repubblica democratica si passo a un Impero semi-dittatoriale) e diede un nuovo volto alla Francia. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo se Napoleone avesse fallito la sua campagna d’Egitto o se un infarto l’avesse colto in giovanissima età, quel che sappiamo è che la Francia sarebbe potuta diventare qualsiasi cosa (come infatti avvenne negli anni precedenti a Napoleone): una Monarchia costituzionale, una Repubblica parlamentare, un territorio anarchico persino! Eppure giunse in quel momento, in quel contesto quella figura a determinare quell’esito politico.

La conclusione a cui voglio giungere, tornando ai giorni nostri, è la seguente: se vogliamo un radicale cambiamento della nostra società dobbiamo percorrere e lavorare su queste tre fasi: un’intensa attività di informazione e formazione di giovani e adulti, per formare coscienze critiche e cittadini attivi e consapevoli; un largo appello agli strumenti democratici in mano al popolo per riscuotere l’intera Nazione dal torpore che la caratterizza ormai da troppo tempo (a goderne è il sig. Astensionismo); infine una guida politica ( confido vivamente nel fatto che non sarà un “uomo solo al comando”, abbiamo brutte esperienze) che rinnovi profondamente lo spirito di questa società, che fondi il proprio operato sull’onestà, sul rispetto delle leggi e sul disinteresse personale, per il bene di tutti. Se questo avverrà un domani, potremmo dire di avere finalmente una Nazione che ha costruito, non subìto, un mutamento di cui andare fieri. La domanda è: chi si farà carico di questa responsabilità?

Luca Giarmanà

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Un pensiero su “Il primato della politica

  1. Dario ha detto:

    Ciao Luca.
    Sperando di fare cosa gradita e soprattutto utile ho scritto quanto segue, stimolato da quanto da te scritto.
    Queste riflessioni mi sovvengono in mente al fine una possibile maggiore sistematizzazione concettuale di ciò di cui parli. Ovviamente nessuno ti obbliga a tenerle in considerazione, ma a mio parere utilissime per continuare un percorso di pensiero delle cose che hai scritto.
    Premetto che non sono un politico, né uno studioso sistematico di filosofia politica, ma sono convinto che solo così possiamo rispondere “alle nuovi condizioni di cultura e ai nuovi fatti che ci tocca dominare” (Benedetto Croce, “Breviario di estetica”).
    1) riguardo la base culturale si potrebbero fare dei raffronti da un lato col concetto di “egemonia” gramsciano, e dall’altro col concetto di ideologia di Althusser. Sono due pensatori dello stesso orientamento filosofico ma che hanno elaborato la cultura in queste due maniere molto differenti declinandone due differenti aspetti, si direbbe quasi due facce di una stessa medaglia. La prima la di fa rientrare all’interno della prassi rivoluzionaria marxista, ove la cultura fungesse da terreno perché i germi della rivoluzione potessero nascere; l’altra vede la cultura come la forma sociale principale che blinda i rapporti di potere e sfruttamento, in modo che l’ideologia diffusa, la cosiddetta cultura, non è altro che la proiezione del pensiero della classe dominante, uno strumento dal profilo gattopardesco, affinché tutto rimanga identico pur cambiando. In questo senso Althusser pone uno iato tra ideologia e scienza, in cui la seconda sarebbe tipica di quelle dottrine, discipline, filosofie che si pongono al di là di ogni statuto ideologico, atto a conservare l’esistente.
    2) Riguardo al movimento sociale, a mio avviso, andrebbe fatta una critica serrata di tale concetto, soprattutto se lo si definisce come folla e lo si articola all’altro concetto di guida politica. Sicuramente il problema di quale sia il soggetto politico cui possa rivolgersi un’ideologia politica rivoluzionaria è evidente e quanto mai attuale. Le evidenti disorganizzazione e disfatta, al livello anche planetario, di qualsiasi sinistra dice appunto dell’assenza di un soggetto politico preciso cui un movimento politico autenticamente rivoluzionario possa rivolgersi. La storia della sinistra italiana dall’89 passando per il ventennio berlusconiano, fino al marionettismo attuale del governo Renzi dimostra dell’assenza degli interlocutori verso cui una sinistra dovrebbe rivolgersi. Tutto ciò sempre ammesso che si voglia parlare ancora di sinistra, anche in maniera generica, e non propriamente di comunismo. E poi ammesso e non concesso che l’oggetto concettuale della rivoluzione di cui parliamo sia lo stesso.
    Pertanto ritengo fondamentale anche qui che si adoperino a severe critica le concettualizzazioni di movimento politico e di guida. A questo proposito, potrei suggerire le speculazioni psicoanalitiche freudiane sulla psicologia delle masse. “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, come tutti i testi di Freud, è un testo complesso e di non facile accesso al contrario di come potrebbe apparentemente sembrare, ma in compenso è un testo denso di nodi teoretici utili a districarsi sulle problematiche dinamiche dei rapporti di una massa col capo (“Furher”), dell’individualità singola con la massa. Qui dico solamente che Freud paragona il processo di formazione della massa a quello dell’innamoramento, per cui l’Io del soggetto massificato si svuota per idealizzare la figura del capo assolutizzandola. Per cui Egli può tutto ed ha sempre ragione, è in questo processo di “spersonalizzazione” che la coscienza individuale retrocede lasciando il posto al potere della folla. L’individuo nella folla si ritrova in uno stato primitivo, regredisce rispondendo solo ed unicamente al principio del piacere, annullando ogni potere di controllo su di sé e sulle proprie azioni. In secondo luogo, l’individuo nella massa si identifica con gli altri membri e tutti proiettano il proprio ideale dell’Io nel capo, oscillando, come per il melanconico, tra momenti di idealizzazione estrema del capo, annullando il proprio Io, e momento maniacali di furore in cui si identifica col proprio capo, annullando l’ideale dell’Io. Nel potere di suggestione del capo sulla massa starebbe la chiave di volta della psicologia delle masse. Tutto il problema coincide con quello del cristianesimo: come far sì che ogni cristiano si identifichi a Cristo (il capo) amandolo, pur amando e identificandosi con gli altri cristiani (la massa), cioè di come mantenere una propria individualità pur restando all’interno della massa per certi versi. Questa lettura freudiana si mostra essere di grande attualità, alla luce di numerosi fatti di cronaca anche attuali: dal fondamentalismo islamico a certe manifestazioni da stadio, da certi populismi politici di destra (da Berlusconi a Salvini) fino a, perché no, la psicologia di massa dei social network e dei mass-media virtuali.
    3) Infine, vorrei riportare e tematizzare brevemente un’osservazione rivoltami da una persona che di politica, di storia e di filosofia ne capisce molto più di me. Il concetto di rivoluzione non è che sia qualcosa di così indispensabile ad un possibile cambiamento. La rivoluzione francese era una rivoluzione borghese. Ed anzi la rivoluzione è il carattere tipico della borghesia, addirittura del suo agire economico ed imprenditoriale (Marx). Per tal ragione non è così indispensabile fare la rivoluzione, anche perché non è detto che questa coincida con un reale cambiamento (ancora una volta il Gattopardo qui può insegnare, soprattutto a noi siciliani).

    Anzi si potrebbe radicalizzare un po’ questo discorso: è sicuro che il cambiamento, la rivoluzione non siano che un ripiegarsi in senso sociale della passione per la novità tipica dell’atteggiamento borghese? La passione per la novità non è forse ciò che muove il mercato del consumo, dimostrandosi così nient’altro che uno degli ultimi e potenti retaggi dei valori della borghesia ormai in estinzione?
    Potremmo ancora dire che l’ideologia contemporanea, quella promossa dai politici, dai mass-media, fino alle pubblicità, è tutta incentrata sull’idea (sull’ideologia) del cambiamento. Concetti così nucleari quali “flessibilità”, “innovazione”, “modernizzazione”, “apertura al cambiamento e alla diversità”, ecc che si trovano in bocca di economisti, politici e pubblicitari intessono una trama comune in cui l’individuo medio si trova a cadere, prendendo per sacrosanto il valore del cambiamento. Ciò sta a dirci della tensione nella società contemporanea verso la ricerca continua di qualcosa di nuovo, l’eterno movimento e divenire di tutte le cose nella dimensione del mercato finanziario, che ci fa benedire Eraclito. E forse è a partire da questi che giustifichiamo la guerra per esportare la democrazia, forse avendo in mente il motto “Polemos è il padre di tutte le cose”.
    Sottomesso agli imperativi il bulimico consumatore va alla ricerca infinita dell’ennesima novità che hanno da offrirgli. In tale meccanismo non c’è legge o valore alcuno che possa contenere questo godimento, cosicché la società contemporanea va alla distruzione programmatica delle sue stesse fondamenta: dalla delegittimazione ufficiale del matrimonio fino alla diffusione capillare di una cultura relativista, senonché nichilista, la società di massa corrode tutti i valori patriarcali e ingoia ogni possibile presa di coscienza individuale che possa pensare minimamente di opporvisi e resistere.
    Ma questa realtà del cambiamento assoluto che dall’economia pervade tutti i campi (ideologica, politica, sociale, ideologica, culturale) prende le mosse dallo stesso statuto ideologico borghese da cui nasce il concetto di rivoluzione. Sarà pure vero che anche la rivoluzione d’ottobre, che non era borghese, era una rivoluzione, ma bisogna considerare poi la dittatura di Stalin come corrispettiva (con le dovutissime differenze) a quella di Robespierre per la rivoluzione borghese francese.
    Questa della definizione di rivoluzione e cambiamento, dunque appare una problematica di non secondaria importanza, almeno a mio modesto modo di vedere. Bisogna “essere tutti diversi per essere tutti uguali” (Bauman), questa filosofia di vita così diffusa e taciuta al tempo stesso, anche a se medesimi, mostra evidentemente il profondo carattere borghese, e dunque gattopardesco, che trova forse nel concetto di rivoluzione un suo ricettacolo: cambiare per far rimanere le cose identiche. Per non ricadere nell’ideologia (sempre Althusser) bisogna dunque che concetto di rivoluzione e senso comune siano messi anch’essi a severe critiche teoretiche.
    Certo sorge la questione: “c’è un cambiamento possibile senza il cambiamento?”.
    Una domanda questa che porta con sé, già nella sua forma, la rispettiva risposta: il cambiamento è il non-cambiamento. Il vero cambiamento è uscire dalla logica necessitante ed invischiante del cambiamento a tutti i costi. Se è vero che l’azione è sempre una negazione del già dato (Kojève), ovvero il cambiamento, allora il cambiamento del cambiamento è il non-cambiamento (che non coincide nemmeno con la stasi). Il non-cambiamento sarebbe qualcosa che ha a che fare con il concetto di “negazione” così come Freud ne tratta in un suo omonimo scritto, il modo in cui l’inconscio si manifesta alla coscienza.
    In altri termini diciamo che è a partire dal non-cambiamento che si può accedere ad un cambiamento, è il non-cambiamento che permette l’accesso al cambiamento. Così come in un sistema aperto, un essere vivente per esempio, l’entropia totale (cioè il disordine, quindi il cambiamento) è sempre negativa, proprio perché lo scambio di energia con l’esterno da parte del sistema è continuo, in modo da garantire l’omeostasi (non-cambiamento) continua dell’organismo, mentre in un sistema chiuso l’entropia tende sempre al massimo ed è positiva, cosicché il disordine entro il sistema è massimo fino a che non si ferma, risultando anch’esso uno stato di omeostasi. È a partire, dunque, dalla presa di coscienza del non-cambiamento nel cambiamento che si può accedere al cambiamento nel non-cambiamento.
    Ciò cosa significa politicamente? Che il celeberrimo motto di Marx “i filosofi hanno fino ad ora interpretato il mondo, adesso è il momento di cambiarlo”, significa che l’unica azione che possa definirsi reale è quella pensata, se non il pensiero stesso: è già il pensiero stesso del cambiamento (“adesso è arrivato il momento di cambiarlo”) nel non-cambiamento (“i filosofi fino ad ora hanno interpretato il mondo”) ad essere il cambiamento reale stesso.
    Per inciso come altri due riferimenti bibliografici indicherei “La Morte del Sole” di Sgalambro e “Al di là del principio di piacere” di Freud. Infatti per quest’ultimo il rapporto con la pulsione di morte, come tendenza ad uno stato perenne di tensione, di cambiamento, che si declina nella coazione a ripetere in forma di un eterno ritorno dell’uguale.
    Insomma, dal groviglio logico originariamente borghese, poi ultracapitalistico, del cambiamento (peraltro sempre sommessamente sponsorizzato come utopistico, quindi per definizione fittizio) si può uscire attraverso la stessa logica linguistica: il problema dell’azione politica, perché è in ciò che si declina di fatto il tema del cambiamento, è innanzitutto un problema di definizione, cioè eminentemente linguistico. In altre parole l’azione politica è, come dici bene tu, qualcosa che attiene ad una “base culturale”, è cioè a partire dalla stessa presa di coscienza. La formulazione concettuale e teoretica dell’azione politica ne implica già in sé la più radicale realtà.
    Ad ogni modo se ne potrebbe riparlare in maniera più ampia e precisa successivamente, anche per farmi io stesso le idee chiare riguardo a queste tematiche.
    Saluti.
    D. A.

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