Se questo è un giorno

Mi appresto a scrivere con una certa “ansia da prestazione”, se così può esser definita, perché l’argomento che sta per essere trattato è uno di quelli difficili. Di quelli complessi, in cui niente è bianco o nero. È uno di quei temi che la generazione 2.0 – me compresa, ben s’intenda – rischia di bypassare e relegare in un qualche proprio cantuccio della memoria. Ed è di Memoria che si sta per parlare: collettiva, storica, ma pur sempre memoria. Bisogna indossare i guanti, indorare la pillola e battersi il petto sussurrando mea culpa? No, non è questo ciò che ci viene richiesto. È necessario, piuttosto, perdere qualsivoglia ampollosità e, se filosoficamente si vuol parlare, accettare che il male non sia stata e non sia un’entità astratta, checché sia il proprio credo personale: il male si personificò in quei milioni di uomini (e donne) che al grido di “Heil Hitler!” diventarono il braccio destro della tortura e della morte.

Circa dieci anni fa l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dichiarava il 27 gennaio data significativa per celebrare il cosiddetto Giorno della Memoria, dedicato alla commemorazione delle vittime della Shoah. Data già riconosciuta dalla Repubblica Italiana qualche anno prima, il 27 gennaio 1945 – solo settant’anni fa, in fondo, anche se sembra un’epoca molto remota – le truppe dell’Armata Rossa scovarono mestamente il notorio campo di concentramento di Auschwitz e ne liberarono i pochi superstiti. L’indicibile orrore perpetrato tra le mura di, per citare due dei campi più estesi, Birkenau e Monowitz è ormai passato alla storia: sono nomi marchiati a fuoco in maniera indelebile nella nostra mente come luoghi di terrore e morte.

Ciononostante, noto che la maggioranza del popolo italiano si approccia a questi fatti in maniera quasi… distaccata. Come se il genocidio nazista di ebrei, dissidenti politici e religiosi, portatori di handicap di vario genere o zingari non sia un fatto che ci tocchi personalmente. Come se l’annientamento di milioni di persone non sia una tragedia umana, ma tedesca. Sono loro i cattivi. Noi, la coscienza, ce l’abbiamo pulita. Non siamo noi quelli che hanno ammazzato. Tanto di cappello alle numerose cerimonie e iniziative organizzate in occasione di questo mesto anniversario, al fine di scavare nella questione e renderla attuale il più possibile. Proprio per questo, mio dovere – e di ogni cittadino – è quello di gettare luce su tutte le responsabilità, anche quelle italiane.

Maggio 1938: il Führer si reca a Roma a far visita al Duce. Settembre 1938: Benito Mussolini proclama dall’alto del Municipio di Trieste l’emanazione delle leggi razziali antiebraiche e si comincia a leggere La Difesa della Razza o a fare proprie l’ideologia del Manifesto. Bolzano, Fossoli e Risiera di San Sabba: località turistiche? No, signori, Konzertrationslager. Perché questi dati? Sono informazioni che non sono state scritte nero su bianco al fine di puntare il dito a questo o a quest’altro territorio (e in questo sia Terroni che Polentoni siamo piuttosto bravi, c’è da ammetterlo), ma affinché ci si renda conto che antisemitismo e razzismo sono (state) realtà italianissime. Con nostra grande vergogna. Siamo il Paese che ha avuto un Presidente del Consiglio capace di affermare che “l’Italia non ha le stesse responsabilità della Germania, ma ci fu una connivenza che all’inizio non fu completamente consapevole”. Meno male che ce ne siamo liberati. Forse.

Alle elementari, quando ci viene chiesto a cosa serva lo studio della Storia, ci viene inculcata una semplice risposta corretta, che ormai ci appare quasi come un luogo comune: serve a capire gli errori del passato e a non commetterli più in futuro. Ne siamo proprio sicuri? In fin dei conti, passatemi la provocazione, siamo tutti Charlie e nessuno è Ahmed. Per non dimenticare.

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