Il privato del genio, privato della Marchesa

Una mostra di Pablo Picasso a Catania! Lo sanno pure le pietre laviche ormai data la pubblicità capillare. Castello Ursino si staglia sul cielo mattutino, e tutti, ragazzi, scolaresche, intenditori e intenditori dell’occasione, si affrettano a bigliettarsi. “Perché Picasso è bello”. Basta guardare il dipinto che viene sventolato in copertina: un’esplosione di giallo e una elastica figura tra l’umano e il gallinaceo che tiene inartigliata una bandieruola della Spagna, lo stile è inconfondibile. Dipinto che tuttavia, una volta entrati nel maniero, gira aule e sali scale, non si trova! Semplice, perché non c’è. Una bizzarra installazione a forma di cubo con due proiettori uno di fronte all’altro ce lo mostra con un’animazione e una didascalia: si tratta della Figura de mujer inspirada en la guerra de España, del 1937, allegoria della nobiltà che appoggia il potere franchista. La figura, la Marquesa, come recitano le parole dipinte, è ritratta nell’atto di lanciare un duro (cioè una moneta da 5 pesetas) contro i soldati. Dando un’occhiata sul web scopriamo un gustoso aneddoto di speculazione: il proprietario dell’opera ha deciso, qualche giorno prima dell’apertura della mostra, di accettare la succulenta offerta di un acquirente, negando così il prestito pattuito con i curatori della mostra. Solita tasca araba ricca sfondata, principesse del Qatar, dicunt. Così, guardiamo straniti l’annunciato inedito, rimasto tale, solo in video.

Il filmato del Picasso in the cube ci mostra sinteticamente anche altri due opere, per ovvie ragioni non presenti anch’esse: Guernica e Il Massacro in Corea, forse i maggiori simboli della passione politica del nostro Pablo, il quale, iscrittosi al partito comunista francese per simpatia verso i suoi compagni di bohème parigini, era sempre pronto, dall’alto delle sua arte, a indignarsi di fronte agli avvenimenti di guerra. Sì, perché la mostra si intitola Pablo Picasso and his passions e, anche se deprivata della sua punta di diamante, espone tutte le passioni del multiforme artista. E quali le passioni di quest’hombre mediterraneo che lavorava a petto nudo con qualsiasi materiale gli passava sottomano? Intanto, la tauromachia. Picadores, corride e tori figurano in tutte le salse e in tutte le tecniche, dalle incisioni alle ceramiche; belle queste, più sculture da ammirare che utensili da cucina. Poi abbiamo il teatro, presente al secondo piano del castello con i costumi disegnati dal maestro per i balletti russi. Al secondo posto abbiamo le donne, presentate come “soggetto più vivo della sua pittura (…) gioia di vivere e allo tesso tempo ossessione da dipingere”. Una Tête de femme, le numerose incisioni ricche di vagine e pelurie volteggianti, e le figure nude sparse un po’ ovunque possono dare un’idea della smania che faceva vibrare le mani all’artista.

E al primo posto, defilato a destra, sta il quadro che la dice lunga su quale fosse la passione più grande: Autoritratto, uno dei tanti, datato 1967. Osservando questi settantacinque centimetri quasi quadrati di ego azzurrognolo, si cela il minotauro nevrotico che né i libri di storia dell’arte, e nemmeno i cartelli informativi delle mostre, vi mostrano. Dietro il genio dalla vena creativa inestinguibile, ecco il demone insaziabile che per la sua causa divora tutto quanto ha intorno a sé. Fissando delle forme procaci e adipose penso a quale potesse essere il rapporto con le donne che tanto appassionavano quest’uomo che, a settantadue anni, andava ancora infatuandosi della ventiseienne Jacqueline Roque portandole una rosa al giorno – la sposerà non appena morta la moglie, la ormai umiliata e fuori di senno Olga Chochlova, una ballerina russa che l’aveva introdotto nell’alta società. Paradossalmente, di tutte le sue donne l’unica uscita indenne è colei che ebbe la forza di lasciarlo, cioè Françoise Gilot, pittrice anche lei dalla quale Picasso ebbe due figli. Le altre: Marie Thérèse Walter si impiccò, Jacqueline si sparò, Dora Maar perse la testa. Il Picasso privato non amava obiezioni, di nessun tipo, tutto era subordinato alla sua arte. I nipoti che non riconosceva non potevano chiamarlo “nonno”, la devotissima Jacqueline pare che arrivasse a nominarlo “sua maestà” neanche fosse Luigi XIV. Il concetto è più o meno lo stesso: Re Sole si considerava diretta emanazione del divino, Picasso diretta emanazione dell’arte, come se questa fosse una cosa in sé. Eppure nel suo apparire pubblico il maestro ci appare pacifico e giocoso – forse un po’ tradito dal dito del filosofo premuto sulla tempia – e ricorda ogni volta con toni modesti tutti i mali del mondo come se ne fosse vittima diretta anche lui.

Ora, lungi dal ghigliottinare le sue opere per via del suo razzolare non all’altezza delle prediche, di fronte a una mostra di un personaggio come questo dovrebbe accendersi una piccola spia. Picasso è sì, senza nessun dubbio, lo scompositore della regola, il rivoluzionario del linguaggio pittorico che introduce il tempo, i punti di vista, e tutta la pappardella che ci hanno insegnato a ripetere alle medie, ma con il suo protagonismo e il suo incrollabile convincimento, non viene a imporsi lui stesso come regola? Insomma, quando Picasso, consapevole o meno, si arroga con il suo atteggiamento il possesso assoluto dell’arte, non diventa a sua volta il regime? Il canone che poi la pubblicità impone? Certo suona strano parlare di canoni e avanguardie artistiche al tempo di Tumblr e Instagram, ma l’arte è di questo discorso solo il punto di partenza. Consiglio spassionato: in qualsiasi circostanza sospettare sempre dalle verità rivelate. E alla formula riportata, preferire la guida dell’istinto schietto non ancora pilotato da niente di esterno. Anche il nostro buon Totò ce lo insegna:

Fabio Damico

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3 pensieri su “Il privato del genio, privato della Marchesa

    • EldredITA ha detto:

      Ho letto solo adesso il commento, quindi rispondo adesso. Concordo sulla bonarietà amabile di Goodman, e sul buon montaggio e scenografia di “Monuments Men”. Mi guarderei invece dal gridare al capolavoro e al 10 e lode, perché anche se il film scorre bene, e gli attori sanno il fatto loro nel recitare, manca a mio parere di quello spessore e di quel pathos che sarebbero adeguati a una missione del genere (siamo sempre in mezzo a una guerra mondiale, a un compito nobile). Non che pretendessi un “Salvate il soldato Ryan” in salsa artistica, però il senso di impresa eroica non arriva dall’altro lato dello schermo, e quando sembra arrivare finisce per svanire. Il tutto si risolve spesso con un risolino, o un commento abbastanza didascalico sull’importanza dei beni artistici. Ma forse l’intento di Clooney era proprio quello di strizzare l’occhio allo spettatore accennando al valore del patrimonio artistico nel quale un popolo riconosce la sua storia e una sua unità, senza calcare troppo la mano sul tragico. Un film piacevole, ma nella top ten degli ultimi quindici anni non ce lo vedo proprio.
      Certo, non sarebbe male se venisse proiettato adesso in qualche cinema siriano. George Clooney può anche contemplare Michelangelo in mezzo alla guerra, ma ad oggi la storia dei popoli continua a essere cancellata insieme alle varie Mosul, Nimrud e Hatra.

      Fabio Damico

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