Imperialismo democratico

La guerra fredda è ufficialmente finita poco più di un quarto di secolo fa, ponendo termine anche al generale clima di terrore globale che durava da circa cinquant’anni, inerente al pericolo di una guerra nucleare totale. Ma in concreto la contrapposizione bipolare tra Occidente e Oriente non si è mai sanata realmente. La prova evidente e lampante del protrarsi di questa antitesi è infatti oggi rappresentata dall’attuale guerra civile ucraina, che da poco ha compiuto il suo anno d’età. Scoppiata precisamente il 6 Aprile dell’anno scorso, questa lotta fratricida, continua ancora a mietere vittime tra civili e soldati, il tutto nel quasi totale disinteresse dei media ufficiali italiani.

Tanto è stato detto e molto è stato supposto circa i reali motivi di questo conflitto, che ci riguarda da vicino in virtù del principio di prossimità, l’Ucraina infatti è alle porte dell’Europa. L’idea principalmente trapelata in Occidente o sarebbe meglio dire che hanno cercato di far trapelare i media ufficiali, è che gli attuali scontri siano stati voluti e promossi in sordina dalla Russia, per via della sua opposizione alla volontà del popolo ucraino di entrare a far parte dell’UE e per le sue presunte mire espansionistiche: vedesi il caso della Crimea, di recente annessa  all’amministrazione della federazione russa mediante un referendum popolare, sulla cui legittimità sono stati sollevati non pochi dubbi. In buona sostanza, in maniera più o meno velata, la Russia è stata accusata di fomentare nuovamente un clima da guerra fredda e nel mondo del web non sono pochi quelli fra i quali serpeggia l’idea di un moderno “imperialismo sovietico”. L’unica cosa certa in questo marasma mediatico è che quella ucraina è una situazione complicata destinata ad incidere profondamente, a breve-medio termine, sui delicati equilibri geopolitici attuali.

Ma ora cerchiamo di delineare un quadro storico-politico generale che ci permetterà di contestualizzare meglio il tutto e rendere più chiare, forse, le idee sulle reali forze in gioco e su chi effettivamente potrebbe guadagnarci da questo conflitto:

  • 1989 cade il muro di Berlino
  • 1991 trattato START I tra Unione Sovietica e USA / Scioglimento del patto di Varsavia
  • 1992 crollo dell’Unione Sovietica
  • 1993 trattato START II tra USA e Russia
  • 2002 trattato SORT tra USA e Russia
  • 2008 crisi economica globale
  • 2010 trattato NEW START (sostituisce i precedenti) tra USA e Russia.

Come si evince da questo breve prospetto, nel giro di circa 4 anni dalla fine della guerra fredda (1989-1992), gli equilibri politici e militari che avevano tenuto in stallo un mondo intero tra la morsa occidentale della Nato da un lato e quella del blocco sovietico dall’altro, si sono evoluti a favore dei primi e a discapito dei secondi. Il crollo dell’Urss da un lato rappresentò una ventata di libertà, esorcizzando la paura degli occidentali per le mire imperialistiche sovietiche di ricordo staliniano, dall’altro lato lasciò però un vuoto di potere enorme: non c’era più nessuno in grado di opporsi di fatto al blocco Nato capeggiato dagli USA, ora che anche il patto di Varsavia era stato sciolto.

Sulla scia di questi stravolgimenti politici e sociali si inseriscono i primi due accordi internazionali START mirati, sulla carta, alla riduzione degli armamenti strategici da ambo i lati, con particolari limitazioni per la Russia nella gestione interna del proprio arsenale bellico, sia per quanto concerne gli spostamenti del medesimo, sia per il suo sviluppo. Nel giro di una decina di anni infatti, la Russia arriva a ridurre a circa più della metà il proprio arsenale militare sotto l’amministrazione del presidente Boris Eltsin (1992-1999), mentre gli USA non arrestano la propria corsa agli armamenti, anzi avvantaggiati dall’uscita di scena dell’unione sovietica e col pretesto di missioni umanitarie e di pace non perdono occasioni di esportare la democrazia sulla punta dei loro missili in medio oriente e nei paesi balcanici. Da un punto di vista economico invece, la federazione russa dopo 70 anni di regime socialista e pur disponendo della più vasta riserva di risorse naturali al mondo, deve ora fare i conti col mercato globale, il capitalismo, un sistema bancario praticamente inesistente, vecchie strutture amministrative ecc. a differenza degli USA, i quali con una serie di politiche competitive e speculazioni in borsa si assicurano oltre al primato militare anche quello economico.

Per vedere una ripresa della Russia bisogna aspettare il 2000, anno dell’ascesa di una figura politica tanto carismatica quanto controversa, quella di Vladimir Putin, attuale presidente della federazione russa e sotto i riflettori mediatici per via della crisi ucraina. Sotto la sua amministrazione il paese vive una veloce ripresa. Dal punto di vista militare vengono firmati i trattati bilaterali SORT e il NEW START per la riduzione degli armamenti nucleari e parallelamente viene ripreso ed incentivato un programma di sviluppo per l’arsenale bellico. Mentre da un punto di vista economico con una serie di abili politiche fiscali, lo sfruttamento e la vendita all’estero delle risorse naturali, gas e petrolio su tutte, la Russia si riguadagna nella scena internazionale il peso che un tempo apparteneva all’Urss. Gli Usa dal canto loro col nuovo pretesto della lotta al terrorismo non sembrano intenzionati a cessare le loro ingerenze nei paesi esteri, esportando sempre la democrazia là dove la libertà e i diritti umani scarseggiano e le risorse naturali abbondano. Né vengono meno le loro mire espansionistiche mediante l’installazione sempre più cospicua di basi Nato, fornite di sistemi balistici e armamenti strategici, accerchiando man mano a conti fatti la federazione russa.

Altro elemento da tenere in considerazione nell’analisi che stiamo affrontando è la crisi economica internazionale iniziata nel 2008. Crisi questa che ha contribuito a minare la stabilità politica e sociale a livello globale e in special modo quella di Stati le cui economie nazionali erano già deboli prima della recessione, portando molti di questi al collasso finanziario. Caso questo anche dell’Ucraina: dopo lo scioglimento dell’Urss, il paese si era mantenuto a galla continuando a intrattenere con la Russia rapporti economici e commerciali di regime privilegiato, godendo di crediti e agevolazioni fiscali soprattutto nel settore energetico. Rapporti che si sono cercati di mantenere da ambo due i lati sino all’anno scorso, prima che gli eventi precipitassero portando allo scoppio del conflitto in un clima di generale esasperazione e saturazione.

Ora, avendo delineato brevemente il contesto di riferimento, cerchiamo di tirare le somme del discorso. Oltre ad augurarci ovviamente che la situazione possa risolversi quanto prima, una domanda sorge spontanea. E me la vorrei porre insieme a voi, invitando a riflettere possibilmente ad animo scevro da sentimentalismi ideologici di ogni sorta, nel tentativo di essere il più obiettivi possibili.

Alla luce della storia recente chi trarrebbe maggior vantaggio da una guerra in Ucraina?

  • Da un lato vi è la Russia, che nei suoi confronti vanta crediti per diversi miliardi di rubli o dollari se preferite e che su quel territorio possiede i gasdotti attraverso cui distribuisce e vende energia e gas a quasi tutta l’Europa, senza contare la plurisecolare storia, tradizione, cultura e fratellanza che accomuna i due paesi, c’è da ricordare che molte famiglie russe hanno parenti in Ucraina e viceversa. E che allo stato attuale sono migliaia gli ucraini a chiedere asilo e cittadinanza alla Russia.
  • Dall’altro vi è la Nato, che dai tempi della fine della seconda guerra mondiale non ha cessato le sue politiche di espansionismo, con gli USA a fare da capofila. Quest’ultimi non hanno mai celato fra l’altro le loro avversità per l’eterno nemico dell’Est ed è abbastanza futile citare a tal proposito tutta la propaganda subliminale perpetrata in tal senso attraverso il cinema e i mass media in generale.

Vero è anche però che indipendentemente da chi ne trarrà effettivamente vantaggio e di certo non saranno le povere vittime, questo conflitto avrà ripercussioni rilevanti sugli equilibri geopolitici nell’immediato futuro per via della posizione geografica dell’Ucraina: è al contempo un corridoio ideale per le mire espansionistiche Nato e un perfetto cuscino ammortizzatore per la Russia. In conclusione, non è forse lecito oggi riferirsi alle mire statunitensi più che a quelle russe come ad una forma di imperialismo democratico ? Sotto le mentite spoglie di un liberalismo quasi esasperato e di una pace perseguita con la corsa agli armamenti e il dispiegamento di arsenali bellici su tutto il territorio europeo, si impone mediante la globalizzazione coatta un unico modello economico-sociale di sviluppo. Senza contare la graduale ma inesorabile erosione delle sovranità nazionali a favore di corporatocrazie ed enti economici sovrastatali e l’involuzione del ruolo dei cittadini da attori a semplici spettatori.

Vi voglio ora salutare con le parole di un emerito professore statunitense, Avram Noam Chomsky:

“Lo strumento principale del sistema di “lavaggio del cervello in regime di libertà”, che raggiunge la forma più alta nel paese più libero, consiste nell’incoraggiare il dibattito sui problemi politici, costringendolo però entro presupposti che incorporano le dottrine fondamentali della linea ideologica ufficiale.”

Andrey Vlasov

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