Torniamo al Comune

L’Italia è una Repubblica democratica. E su questo non ci piove. Dal 1948 è questa la formula che viene ci viene insegnata sin da piccoli per descrivere la forma di Stato della nostra Nazione. Se però dovessimo dare una definizione dell’Italia andando indietro di parecchi secoli ci troveremmo in profonda difficoltà. Cos’era l’Italia nel Medioevo? La storiografia classica ci presenta l’epoca del Medioevo come un’era buia, d’ignoranza e decadenza. Non è mia intenzione, in questa sede, aprire un dibattito sulla veridicità di tale ipotesi. Quello su cui mi voglio concentrare è un altro aspetto della storia medievale italiana. La nostra terra è stata la culla della più unitaria e semplice struttura politica: il Comune. Le analogie con le poleis elleniche dell’Antica Grecia si sprecano, pertanto consiglio vivamente di andare a ripassare e approfondire quella parte di storia spesso (ahimè) oscura e tralasciata, che dipinge uno stivale come un mosaico di sorprendente realtà, diversità e unicità. Perché è questo ciò che è stata l’Italia prima del 1861. E forse questa è la ragione per cui oggi ci viene tanto difficile sentirci italiani.

Torniamo al presente adesso. Il mio non vuole essere un mero culto del passato (Saqili mi stava già guardando male) bensì uno spunto di riflessione sul futuro. La mancanza di partecipazione politica e la sfiducia nelle istituzioni democratiche è ormai una componente radicata e consolidata in tutti i livelli della nostra società. Il Parlamento, che votiamo (più o meno indirettamente), ci appare distante. Persino quando al Governo è presente colui che noi vogliamo ci guidi, esso è condizionato da strutture sovranazionali che non sono controllabili dal cittadino comune. Mi chiedo dunque: perché non concentrare lo sforzo politico e civico del popolo democratico in una realtà decisamente più piccola di quella di una Nazione? Insomma, un grande giro di parole per dire: sì al federalismo comunale.

È la storia che ci fa da maestra in questo caso, e affidarsi alle proprie radici credo sia un ottimo punto di partenza. Chiunque nasca e cresca in un determinato territorio sentirà un legame eterno con la sua terra, e quando anni dopo sarà distante dal suo luogo natio e ne sentirà parlare positivamente il suo petto si gonfierà d’orgoglio, e sarà pronto a difenderlo quando verrà screditato. Il cittadino italiano è per natura molto più vicino alla realtà locale (che s’incarna nel Comune) che non alla realtà nazionale. I catanesi sono senza dubbio fieri di non essere palermitani, come gli abitanti di Firenze ci tengono alle loro differenze con quelli di Siena. Questo perché per secoli e secoli le nostre città si sono evolute in un contesto quasi isolato, e hanno sviluppato una cornice di culture, tradizioni e comportamenti che è irriconoscibile appena ci spostiamo di qualche decina di chilometri appena.

Il risvolto politico di questo discorso? Più autonomia locale. Lungi da me voler sfociare in un anarchismo federale, che è la forma che ha permeato il medioevo. Siamo pur sempre Italiani, parliamo la stessa lingua e abbiamo la stessa bandiera, ed è giusto che un governo centrale prenda della decisioni in merito alle questioni centrali e più rilevanti. Ma tutto il resto, tutto ciò che è delegabile deve essere delegato. I Comuni devono poter gestire appieno le risorse e le problematiche del proprio contesto locale. Solo così possiamo sperare in un’ondata di sentimento civico. I cittadini sono vicini alla politica tanto più quanto la politica è vicina ai cittadini.

Il periodo in cui i Comuni si autogestivano ha portato l’Italia al punto più illuminato della sua storia. I difetti e i problemi di quel tempo (conflitti, mancanza di infrastrutture, problemi igenico-sanitari, relazioni estere, ecc.) sono adesso tutti ascrivibili alle responsabilità del governo centrale. Si avvii quindi una riforma seria dell’apparato del potere in Italia. Una decentralizzazione e delocalizzazione delle politiche da attuare su tutto il territorio. Non sarà la (falsa) abolizione delle province o la (falsa) abolizione del Senato a riportare la fiducia verso la politica nel cuore degli Italiani. Concedere loro la responsabilità e la possibilità di governarsi sul serio lo farà.

Posso sembrare ottimista, forse fin troppo. Troppo fiducioso nelle possibilità e nelle aspirazioni che nutre questo popolo. Quando mi pongo davanti tale interrogativo mi viene in soccorso la mia cara compagna Storia, e mi ricorda che in questa terra, secoli fa, gli Italiani hanno insegnato la vita al mondo. Forse diventerei troppo scontato nel citare Cristoforo Colombo, Marco Polo, Dante Alighieri, Michelangelo Buonarroti e via dicendo. Mi conforta però sapere che in qualsiasi città, borgo, paesino, villaggio o metropoli d’Italia io andrò, lì troverò una storia di grandi uomini e grandi imprese.

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