Terrore israeliano

Quella di Netanyahu è una vittoria che nasconde un significato molto profondo, e che non va trascurato. Benjamin Netanyahu, classe 1949, è il “nuovo” presidente dello Stato di Israele, dopo la sua consecutiva vittoria alle elezioni presidenziali avvenuta solamente due giorni fa. Leader del partito Likud, Netanyahu è un politico di una destra conservatrice e nazionalista. L’elezione degli ultimi giorni ha avuto come vertice il terrore che ha il popolo israeliano prova quotidianamente sentendosi minacciato dai vari Stati musulmani che non riconoscono la sua legittimità. Le paure non sembrano essere del tutto infondate: da poco più di un mese l’Iran ha affermato di armare ribelli palestinesi per la lotta contro Israele e di voler dotarsi di energia nucleare (cosa che se non venisse fatta in modo controllato sarebbe un’occasione per l’Iran di iniziare a possedere armi nucleari).

E infatti Netanyahu ha promesso che sotto il suo mandato la Palestina non avrà uno Stato (in realtà uno Stato di Palestina esiste già, ma non nel pieno delle sue funzioni e non dispone nemmeno di confini chiari). “Non ci sarà nessuno Stato palestinese finché sarò io a governare. Se vinco le elezioni non vi sarà alcuna concessione ai palestinesi e non smantellerò gli insediamenti in Cisgiordania. Fino a quando il Likud sarà al governo non divideremo Gerusalemme, ma continueremo a costruire e a fortificarla”, sono parole che non lasciano molto all’immaginazione del lettore, e lo stesso Netanyahu, oltre che con le parole anche con il suo temperamento ha fatto intendere che la politica anti-palestinese sarebbe stata dura e repressiva.

Ma è notizia fresca che, eletto da poco, Netanyahu abbia affermato di volere una pace tra il suo Stato e quello della Palestina, a patto che cambino delle condizioni: il premier israeliano desidera infatti un abbandono della politica in salsa terroristica tipica di Hamas (che controlla la striscia di Gaza), uno dei più grandi problemi che concorrono nella gestione dei territori palestinesi. È un problema, quello di Hamas, da non tralasciare in questa vicenda. Esso controlla militarmente l’intera striscia di Gaza, che per la sua posizione geografica rispetto a Israele potrebbe essere messa in rapporto allo Stato del Vaticano e la città di Roma, con una sostanziale differenza solamente nel piano diplomatico. Con i suoi missili, lanciati da tetti di abitazioni e di edifici pubblici con il fine di mettere con le spalle a muro Israele, ha più volte minacciato la sicurezza israeliana (d’altronde il suo obiettivo è la completa eliminazione di Israele, qualcosa di poco rassicurante, ma anche impossibile per uno Stato piccolo e debole come quello palestinese).

Perché, viene da domandarsi, un cambiamento di politica così veloce? La risposta è da trovarsi nelle reazioni dei principali Paesi occidentali alla vittoria di questo Likud aggressivo e guerrafondaio: gli Stati Uniti d’America, nella persona di Obama, non concordano con la politica estremista promossa da Netanyahu contro la Palestina in tempo di elezioni, in quanto insieme al Canada, all’UE e all’Australia si sta tentando a formare una pace dura e consolidata in Terra Santa (una pace che potrebbe portare a una riduzione del sentimento anti-occidentale in Medio Oriente e quindi a un maggiore controllo anche su possibili organizzazioni terroristiche che vogliono nascere o estendersi in quelle zone). Di conseguenza, rompere un rapporto con il resto dell’Occidente può essere pericoloso per uno Stato solo in mezzo all’odio come può essere lo Stato di Israele (seppure abbia un ottima difesa).

Forse, quello della paura, è l’unico motivo che può spingere a capire come mai la maggioranza del popolo israeliano abbia votato Netanyahu e non invece il leader del centro-sinistra Herzog, dalla politica più pacata e tollerante soprattutto nei confronti del popolo palestinese. Perché si è un po’ abituati a difendere Israele e considerare come guerriglieri e terroristi gli abitanti della Siria o delle già citate Palestina e Iran, ma difficilmente si riesce a vedere anche una rinuncia alla pace da parte dello Stato ebraico, che anzi viene considerato come uno Stato al pari di quelli “occidentali”. Dipingere un Satana, però, non è nemmeno corretto in questa vicenda: la storia è complicata, e attacchi, soprusi, crimini e spietate violenze sono state commesse in Terra Santa da tutte le fazioni in gioco, e nessuno assomiglia a Gesù tra quei proiettili che svolazzano tra la gente, quei bambini maciullati dalle bombe, e quella povera, piccola e martoriata lingua di terreno (la striscia di Gaza) che si trova a soffrire la più grande privazione: quella della libertà.

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