L’amor che move le strisce e l’altre stelle

Sembra strano, ma uno dei più importanti alleati degli Stati Uniti d’America è un Regno che per nulla si potrebbe definire occidentale. Il Regno dell’Arabia Saudita. Si tratta di un Paese islamico di stampo ultraconservatore al cui interno tutto è gestito da rapporti di fiducia e lealtà, e la figura del Monarca si annebbia tra la sfera politica e quella religiosa, altalenando tra le posizioni di detentore del potere politico, e quella di “Custode delle due Sacre Moschee”. In altre parole, l’impegno di difendere i luoghi più sacri dell’Islam è fuso insieme alla stessa essenza dello Stato saudita, che dalla sua nascita a oggi continua a interpretare in maniera ferrea, rigida e conservatrice i principi tanto discussi della religione islamica, ponendosi come l’unico Stato a riuscire in una sfida tra il mantenimento di indissolubili tradizioni interne e il perseguimento della cooperazione mondiale.

“Cooperazione mondiale”.

Mi vengono in mente i bonus dei videogiochi, quelle monete o oggetti strani che una volta recuperati ti permettono di sfruttare a tuo vantaggio determinate abilità o beni. L’Arabia Saudita ha anch’essa un bonus, rappresentato dal petrolio che ogni giorno estrae.
Petrolio che, nel lontano ’38, veniva estratto dalla Standard Oil, compagnia petrolifera di Rockefeller (che statunitense lo era dalla suola delle scarpe fino ai dollari che gli giravano sopra la testa). E non meno statunitense è l’Aramco (Arabian American Oil Company), società petrolifera dello Stato saudita nata dall’unione di due compagnie USA (la Standard Oil of California e la Texas Oil Company). Ma, per farla passare da statunitense a compagnia energetica del proprio Stato, l’Arabia Saudita ha dovuto comprare azioni della società volta per volta tra gli anni ’70 e ‘80, mantenendo naturalmente amicizia e impegno di cooperazione con le scelte dei nordamericani nei territori mediorientali.

Secondo una concezione moderna, sono tre le cose che fanno muovere il mondo: le risorse energetiche, il denaro e le guerre. Se per le risorse energetiche un grande rappresentante è il petrolio, per il denaro un grande esponente è sicuramente il dollaro statunitense.  Nel 1947 nacque la Saudi Arabia Monetary Agency, che come si può intendere dal nome è l’Agenzia Monetaria dell’Arabia Saudita, ossia la sua Banca più importante. Il Sole24Ore riporta che oggi, nel 2016, l’85% delle riserve saudite contenute in questa Banca, pari a 640 miliardi, è presente sotto forma di titoli USA e dollari americani. E a governare il dollaro, e quindi l’85% delle riserve saudite, non è l’Arabia Saudita, ma l’americanissima Federal Reserve.

Per quanto riguarda le armi, l’Arabia Saudita è nel Medio Oriente il maggior partner commerciale dell’America, avendo consegnato a quest’ultima oltre 90 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni. E questo è dire tutto.

Tra le notizie più clamorose delle scorse settimane vi è stata quella relativa all’uccisione (per pena capitale saudita) dello sceicco pacifista filo-iraniano Nimr al-Nimr e di altri quarantasei oppositori del Regno della dinastia Saud. 47 persone decapitate senza prove, senza rispetto dei Diritti dell’Uomo. Si aspettavano grandi critiche da parte di molti Stati, come ogni volta che l’ISIS posta un video di una sua esecuzione, ma poco o niente è stato detto. E soprattutto pochissimo dagli Stati Uniti d’America, che hanno la bocca tappata dall’amore per le armi, per il petrolio e per il suo dollaro. Quell’amor che move le strisce e l’altre stelle.

Giorgio Di Pasquale

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