Dall’Alpi alla Sicilia, è tutta una casa

Il 17 marzo 1861 iniziava a concretizzarsi, dopo anni di guerre, il sogno di tanti giovani romantici combattenti e rivoluzionari patrioti: il sogno di un’Italia libera dal giogo straniero, indipendente, unita sotto un’unica bandiera, il Tricolore. Il sogno dei genovesi Mameli e Novaro, del modenese Menotti, del palermitano Pilo, del veneziano Nievo; e proprio a quest’ultimo, Ippolito Nievo, chiedo in prestito le parole per titolare questo mio pensiero nei confronti dell’Italia, speranzoso che mi perdoni per l’oltraggio recatogli.

L’amor di patria che sembra emergere dagli scritti di Ippolito Nievo nei confronti dell’Italia è paragonabile al primo amore che ogni adolescente, almeno una volta nella vita, ha provato nei confronti di una ragazza; non la ragazza perfetta in senso oggettivo – quel tipo di perfezione non appartiene a questo mondo – ma la ragazza perfetta per noi. Un amore quasi irrazionale, un amore travolgente verso qualcosa che senti tuo dentro, un amore che, chiedendo in prestito una metafora sempre a Nievo, nasce “come un’erba spontanea, non come una pianta da giardino”.

È un amore consolidatosi nel corso degli anni, dopo aver letto le gesta degli eroici patrioti del Risorgimento italiano, periodo raramente approfondito tra i banchi di scuola – non se ne conoscono bene le cause. Ripenso alle Cinque Giornate di Milano, a Pastrengo, a Custoza, a Magenta, e a tutti i campi di battaglia sui quali tanti persero la vita in nome di un ideale; ai giovani morti in battaglia per donare agli italiani un sogno chiamato libertà. Soprattutto in quest’anno particolare, il 2015, poiché il 24 Maggio saranno passati cento anni dall’ingresso dell’Italia all’interno del primo conflitto mondiale. Un conflitto che gli storici hanno chiaramente definito come Quarta Guerra d’Indipendenza, poiché consentirà al Belpaese di completare il processo d’unificazione nazionale iniziato nel 1861 con la conquista di Trento e Trieste.

Oggi questa mia Patria si trova a fronteggiare nemici di varia natura, provenienti da dentro e fuori i confini nazionali. Da un lato la minaccia terroristica dell’ISIS che nei propri filmati giura di conquistare Roma, dunque il cuore stesso dell’Italia intera. Dall’altro lato il nemico è interno, in particolare il Sud Tirolo e il Veneto, da tempo desiderosi d’ottenere l’uno l’annessione all’Austria, l’altro la totale indipendenza. Pensare che proprio da quel Veneto provengano certe istanze, dallo stesso Veneto che comprende il Piave, il Monte Grappa, sui quali tanti siciliani, lombardi, calabresi, laziali, campani, piemontesi e altri ancora, hanno versato sangue contro l’esercito austro-ungarico per difendere quei confini, mi lacera il cuore. Pensare che certe richieste provengano dalla terra madre del fin qui tanto citato Ippolito Nievo fa davvero male. Forse, più che un siciliano come me, dovrebbe essere un veneto come lui a leggere questi scritti e a chiedersi se sia il caso o meno di sostenere ancora questa battaglia.

Dal canto mio, porgendo i miei omaggi e auguri all’Italia, chiedendo umilmente venia a Nievo e parafrasandone per l’ultima volta alcuni passi, oggi più che mai affermo che “io nacqui vicentino, ai 17 agosto del 1992, e crebbi siciliano; e morrò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo”.

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