La mafia stupisce solo d’estate

Sarà il sole dell’agosto romano, che permette agli elicotteri di levarsi in aria e gettare indisturbati petali di rosa sulla Città Eterna. Sarà la frizzante aria etnea di settembre, che sollazza le prestazioni dei cantanti neomelodici più raffinati e la beltà delle veline all’ultimo grido. Sarà l’estate, viene da pensare, a stimolare il più cattivo di chi una notorietà – non proprio per meriti civici –  già la ha e non perde occasione per rinnovarla. Con quel cocktail di trash, di kitsch, di pacchiano, che nemmeno un sommo artista – fusione diacronica tra Petronio, Fellini e Sorrentino – saprebbe descrivere con un suo capolavoro di (sur)realismo.

Giarre come Roma? Non possiamo paragonare il peso delle due città nell’organigramma statale italiano: la Capitale, di fronte ad un paesino di neanche trentamila abitanti che pure avrebbe, geograficamente, tutte le carte in regola per essere un cantuccio di bellezza – a metà strada tra Catania e Taormina, alle falde dell’Etna e sulle rive della costiera ionica – ma che un giorno di settembre decide di scivolare brutalmente nel più nero discredito nazionale. Né di certo possiamo paragonare le due famiglie responsabili delle due meno galanti manifestazioni religiose degli ultimi mesi – i Casamonica, famiglia del cosiddetto Re di Roma tale era il suo predominio su estorsioni ed usura nell’ambiente romano, con quella di Francesco Rapisarda, un pregiudicato di provincia, da più fonti legato ad un clan locale dai misfatti meno altisonanti ma di certo assodati come i Laudani, considerati i veri e propri reggenti della Cosa Nostra dell’hinterland nord catanese da trent’anni a questa parte.

Eppure, ad accomunare il funerale di Vittorio Casamonica al battesimo del piccolo Antonio Rapisarda vi è un comune disegno di fondo: attestare l’autorità indiscussa di un gruppo di potentati sulla società locale. Con quale stratagemma? Mascherandola  sotto l’apparente ingenuità del cattivo gusto e dello sfarzo.  Lasciare l’illusione che una platealità del genere possa derivare da ignoranza delle comuni consuetudini morali. Quando invece è chiaro che l’intento è legittimare forzatamente le proprie. Non pare nemmeno la notorietà, l’obiettivo di tali gesti. Lo è forse la prova di forza che darebbe l’accondiscendenza silenziosa all’allusione celebrata dalla coppola sulla testa del neonato, o dalla tremenda epigrafe “Questa meravigliosa creatura è… cosa nostra”. Accondiscendenza che non arriva, fortunatamente. Segnalazioni immediate, sdegno da parte dei passanti, copertura dei cartelloni nel giro di poche ore disposta dalla questura di Catania.

Eppure la continuano a cercare, impunemente, questa attestazione di autorità. Come i Casamonica hanno dato dei razzisti a chi sollevò lo scandalo sul sopruso da loro messo in atto, così in questi giorni Francesco Rapisarda annuncia un imminente ricorso a manovre legali per rifarsi del danno d’immagine che ha subito per questa vicenda. C’è da chiedersi a quale avvocato i cittadini giarresi, i cittadini siciliani, gli italiani tutti, dovranno ricorrere per recuperare la dignità comune che costoro – in una giornata di fine estate –  hanno deliberatamente deciso di ledere.

Simone Vespa

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...