Combattiamo, mia Libia

Ultimamente l’occhio di bue della stampa internazionale, ma soprattutto italiana, è puntato sulla Libia: testate giornalistiche varie e telegiornali di ogni sorta si sono dedicati, senza lasciare a casa allarmismi e clamori, alla presenza dello Stato Islamico sulle cose del sud-Mediterraneo e ai possibili pericoli che quest’ultimo potrebbe comportare per l’Italia. Una delle teorie più diffuse è quella secondo la quale l’ISIS si sia impadronito di questi territori per facilitare possibili attentati al Bel Paese e all’Europa meridionale in generale: del resto dichiarazioni come “conquisteremo Roma” lasciano ben poco all’immaginazione. Chi monitora la calda situazione libica, però, afferma che per l’ISIS non è tutto oro nero quello che luccica: gli analisti ritengono che, seppur le circostanze non debbano essere né sopravvalutate né sminuite o minimizzate, le cellule dello Stato Islamico ivi presenti non siano composte da più di un centinaio di militanti.

Dove si trova esattamente l’ISIS in questo momento? La questione non è sicuramente ben definibile, ma è comunque bene cercare di fare un po’ di chiarezza. La prima base dei seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi si trova a Derna, città della Libia nordorientale, ed è tuttora considerata il centro propulsivo dell’attività terroristica. Tuttavia, è notizia delle ultime ore che gli uomini dell’ISIS avrebbero abbandonato tempestivamente questo centro per dirigersi e diramarsi in altre località non ben precisate. Secondo fonti locali dell’emittente araba Al Arabiya, diversi automezzi dei miliziani si sarebbero spostati nella zona montagnosa di Ras al Helal e gli edifici fino a poco fa occupati dai combattenti sarebbero adesso vuoti. Una possibile spiegazione di questa scelta è il voler evitare gli attacchi aerei che per giorni li hanno già vessati. Tra la scomparsa generale anche quella dei vessilli neri che svettavano orgogliosi sulle cime di questi palazzi.

Nel mirino dei territori controllati in Libia dall’ISIS ci sono anche le città di An Nawfaliyah e Sirte, che preoccupano maggiormente perché più prossime alla capitale. La minaccia dello Stato Islamico non è riconosciuta soltanto dall’attuale governo legittimo, rifugiatosi a Tobruk e Baida e sostenuto dalle regolari forze libiche che rispondono al comando del generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar e che conta sull’appoggio esterno dell’Egitto e degli Emirati Arabi Uniti. L’ISIS è anche preoccupazione di Alba della Libia, la principale compagine di forze islamiste in quei di Tripoli, formata sia da estremisti che moderati.

Perché l’ISIS si trova in questi territori? È dello scorso mese la traduzione del titolo di propaganda Libia: una porta strategica d’accesso per lo Stato Islamico. In questo documento, che cerca di convincere il maggior numero di miliziani a unirsi alla causa, si evidenzia la posizione strategica della Libia nel Maghreb: confinando con Sudan, Ciad, Niger, Egitto, Tunisia e Algeria – tutti paesi con un più rigido regime anti-terrorista – forte è la speranza di reclutare un gran numero di combattenti stranieri.

Tra le pagine che compongo lo scritto, il passo più citato e che ha colpito nel vivo la politica e la stampa di casa nostra è indubbiamente quello che ci riguarda più da vicino: citando testualmente, la Libia “ha una costa che si estende per moltissimi chilometri e che guarda agli stati crociati del sud, che possono essere raggiunti facilmente anche con una barca rudimentale”. Non assolutamente celata è la volontà e la possibilità di attaccare Paesi europei. Piano con gli allarmismi, però: finora non esiste alcuna prova inconfutabile che lo Stato Islamico sia anche solo in grado di compiere azioni del genere su larga scala. Ciò che più sconvolge è che i tagliagola dell’ISIS non siano solo killer esperti ma anche esperti di comunicazione.

I venti di guerra, intanto, soffiano già: non è un segreto che da Spezia e Taranto siano partite alcune unità della Marina Militare Italiana che sosteranno in agguato al confine con le acque territoriali di Tripoli. Quella che formalmente è stata definita un’esercitazione sembra in realtà un malcelato spiegamento di forze alla difesa del Paese. O a difesa, insieme al governo legittimo di Tobruk, di 520 km di comuni interessi economici. Il posto al sole è più bollente che mai.

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