Presidenzialismo: se non ora, quando?

Il Presidente Napolitano l’aveva annunciato ufficialmente durante il messaggio di fine anno alla nazione che, al termine del semestre di presidenza del Consiglio Europeo dell’Italia, avrebbe rassegnato le dimissioni. E così è stato alle 10:25 del 14 gennaio, nessun colpo di scena o ripensamenti. Le dimissioni di uno dei presidenti più contestati e discussi della nostra storia repubblicana, gettano nuovamente il Parlamento e il paese intero in pieno clima toto-presidente. Nomi più o meno illustri di politici, giuristi, economisti, vengono accostati alla prima carica dello Stato.

In questa sede però ci si vuole soffermare sulle modalità d’elezione del Presidente della Repubblica. Com’è noto, il Capo dello Stato viene eletto tramite elezioni indirette, ovvero non è il corpo elettorale ad essere interpellato bensì i rappresentanti da questi nominati ad un determinato ufficio – nel caso di specie i 945 parlamentari sommati a 58 delegati regionali. Appare evidente che una modalità d’elezione simile potrebbe facilmente prestarsi a ricatti politici, a giochi di palazzo, all’instaurazione di veri e propri rapporti di do ut des politici, in una girandola di scambi e favori che poco o nulla avrebbero a che vedere con l’interesse nazionale.

Altro fattore certamente non secondario che deve far riflettere sta nella peculiarità che tre dei quattro leader dei partiti che decideranno l’elezione del Presidente della Repubblica non sono nemmeno rappresentanti di una delle due camere parlamentari (Matteo Renzi, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, anche se questi è decaduto dalla carica di senatore in ottemperanza alla legge Severino; l’unico ad essere stato eletto è Angelino Alfano, Nuovo Centrodestra).

Allora la domanda sorge spontanea: perché non considerare l’introduzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica anche in Italia con conseguente modifica dell’assetto istituzionale del Paese? In democrazia, si sa, l’unico modo che il cittadino ha di far sentire la propria voce, manifestare la propria opinione, è quella di impugnare la matita elettorale ed esprimere la propria preferenza per eleggere il proprio rappresentante. Perché ciò non deve essere possibile anche in Italia per la carica più importante dello Stato? Gli italiani sono ancora certi di voler proseguire con quest’impianto istituzionale che facilmente si presta a governi di larghe intese?

Chi è nato negli anni novanta e non ha vissuto o studiato i tempi della prima Repubblica, è stato abituato ad una forma – seppur ibrida – di bipolarismo, al punto da balzar sulla sedia quando il presidente Napolitano, per ovviare allo stallo istituzionale successivo alle elezioni politiche del 2013, decise di affidare il mandato esplorativo ad Enrico Letta (Partito Democratico, Csx), essendo certo che questi avrebbe interpellato Silvio Berlusconi (ex Popolo della Libertà, Cdx) per dare un governo al Paese. Lor signori dimenticano che l’Italia repubblicana si è retta nella maggior parte dei casi su governi di larghe intese, fino al 1994. Noto ai più è certamente il “patto del camper”, chiamato anche “CAF” (Craxi, Andreotti, Forlani) o Pentapartito, sul quale il Paese si reggerà dal 1980 al 1992, che vedeva coalizzati il Partito Socialista Italiano, la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Democratico, il Partito Liberale Italiano e il Partito Repubblicano Italiano; partiti, dunque, d’estrazione ideologica diametralmente opposti.

È giunto il momento di considerare l’ipotesi del presidenzialismo, di discuterne apertamente senza pregiudizi o preconcetti, senza farsi intimorire dalle tesi avanzate dai detrattori secondo cui si arriverebbe ad una concentrazione massiccia di poteri nelle mani di una sola persona. Francia e Stati Uniti d’America, per citare due casi, sono nazioni che non hanno conosciuto dittature nel secolo scorso, eppure, seppur in forme diverse, sono repubbliche presidenziali che all’interno delle loro costituzioni hanno saputo elaborare modelli equilibrati nella distribuzione dei poteri.

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