Nessun prigioniero!

(Massacro di Biscari ’43: gli americani hanno le mani sporche di sangue italiano)

Nella notte fra il 9 e il 10 Luglio 1943 ebbe inizio l’operazione Husky. Inglesi e americani sbarcarono sulle coste meridionali siciliane, in località Scoglitti nei pressi di Licata, in un’operazione che circa 2 mesi dopo, il 3 Settembre 1943, avrebbe visto il Regno d’Italia firmare l’armistizio di Cassibile per la cessazione delle ostilità contro le forze anglo-americane Alleate. Una vera e propria resa senza condizioni. Subito dopo lo sbarco la settima armata statunitense, al comando del generale George Patton, si diresse verso gli aeroporti di Comiso, Gela-Ponte Olivo e Biscari-Santo Pietro, dislocati sul territorio sud-est dell’isola, con l’obiettivo di distruggerli.

Il generale Patton, al momento dello sbarco, pronunciò un discorso di incitamento ai suoi soldati. Parole di fuoco che macchiarono di sangue l’avanzata alleata: “Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!”. E fu con queste parole che rimbombavano nella testa dei soldati americani che il 180° Reggimento della 45esima Divisione di fanteria si diresse verso l’Aeroporto di Biscari-Santo Pietro. Tale aeroporto, situato all’interno del Bosco di Santo Pietro in territorio di Caltagirone, chiamato dagli Alleati Biscari (antico nome dell’odierna Acate), non era costituito che da una semplice pista in terra battuta presidiata da diverse batterie di contraerea.

La notte fra il 13 e il 14 Luglio 1943 la zona dell’aeroporto fu pesantemente bombardata. All’alba del 14 Luglio 1943 iniziò una strenua resistenza che si concluse nel pomeriggio con la resa dei soldati italiani e del piccolo gruppo di soldati tedeschi a supporto. A questo punto i fatti della giornata del 14 Luglio si sdoppiano. Stando alle stime, il capitano John Compton fece 38 prigionieri, fra cui 2 tedeschi, mentre il sergente Horace West fece 39 prigionieri, e anche qui 2 di loro erano tedeschi, per un totale di 77 prigionieri, di cui 4 tedeschi. I 38 prigionieri del capitano Compton uscirono con le mani alzate dal loro rifugio, alcuni sventolando fazzoletti bianchi in segno di resa. Vennero spogliati in mutande e vennero loro sottratti gli oggetti di valore. Vennero condotti a piedi nudi per un sentiero, fino ad una radura. Gli americani ordinarono ai condannati di scavare una fossa e di disporsi in fila per due. Cominciò il massacro.

I primi a soccombere furono due tedeschi. Seguirono gli italiani, in maggior parte bresciani. Ad un certo punto un grido turbò la solennità dell’esecuzione: “tusi, scapemo!” che in dialetto veneziano significa “ragazzi, scappiamo”. A pronunciare quelle disperate parole fu Virginio De Roit. Si lanciò verso il fiume assieme con altri due condannati, Silvio Quaiotto ed Elio Bergamo. Passarono alcuni secondi prima che i carnefici si resero conto che 3 dei loro prigionieri scappavano verso la salvezza. Secondi preziosi che permisero ai 3 di guadagnare terreno e nascondersi fra i rovi delle sponde del fiume Ficuzza. Nel frattempo sentivano in lontananza gli spari che scandivano il tempo della strage. Ultimata la carneficina, andarono a cercarli. Scaricarono le loro armi sul fiume, sperando di concludere il lavoro. Secondi di silenzio. De Roit intuì che quei bastardi stavano andando a prendere il lanciafiamme. Una manciata di minuti dopo un incendio bruciò il terreno tutto attorno al fiumiciattolo.

Nelle stesse ore l’altro gruppo composto da 37 prigionieri, di cui 2 tedeschi, veniva condotto dal sergente Horace West verso Piano Stella, all’interno del Bosco di Santo Pietro. Dopo aver camminato per circa 1 km, il sergente West ordinò ai prigionieri di arrestarsi e di disporsi su due file. Fu il sergente Horace West in persona ad aprire il fuoco, scaricando tutti i proiettili del suo fucile mitragliatore sui compatrioti del popolo che si accingeva a liberare. Giuseppe Giannola era uno di loro. Palermitano, cresciuto durante il ventennio fascista senza tuttavia sposarne mai in pieno gli ideali, Giannola cadde sotto le scariche di mitragliatrice. Ma non morì. Un proiettile gli fratturò il polso destro. Dolorante, ma tuttavia vivo, rimase per circa due ore e mezza nascosto e silente sotto quell’ammasso di corpi che la crudeltà alleata aveva reso cadaveri. Non avvertendo più la presenza dei carnefici, Giannola cercò di divincolarsi da quell’informe agglomerato di carne putrescente, giacché il sole siciliano di metà Luglio non dava tregua. Fece per rialzarsi, e da lontano un soldato americano esplose un colpo. Giannola perse i sensi e cadde riverso. Dopo un po’ si riebbe. Il colpo esploso da quell’infame lo aveva colpito di striscio all’orecchio. Cominciò a strisciare e si portò vicino ad un albero dove intravide altri americani. Stavolta avevano una croce rossa cucita sul braccio. Ricevette un primo soccorso e gli fu fatto intendere che di lì a poco sarebbe giunta un’ambulanza. L’incubo stava per finire. Da lontano vide un fuoristrada, raccolse le poche forze rimastegli e si alzò, facendo segno di fermarsi. Scesero due soldati che, vedendo Giannola senza uniforme e avendolo scambiato per un inglese, gli chiesero da dove provenisse. Giannola non capì la richiesta, ma i due soldati capirono fin troppo bene di avere a che fare con un soldato italiano. Uno dei due prese il suo fucile e glielo puntò dritto al cuore, a distanza ravvicinata, fra la terza e la quarta costola come il generale Patton aveva ordinato. Il proiettile perforò il polmone e trapassò Giannola, uscendo dalla spalla.

Virginio De Roit e Silvio Quaiotto si allontanarono svelti, nascondendosi nel fossato di un albero di prugne. Bergamo non lo videro più. Parecchi decenni più tardi Giacomo Lo Nigro, all’epoca dei fatti diciassettenne che abitava poco lontano dal luogo della strage, dichiarò che, attirato dagli spari, uscì di casa e assistette alla scena. Vide Elio Bergamo emergere con la testa dal fiume e venire raggiunto da un proiettile americano dritto in fronte. Gli altri due soldati, scampati in modo rocambolesco al massacro, beneficiarono dell’ospitalità presso alcune famiglie siciliane locali, da dove aspettarono la fine della guerra per ritornare a casa dalle proprie famiglie e dalle fidanzate che li aspettavano dal 1940. A loro lo straziante compito di spiegare alle decine di famiglie e fidanzate dei soldati caduti l’assurdità del massacro americano.

Giuseppe Giannola venne finalmente raggiunto dall’ambulanza, che lo caricò e lo trasportò al vicino ospedale da campo di Scoglitti. Venne poi imbarcato e trasferito in Nord Africa dove ricevette ulteriori cure. Terminata la guerra e quindi la sua prigionia, denunciò i fatti di Biscari nel 1945, nel 1946 e poi ancora nel 1947, non ricevendo alcuna attenzione da parte delle autorità. Condurrà una vita normale, svolgendo l’attività di postino e cercando sempre di rendere noto il massacro di Biscari. Nel 2004 riesce finalmente a raccontare il caso al procuratore militare di Padova, che stava già lavorando ad un’altra testimonianza dell’accaduto, quella di Virginio De Roit. Nel 2009 Giannola viene ricevuto al Quirinale dal generale Rolando Mosca Moschini, consigliere militare del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel 2012, ultranovantenne, viene insignito dell’onoreficenza di ufficiale della Repubblica Italiana.

Nei mesi subito successivi alle stragi, l’efferatezza con cui furono condotte spinse gli americani a celebrare due corti marziali nei confronti del 180° reggimento. James Compton e Horace West furono giudicati per la fucilazione di almeno 73 prigionieri italiani. I due militari poterono facilmente difendersi affermando di aver semplicemente eseguito gli ordini del generale Patton. Compton fu assolto e morì 6 mesi dopo a Cassino mentre combatteva fianco a fianco con altri soldati italiani, adesso diventati suoi alleati. Oggi è sepolto ad Anzio, a sud di Roma. West fu condannato all’ergastolo ma fu presto scarcerato per evitare che la notizia uscisse sui giornali. Per quanto riguarda l’inchiesta che coinvolse il generale Patton, vero responsabile del massacro di Biscari, essa si risolse nel Giugno del 1944 con una archiviazione, essendo Patton diventato una pedina fondamentale per lo sbarco in Normandia avvenuto il 6 Giugno 1944.

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