Democrazia. Sì, ma come?

Sarebbe sciocco ricordare, in un eterno refrain che farebbe eco alle parole di conoscitori superficiali e politici usurpatori del loro ruolo ideale, l’etimologia tramandataci dell’abusato termine “democrazia”, né io, capisce bene il lettore, ho interesse ad abbassare il mio già infimo pulpito. Oltre che sciocco, però, sarebbe forse anche fuorviante, poiché a ben vedere non vi é forma di governo, o persino di anarchia, che non dichiari di ispirarsi, più o meno direttamente, alle aspirazioni materiali e ideali di una comunità. Per capire come la parola democrazia venga usata a puntello di illogici sillogismi, basti ricordare a noi stessi quanto spesso abbiamo detto o sentito dire, anche nelle occasioni più spicciole: “si decide a maggioranza, in democrazia!” o all’opposto “democrazia è tutela delle minoranze”, deformandola di volta in volta a nostro vantaggio.

Ma si sa che, quanto più un’entità ha quel po’ di indefinibile, nebuloso, proverbiale, tanto maggiore è l’ascendente che essa ha sulle menti più deboli e tanto più spesso viene brandita da quelle più forti, simile ad arma procurante il potere poi precipitosamente distrutta per terrore di esserne spodestati. Uno dei principali rischi della democrazia è infatti che essa si trasformi in qualcos’altro, pericolosamente diverso da quello che recita il suo biglietto da visita. Innumerevoli sono, storicamente e in letteratura, gli esempi di regimi simil-dittatoriali che hanno visto la luce tramite l’investitura e non di rado la benedizione di tanti masochisti sostenitori. Quando si delega qualcuno a far qualcosa per proprio conto, a volte è tale il sollievo provato nell’atto di alleggerirsi da un onere che si dimentica che fra sé e l’altro vi sono numerose incognite implicite, del tipo: riuscirà il mio rappresentante a immedesimarsi con me a tal punto da realizzare fedelmente i propositi miei e di altri? Ho io instaurato con lui un rapporto così stretto, da avere la certezza che mi esaudirà per non tradire la mia fiducia, per non causarmi un danno, quando anche il mio parente più prossimo avrebbe difficoltà a scegliere la mia marca di biscotti preferita se lo incaricassi di andare al supermercato al posto mio? Quasi sicuramente no! Abbiamo quindi già individuato due inconvenienti della democrazia, uno a monte e uno a valle, e solo conoscendoli possiamo implementare il regime politico “migliore fra i peggiori”.

Il primo consiste in una scarsa partecipazione attiva dell’elettorato, deleteria perché da un lato lo allontana dalla cosa pubblica, e dall’altro fa assurgere a deus ex machina il delegato, che peraltro si sente in tal modo libero di acquistare, che so io, una bottiglia di champagne in luogo del famoso pacco di biscotti e di scolarsela alla salute del delegante e delle sue finanze. Da qui l’invito, scontato ma non superfluo, ad essere fattivi, ad informarsi correttamente, ad impegnarsi alla risoluzione autonoma di problemi cercando di considerare sempre come ultima ratio che lo possano fare altri. Altri che però, ovviamente, andrebbero responsabilizzati, e qui passiamo all’inconveniente a valle. Un errore che, a mio modesto parere, si commette comunemente nell’analisi della politica e della democrazia, è ritenere un sistema che da uomini e per uomini è costruito sciolto da vincoli psicologici. Qualsiasi uomo tende a garantirsi le ricompense e a fuggire le punizioni, tanto è vero che la corruzione non è altro che l’istituzionalizzazione delle prime e la taciturna abolizione delle seconde. E così, in un meccanismo perverso che tutti conosciamo, ma giova ricordare, la democrazia cortocircuitata dapprima si serve delle consultazioni elettorali e poi solitamente le rende, in forme anche subdole, sempre più ininfluenti. Come saprebbero illustrare molto meglio del sottoscritto i talent scout, figure scopritrici di talenti, le selezioni davvero efficaci di coloro che potrebbero apportare innovazione e sviluppo in qualsivoglia campo, dalla ricerca, all’arte, allo sport, sono quelle che si effettuano in senso assoluto e non fra una ristretta cerchia di candidati che, più che mai nel caso della politica, sono il più delle volte teletrasportati chissà da dove, chissà da chi, nella stanza dei bottoni. È così utopico pensare che le cariche democratiche possano essere affidate a chi non ha timore che si indaghi al limite anche la propria vita privata, poiché nulla avrebbe da nascondere o da dissimulare per raccattare consensi, ma che si sia distinto per una reale abnegazione e uno spiccato senso civico, corroborati secondariamente da solide competenze? A mio avviso si cade spesso nell’errore che sia la competenza il requisito primario di un rappresentante delle istituzioni democratiche, ignorando che essa non è che uno strumento posto al servizio della moralità o dell’immoralità dell’individuo, che ne farà un uso consono alla sua indole. Per converso ritengo che la vera onestà possa tramutarsi in competenza, o almeno in un’ammissione della proprio incapacità, in un farsi da parte disinteressato che stride con le dimissioni che vediamo comunemente rassegnare, volte solo a recuperare il prima possibile il consenso giustamente perduto e quasi mai a farsi sostituire da qualcuno più degno per il bene della collettività. È così peregrina l’ipotesi di un organo terzo distinto da quelli già esistenti che abbia come ruolo mirato quello di valutare l’operato della politica in base all’ottemperanza a programmi troppo spesso presentati agli elettori sottacendone l’inadeguatezza o addirittura l’irrealizzabilità? Si potrebbe avanzare il dubbio che la corruzione si insinui a qualsiasi livello istituzionale, negli organi giudicanti come in quelli giudicati. Ma in qualsiasi professione, pubblica o privata, la sorte del lavoratore dipende dai risultati che egli consegue. Come si può dunque accettare che ricoprire una carica politica, intesa in una democrazia compiuta come supremo servizio alla collettività, in caso di inadempienza, di sfregio alle promesse elettorali, talvolta persino in caso di illegalità, comporti nella peggiore delle ipotesi per chi li perpetra soltanto un rinvio della vittoria alle elezioni successive, alternandosi con lo schieramento avversario? Ecco allora che, per edificare una nuova consapevolezza, non bisogna ignorare la psicologia umana, l’idea che devia più facilmente l’uomo che è lasciato libero di farlo e che non ha incentivi né pungoli al corretto agire. A ben vedere, la società è lo specchio dei singoli uomini e le leggi lo sono dei loro comportamenti più di quanto non avvenga il contrario.

Pertanto questo articolo di bassa lega, che spero solo contribuisca a far riflettere sul perché la democrazia sia ancora oggi un’eterna incompiuta, non può che concludersi con un’esortazione. Quella che, da parte nostra, non ci stancheremo mai di ammonire affettuosamente a trattare quello che non è proprio con rispetto maggiore che se lo fosse, a vivere il progresso della società come se fosse la riproduzione in scala più grande della propria crescita personale, a comprendere che lottare per la percorribilità di una strada, l’efficienza di un ospedale o di un pubblico ufficio, la demolizione di una barriera architettonica o un’infinità di altre iniziative intraprese nella propria quotidianità, senza la ricerca di un plauso, saranno sempre più autenticamente democratiche, più personali, uguali, libere e segrete di una delega periodica, per giunta in bianco.

Gabriele Garascia

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