Meridione all’era a.C.: giovani, è tempo di restare!

Il Natale si avvicina e alcuni luoghi si accendono sempre di più. Più dei centri delle città con le loro vetrine luccicanti, più delle strade – vie lattee colorate, più delle case e i loro presepi, in attesa che l’ultimo bimbo posizioni Gesù. Luoghi illuminati dai sorrisi, strapieni di lacrime, intrisi di abbracci. Sfavillanti di emozioni e pullulanti di gente, ecco così gli aeroporti. Gli aeroporti del Sud.

Più di ogni altra occasione questa festività religiosa restituisce al Meridione i suoi ragazzi. Partiti in fondo tutti per le stesse ragioni, vittime dello stesso malsano sistema; ora studenti che hanno scelto un’università del Nord, ora lavoratori che hanno colto un’ottima occasione all’estero. Si raccontano le loro storie tra le madri, mentre spingono il carrello della spesa già strapieno per il cenone dell’anno; il chiacchierare con rassegnazione morde loro il cuore e occlude lo stomaco, per distendersi infine nello scambio delle migliori e consigliate ricette, a suon di appetito.

Molti dei pochi ragazzi fermatisi nel Mezzogiorno prevedono di spostarsi presto, qualcuno nell’intenzione di un breve periodo, qualche altro per un progetto più duraturo. Restare è d’altronde sempre più difficile: ci si scontra con un sistema vecchio, attanagliato dalla burocrazia, corrotto nella massima espressione del made in Italy. Grandi idee non trovano terreno su cui sperimentarsi e neanche sulle brillanti intelligenze si fa un adeguato investimento; certi settori non sono del tutto noti, certi posti di lavoro sono poltrone occupate dai baroni di oggi, gli stessi di ieri e dai loro figli domani. Lo Svimez ci informa che tra 50 anni solo un italiano su quattro vivrà nelle regioni meridionali: dal 2000 ben 1,7 milioni di giovani con alto livello di istruzione sono andati via.

La vita in società non è per nulla soddisfacente: assuefatti da una politica da troppi anni sbagliata, i meridionali non hanno solo accettato di convivere con essa, ma di partecipare anche al rinnovamento dei suoi orrori. Non sopraggiunge neanche stupore per le sue vergogne. Del resto, quello tra politici e cittadini è un tacito accordo, una malsana forma di commensalismo volta al personale tornaconto, che erroneamente non si identifica mai con quello della collettività; un’ottima scusa, insomma, per continuare a fare la spesa durante l’orario di servizio, allungare la pausa caffè intervallata ad ogni oretta, lasciare sul marciapiede il profumatissimo ricordo del proprio cagnolino e continuare a non timbrare il biglietto – una volta saliti su quel bus che attendevano da ben 40 minuti.

L’uomo del Mezzogiorno ha una capacità di adattamento oltre natura; ciò risplende nell’abusivismo di fronte all’inquinato mare, negli inesistenti point of sale degli esercizi commerciali, nelle raccolte dei rifiuti da indifferenti, nei favoritismi richiesti e accettati, nelle elezioni dei sempre gli stessi o nell’astensionismo di coloro che – così facendo – credono di schierarsi contro il sistema.

Proprio di fronte a tutto questo che ci si accorge di quanto il Sud abbia bisogno di una presa di coscienza che sveli l’inganno, che doni la consapevolezza che il personale bene non termina al cancelletto di casa, ma si estende – e ancor più – per le strade e le piazze, i monumenti e i parchi, i teatri e i musei. Si tratta della necessità di un rimodellamento del modus pensandi e operandi, perché non ci si accontenti più della giustificazione della imperitura questione meridionale, perché venga ridata fiducia alle potenzialità che il Sud riserva. Uno stravolgimento della mentalità, una educazione nuova alla vita in società.

Questo compito non può che spettare a coloro i quali, ribellandosi alla sporca selezione naturale di queste terre, hanno rivendicato altrove la loro dignità di uomini e cittadini. L’essere più lungimiranti, l’aver sviluppato una coscienza più acuta nei confronti del problema – attraverso la vita in un sistema migliore – pone in dovere di farsi fautori di un’alternativa. In prima persona.

Se invece non si crede nella possibilità di risvegliare le coscienze, non si crede nel progresso e nella storia dell’uomo stesso. E studiare, lavorare e vivere si esaurisce ad una nullità, una tragica parentesi nella storia di un’umanità destinata a soccombere. Sempre uguale a se stessa. Nello stesso nulla da cui ha preso origine.

Sapete, in siciliano la seconda persona plurale del verbo fuggire si esprime con “fuietevinni”; il suo suono è molto simile all’espressione colorita – sempre dialettale – del verbo fregarsene. E non è un caso. Fuggire in siciliano è scappare da un problema con atteggiamento di irresponsabilità, di menefreghismo. Andar via per non incappare in grossi guai, di cui del resto non si è responsabili in prima persona. Eh sì, sarà anche vero che non siamo responsabili di quel che abbiamo trovato, ma di quel che lasceremo – invece – certamente sì. E un giorno poi capiremo, vivendo nella nostra “perfetta” città estera, se realmente abbiamo risparmiato questa terra ai nostri figli, o se piuttosto non abbiamo risparmiato loro l’onere di combattere per noi, di combattere quella battaglia che non abbiamo avuto la capacità di intraprendere. Per paura di perderla. Di perderla in partenza.

Alessandra Di Nora

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