Santi, poeti, eroi e smemorati

Noi italiani, che in fondo siamo un popolo di sognatori, abbiamo una simpatica illusione: crediamo che i problemi possano essere risolti in modo comodo e disimpegnato. Anche troppo. Alcuni esempi? Vogliamo una legge elettorale che elimini il clientelismo, una burocrazia che fermi gli evasori, una classe politica che limiti i suoi stessi privilegi. Pretese più che legittime, per carità. La questione però è che questa nostra indolenza ci spinge a giocare allo scaricabarile. La colpa è sempre degli altri, dunque sono loro a dover trovare un rimedio. Magari potremmo cominciare a chiederci perché l’Italia sia infangata dalla corruzione e dall’infrazione delle leggi, anziché pretendere che sia sempre il feticcio di turno a farlo per noi.

La bambola voodoo degli italiani è la classe politica. La punzecchiamo, sfoghiamo i nostri rancori contro di essa per cercare di ottenere chissà quale risultato. Adesso, è vero che nel nostro paese fenomeni come il voto di scambio sono ampiamente radicati da parecchi decenni. È innegabile, dopotutto, che gran parte dell’attuale classe dirigente nazionale sia disastrosa. Su questo siamo tutti d’accordo, immagino. Tuttavia abbiamo una piccola cosa chiamata democrazia, ricordiamocene. A questo punto si leverà il vocione di qualcuno a tuonare che in realtà l’Italia è una dittatura, in cui ogni scelta possibile si rivelerà un fallimento a causa della casta collusa e mafiosa che ci governa.

Ecco, a tal punto è doveroso rispondere che se si vuole provare l’ebbrezza di vivere in una dittatura vera, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Fuori da questo paese, però. Perché è vero che la democrazia occidentale oggi è in forte crisi, ma almeno finora non pare che Italia e Spagna siano paragonabili ad Iran e Cina. Infine, cosa forse ancora più importante, basta rifugiarci dietro il vittimismo dei cittadini onesti e barbaramente ingannati da machiavellici imbonitori della povera gente. Chi ha permesso alla Democrazia Cristiana di governare ininterrottamente l’Italia per quasi mezzo secolo? Chi ha tenuto in sella Berlusconi per vent’anni? Noi, sempre noi. Perché abbiamo votato male (molto spesso non per ignoranza, ma per tornaconto personale) e nei casi peggiori a votare nemmeno ci siamo andati, scusandoci sempre con il pretesto del “tanto sono tutti uguali”. Il bello è che siamo tanto ipocriti da lamentarci pure, senza tuttavia continuare a muovere un dito.

A questo proposito, sarebbe interessante fare un piccolo gioco ispirato alle parole che Bettino Craxi pronunciò il 3 luglio 1992 alla Camera dei Deputati. In piena bufera Tangentopoli, invitò ciascuno dei presenti ad alzarsi e giurare di non aver mai ricevuto finanziamenti illegali. Nessuno lo fece. Bene, adesso chiudete gli occhi e immaginate un’altra scena, vicina nel tempo a quella precedente. Il protagonista è lo stesso. 30 aprile 1993, una folla inferocita è radunata davanti all’Hotel Raphael di Roma. I manifestanti aspettano il leader del Psi, che alla sua comparsa viene colpito da una pioggia di monetine, insulti e cori di scherno. L’immagine che rappresenta la fine della Prima Repubblica è quella, una storia di leggende e misteri rimasta schiacciata sotto una valanga di disillusione e populismo. Adesso, immaginate di poter fermare il tempo e chiedere a ciascuno di quei contestatori, come Craxi pochi mesi prima, di passarsi una mano sulla coscienza. Quanti di loro dovevano il proprio posto di lavoro al favore del notabile di turno? Quanti di lì a poco sarebbero caduti nella trappola del berlusconismo o nell’opposta illusione del centro-sinistra? Non possiamo ovviamente rispondere con certezza, ma presumibilmente almeno una parte di essi. Ed ecco così che giungiamo ai giorni nostri, in cui si ripetono le identiche lamentele nei confronti degli stessi arruffapopolo che si atteggiano a statisti, ottenendo risultati vergognosi (il riferimento non è ovviamente rivolto solo a Renzi).

Forse Piero Gobetti aveva ragione: ad un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Come ai suoi tempi gli italiani si trasformarono da liberali (ma non solo) in fascisti, anche adesso continuiamo a cambiare maglia come se fossimo mediani a fine carriera. Oppure un’alternativa c’è: votare secondo coscienza e senza cadere nel tranello del voto utile. Tuttavia questo da solo non cambia nulla, se non ci impegniamo in una rivoluzione culturale che cambi il nostro modo di essere cittadini. Che non vuol dire solo fare una croce su un simbolo, ma soprattutto partecipare. In un partito, nel volontariato, nei movimenti sociali, a scuola o al lavoro. Questa nostra fragile democrazia va tutelata in ogni modo, e la via più efficace per difenderla è permetterle di espandersi in ogni settore della nostra società, dall’economia all’istruzione. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, diceva quel tale che oggi magari passerebbe per un mezzo idealista squinternato. Ecco: anziché lanciarla via, quella pietra possiamo usarla per costruire qualcosa. Un mondo in cui davvero tutti siano liberi ed eguali, ad esempio.

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