Primarie Usa: il programma di Sanders in 5 punti

Nel testa a testa democratico abbiamo già analizzato il programma politico di Hillary Clinton. Oggi tocca allo sfidante e outsider di queste primarie, il senatore del Vermont Bernie Sanders.

Nasce a Brooklyn nel 1941 da genitori ebrei di origine polacca. Da giovane trascorre un periodo in uno dei villaggi comunitari israeliani, i kibbutz, e anche oggi si definisce “ebreo secolare”. Fa il carpentiere e il regista, studia Scienze Politiche a Chicago, diventa attivista per i diritti civili. È presente quando a Washington Martin Luther King pronuncia lo storico discorso I Have a Dream. Il suo primo partito è il Liberty Union Party, di ideologia socialista, anti-capitalista e pacifista. Si candida a senatore e governatore, ma viene sempre sconfitto. Nel 1979 lascia il partito, ma da allora non rinuncia mai di continuare a definirsi “socialista democratico”. Da indipendente diventa sindaco di Burlington, nel Vermont. Viene riconfermato per tre mandati, continuando a non aderire a nessun partito. È il 1988 quando si candida come deputato al Congresso: sconfitto di misura, ci riprova due anni dopo e stavolta ce la fa. Viene riconfermato altre sette volte prima di essere eletto al Senato. Nelle aule parlamentari collabora con i colleghi del gruppo progressista (l’ala più di sinistra dei democratici) e diventa uno dei critici più decisi dell’amministrazione Bush, ma non solo. Nel 2010 tiene un discorso di otto ore e mezza per protestare contro il taglio delle tasse sui redditi più alti, bloccando i lavori del Senato. Da allora sempre più voci dell’opinione pubblica lo spingono a candidarsi come presidente degli Usa. Salta l’appuntamento del 2012, venendo riconfermato senatore, e oggi decide di insidiare da sinistra la grande favorita Hillary Clinton.

Fervente ammiratore del modello di welfare nordeuropeo, è il primo membro del Congresso ad essersi definito apertamente socialista dall’inizio della guerra fredda ad oggi. Si propone come il candidato dei cittadini comuni contro gli oligarchi del mercato e della politica. Accusa la Clinton di non essere credibile perché troppo legata a Wall Street e all’establishment dei democratici, oltre a criticarla per alcune sue scelte politiche del passato (in particolare il voto favorevole alla guerra in Iraq). Dalla sua ha una lunga carriera da indipendente e una campagna elettorale finanziata in gran parte da più di un milione di piccoli donatori. Nei sondaggi il suo andamento è in crescita, sostenuto soprattutto dai giovani. Bisognerà vedere se riuscirà a stappare alla concorrenza l’elettorato più maturo e le minoranze etniche.


Samuel Boscarello

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