Parler doucement: l’economia è una menzogna

Una chioma canuta, ci si avvicina, nel cortile. Entra nell’aula dov’è chiamato a intervenire. Saluta brevemente gli astanti e i moderatori al tavolo dove si appresta a prendere posto. Dopo essere stato introdotto, Serge Latouche – quasi come scolaretto alla prima relazione di fronte a un pubblico più grande della sua consueta classe – si pone di fronte un foglio, un promemoria. Intravisto per caso da una telecamera impertinente. Con su scritto, in stampato: parler doucement.

È stata la prima di una lunga serie di cose che hanno saputo colpirmi, il 3 dicembre scorso, alla Scuola Superiore di Catania, nella serata in cui Latouche, professore emerito all’Università di Parigi – Sud, ha discusso con il pubblico il suo ultimo libro L’economia è una menzogna; ripercorrendo, con questo pretesto, quattro decenni di pensiero libero, a metà tra etica, economia e filosofia. Anni durante i quali ha teorizzato il concetto – alla soglia del misticismo – di decrescita serena (e guai a chiamarla felice, ribadisce lui stesso, poiché quasi troppo sarebbe da chiedere, la felicità, alla società imbarbarita nella quale siamo colpevolmente insabbiati). Non andrò certo a descriverla, in questo articolo. Ve ne sono a migliaia che la trattano, e provenienti da penne assai più autorevoli. Proverò a testimoniare l’impressione che in una persona normale – magari nemmeno ferrata in economia – l’incontro con una mente così in controtendenza rispetto alla norma può suscitare.

A definire Serge Latouche un economista si è parziali come nella leggenda del bicchiere mezzo vuoto. C’è, in lui, lo studioso di capitali e di profitti, di offerte e di bilanci. Ma non solo. La sua controparte attiva e innovativa, quella del bicchiere mezzo pieno, è quella del filosofo. Un pensatore che ha saputo prevedere – in tempi meno sospetti – la spirale suicida che il sistema economico finanziario occidentalizzato ha imboccato. Non ama definirsi filosofo, ma a questo appellativo bisogna ricorrere necessariamente per un soggetto che, ben presto, fu definito come un collega economista che “non possiamo accogliere se vuol tagliare lo stesso ramo su cui siamo seduti” . Credo che questa frase riassuma emblematicamente la svolta incarnata dal suo pensiero. E allo stesso tempo, purtroppo, il carattere innatamente utopico.

Se è vero che “non si nasce decrescenti, ma si arriva a quest’acquisizione dopo un lungo percorso di vita”, ben si comprende come, nella prima mezz’ora del suo intervento, il professore abbia tenuto a tracciare le tappe salienti dello sviluppo del suo pensiero: una solida formazione d’impronta capitalistica; i primi incarichi accademici in Africa dove andava sì da produttivista, ma con un occhio antropologico non comune all’economista medio; poi un catartico viaggio in Laos, un paese che non conosceva industrializzazione, dove l’autosufficienza era la prerogativa ma ciò bastava ad esperire la gioia di vivere: un sentimento autentico,  appannaggio unico delle società proto-economiche. Latouche a quel tempo sperimentò su se stesso la metanoia: un vero e proprio cambiamento di idee. Non a caso, ci spiega, voleva essere questo il titolo del suo ultimo libro. Augurandosi che a ciò possa (o forse debba, per la sua stessa sopravvivenza) arrivare anche la modernità intera. Non tanto in una prospettiva personale, ma societale, neologismo da lui coniato.

Soltanto teoria, dal professor Latouche? Procedendo nel suo monologo, il professore parla di una rivoluzione concreta da approntare il più rapidamente possibile. Poche proposte dirette, alcune estremamente incisive. Come la triade rilocalizzare, riconvertire, ridurre. Appianare l’iniquità di paesi che sono enorme fonte di energia ma che ne hanno minima possibilità di sfruttamento. Accordare la rinuncia a uno dei migliaia di lussi spiattellatici dalla tecnologia in rispetto di una sostenibilità produttiva. Accettare la riduzione del proprio orario di lavoro, e rinunciare a un minimo profitto in surplus, per garantire impiego a un numero maggiore di persone.

Non manca di ripercussioni sull’attualità, il sistema che egli critica: arriva un accenno – nemmeno troppo forzato – agli eventi terroristici del novembre di Parigi. Si parla di una colpevole islamizzazione della radicalità, piuttosto che del contrario. Si parla di una reazione violenta come auto-organizzazione tra gli esclusi da un sistema malato di ripartizione del benessere, che l’Occidente ha imposto alla società. Che spogliata di identità e valori genera terrorismo nelle sue frange più sensibili. Quelle, per esempio, delle banlieue parigine.

Tuttavia, un’economia del giusto mezzo, del lavoro equamente distribuito, delle risorse saggiamente razionate, stride acremente con il marchingegno tritacarne che, nei meandri della finanza e del capitalismo sfrenato, è divenuta l’economia occidentale del Terzo millennio. Il pensiero di Latouche sembra, pur partendo da premesse innegabili, troppo intriso di utopia. È il sogno irrealizzabile di un realista incallito. Si chiarisce da sé, la metafora dell’economista sul ramo d’albero.

Vi sono, però,  degli spunti di una saggezza così vivida che non possiamo permetterci di eludere. L’invito – quasi di oraziana memoria – ad un consumo moderato dei beni. Secondo necessità e non secondo possibilità. Una teoria dalle basi societali, che mira a risanare l’imbarbarimento etico di decenni di avidità. Singolo e collettivo s’interscambiano facilmente, in Latouche. È la cifra significativa della sua ricerca, della sua poliedricità. Non può più esistere un’economia che silenzia l’etica del singolo cittadino.

È di certo al singolo che afferisce l’impatto che ha dato quel promemoria posto da Latouche di fronte a sé: la semplicità del mondo – accademico, economico, etico –che vorremmo, passa anche dall’accettazione di aver bisogno di ricordarsi, ancora, a settant’anni, i propri imperativi, le proprie umili necessità. Di parlare dolcemente a una platea, per esempio. Senza strafare. Facendo quanto basta per sé e per chi si ha di fronte. È questo, forse, l’esempio più concreto di una decrescita , senza pretese, ma realmente felice.

Simone Vespa

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