Un film per il silenzio

No, non intendo parlare di cinema muto. Né tantomeno propagandare un film solo perché classicone dal sapore riflessivo che fa tanto hipster. Intendo semplicemente sollecitare chi ha ancora la pazienza di stare davanti a un film vecchiotto che non faccia sfoggio di esplosioni e bossoli sparsi a guardare Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957). Un film largamente noto ma poco visto, magari ridotto solo a una singola immagine. Un film scomodo, forse anche lento. E perché? Lento perché silenzioso, sospeso, fatto di introspezione e ironie ricercate, perché scandito da una sceneggiatura molto teatrale che sembra stare in un limbo a sé stante, come una scacchiera solitaria allo stormire della risacca. Scomodo perché va a rivangare concetti e domande sull’esistenza che avevamo probabilmente accantonato, perché lo fa impuntandosi su scenari e inquadrature, ma allo stesso tempo esprimendosi chiaramente a parole.

Siamo in un medioevo non meglio specificato. La peste abbatte uomini come grano maturo, e il biondo cavaliere Antonius Block, di ritorno dalle crociate, ha appena sfidato a scacchi la Morte in persona che se ne stava lì ad attenderlo su una qualche riva della Scandinavia, pallida e intabarrata di nero come si conviene per tale personaggio. Di fronte all’imminenza della morte, il guerriero cade in balia della disillusione e la fede che l’ha accompagnato in battaglia crolla giù come se nulla fosse. Ma fortunatamente Block non è solo, e il suo sguardo attonito trova il necessario complemento nell’occhio duro ma sardonico dello scudiero Jöns, un uomo “che si beffa della morte e del Signore, che ride di se stesso ma sorride alle ragazze”. Tramite la messinscena di queste due figure, Bergman sembra poggiare il mento sul pugno in atteggiamento pensoso, cercando di comunicarci battuta dopo battuta il deserto emotivo che si staglia di fronte al totale silenzio di Dio. La fotografia è statuaria, le dissolvenze sono lente, le espressioni accentuate e drammatiche, tutto è insomma disposto appositamente per mettere in primo piano il dubbio e lo sgomento che, al di là delle convinzioni filosofiche o religiose di ognuno, prendono piede nelle situazioni ultime. “Perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? […] Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? Che cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso?”. C’è qui tanto Kierkegaard quanto le insicurezze personali di un regista figlio di un pastore protestante incline all’introspezione e a certe domande.

La partita del cavalier Block non è che un modo per prendere tempo, un rinvio dell’inevitabile che gli lascia tuttavia la possibilità di farsi suggestionare ancora da certa fauna umana del tredicesimo secolo: dagli angoscianti predicatori di morte, che sbraitano guidando colonne di flagellanti tra il fumo dei turiboli, a una gioiosa famigliola di saltimbanchi dove il buffone, da buon “fool” shakespeariano, mostra a suo modo una certa lungimiranza. Block quindi vive, tra uomini che lo commuovono o inorridiscono e domande che lo attanagliano, ma quel tempo extra gli fa trovare ancora un brivido in sé, uno stimolo per andare avanti con la sua partita. Perché Il settimo sigillo non vuole essere un piagnisteo esistenzialista sentenzioso e fine a se stesso – per quello c’è già tanta filosofia e letteratura religiosa – e pertanto, come in altri film del regista svedese, non mancano la speranza e il sorriso di fronte ai calori della vita che sì, non possono sconfiggere la morte, ma possono almeno farci fare un paio di risate alle sue spalle.

Un film che non vuole far rumore ma silenzio e, fra tutti i silenzi possibili e immaginabili, vuole far levitare per un’oretta e mezza quel particolare tipo di silenzio che è preposto alla comprensione, esattamente lo stesso che nel normale scorrere dei giorni tende a sprofondare finanche a scomparire, assordato com’è dal trambusto inevitabile delle esperienze, dalle to do list, dal cicaleccio virtuale. Può sembrare anacronistico, persino deleterio, crogiolarsi ancora sulle pippe esistenziali e fermarsi a rovistare dentro di sé piuttosto che continuare a cavalcare la musica della vita, e certamente, come per tutte le cose che odorano di serietà, si finisce sempre con lo scherzarci sopra. Però quel silenzio ha pure il suo fascino e, in quanto caratteristica prettamente e unicamente umana, il suo innegabile valore.

Fabio Damico

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