Ventitré anni dopo Capaci

Anche quest’anno un altro 23 maggio è arrivato. Anche quest’anno ci apprestiamo a vivere una giornata intensa, piena di commemorazioni e retorica sulla strage di Capaci, sul sacrificio di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Anche quest’anno, per il ventitreesimo anno, una sfilata di autorità istituzionali e religiose ricorderà il giudice che, suo malgrado, in quegli anni era divenuto il simbolo di una Sicilia che voleva cambiare, che intendeva mostrare il suo lato migliore ed onesto, desiderosa di scrollarsi di dosso quella cattiva nomea che tanti eventi delittuosi avevano contribuito ad affibbiarle; quel desiderio che qualcuno pensava di poter stroncare coi 400 kg di miscela esplosiva posizionati sotto l’autostrada a Capaci.

È cosa buona e giusta che queste commemorazioni abbiano luogo perché, come lo stesso Falcone non mancava di ricordare, “gli uomini passano ma le loro idee restano”. Restano per guidare le nostre azioni, per far sì che siano la bussola della nostra condotta morale in vita. Se da un lato troviamo commemorazioni e cerimonie organizzate in pompa magna, dall’altro non si può non dare un’occhiata al Paese reale, al Paese della quotidianità, al Paese che necessiterebbe delle medesime attenzioni dello stesso impegno i restanti 364 giorni dell’anno.

Da qualche giorno è arrivato alla ribalta delle cronache nazionali il piccolo centro abitato di Platì, provincia di Reggio Calabria, circa 3800 abitanti. La ragione di tanto clamore è presto spiegata: tale centro ha vissuto negli ultimi nove anni – dunque dal 2006 ad oggi – due scioglimenti della propria Amministrazione Comunale per condizionamento mafioso e quindi due commissariamenti da parte del Governo nazionale. Nel 2014 l’unica lista candidatasi alle elezioni comunali ha raggiunto il 24% dei voti, non raggiungendo quindi il quorum del 50%, costringendo le Istituzioni all’imposizione di un’ulteriore gestione commissariale fino ai giorni nostri. Il 31 maggio 2015, infatti, dovrebbe avere luogo la tornata elettorale per eleggere il primo cittadino di Platì e il suo Consiglio Comunale; peccato però che coloro i quali andranno alle urne non troveranno alcun candidato cui delegare la propria rappresentanza dal momento che nessuno nel paesino calabrese ha presentato alcuna lista per queste elezioni, profilandosi così il rischio di una terza gestione commissariale di nomina governativa.

Quello di Platì è un piccolo centro che da sempre ha mostrato evidenti difficoltà nel contrasto alla criminalità organizzata, nonostante tra i servitori dello Stato caduti nell’adempimento del loro dovere si annoverino vittime che hanno dato la vita per riportarvi legalità e giustizia: basti pensare al sindaco Domenico Natale De Maio o al brigadiere dei Carabinieri Antonino Marino. Il caso del comune calabrese è, senz’ombra di dubbio, un caso eccezionale che assume caratteri quasi grotteschi se non fosse per la drammaticità degli eventi. Se però andassimo a controllare scopriremmo che moltissime Amministrazioni Comunali, ogni anno, vengono sciolte per il forte sospetto di infiltrazioni e condizionamenti mafiosi.

Da qui allora una serie di interrogativi forti che ogni cittadino si pone: 1) quell’impegno determinato che viene sempre auspicato e garantito dalle Autorità in occasioni come il 23 maggio o il 19 luglio, che fine fa?; 2) perché tanti ambienti vicini alla Politica non sono in grado di epurare gli elementi marci al loro interno, costringendo la Magistratura e, in seguito, le Istituzioni alla decimazione di intere Amministrazioni?; 3) ai tanti politicanti in carriera non tange minimamente il dubbio che siano scandali e collusioni di questa portata ad aumentare la distanza tra cittadini ed Istituzioni?

Un fatto è certo: la situazione di Platì, nello specifico, presenta alcune analogie con un altro comune stavolta dell’entroterra siciliano: Gangi, provincia di Palermo, fu infatti teatro nel 1926 di una durissima azione di repressione contro la malavita portata avanti dall’allora Prefetto di Ferro, Cesare Mori. Il segnale che all’epoca il Prefetto intendeva lanciare era chiaro: l’unico potere legittimo è quello dello Stato e delle sue Istituzioni. Oggi chiaramente molte delle azioni condotte dal Prefetto Mori sarebbero impossibili da attuare, poiché in contrasto con alcune norme del codice penale. Ciononostante le Istituzioni della Repubblica e chi ambisce a entrare a farne parte devono tenere a mente quell’insegnamento, autentico filo conduttore di tutti coloro i quali si sono spesi nella lotta alla criminalità organizzata, alcuni anche a costo della vita.

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