Di Concetta e le sue donne: far della vita uno spettacolo

Rappresentazione coinvolgente e viscerale, interpretazione appassionante e fibrillante: sono queste le caratteristiche che immediatamente catturano lo spettatore Di Concetta e le sue donne, che vede alla regia l’ingegno artistico – calatino e femminile anche questo – di Nicoleugenia Prezzavento. Lo spettacolo, in scena da qualche mese in alcuni teatri della Sicilia, restituisce una delle testimonianze più vibranti e impegnate di ordinaria militanza: si tratta dell’operato di Concetta La Ferla – tardocapopopolo e protofemminista – protagonista indiscussa della interminabile lotta della sezione femminile del Pci di Caltagirone, in una città dai colori oscurantisti e bigotti, mentre il femminismo era alle porte con gonne a fiori, autocoscienza e zoccoletti. Della sua vita Maria Attanasio, che al tempo della sezione faceva la redattrice dei verbali, ci racconta in un libro da cui lo spettacolo è liberamente ispirato.

La memoria di Concetta si fa volto tra quelle pagine, oltrepassandole al fruscìo tagliente dello sfogliare, fino a sussurrare al cuore dello spettatore un compito, una missione: portare avanti quella imperitura lotta contro le ingiustizie e le diseguaglianze, che deve vederci con coraggio protagonisti tutti, specialmente in questo tempo attuale senza politica, che uno si sente accubare come se ci mancasse l’aria.

La storia di Cettina segue un ritmo dolcemente incalzante: mellifluo e febbrile coesistono in un rapporto di necessità, come solo in ogni figura eroica riesce a conservarsi mite e selvaggia. Dall’infanzia all’adolescenza, dalla vita adulta alla malattia, quella della Nostra è un’esistenza permeata da sentimenti accesi e amori autentici: per l’inestimabile padre e l’adorato marito e compagno Sforzo, per le relazioni del quartiere e la politica, per i figli e la Rivoluzione.

A voler stringere il nodo che lega le ragioni politiche della Nostra al partito comunista, la scena pone bene a considerare il quadro in cui si colloca Concetta: lacerato da un sottofondo tutt’altro che omogeneo, la protagonista opera in un’età di fertile disarmonia, opponendo il suo ideale marxista – indiscutibilmente amato – alla pesante eredità di certi manichini di salotto, che nel fosso di quell’ideologia iniziavano a gettavare l’abito da contadino per uno più licchittato. Il risultato finale è espresso da un complesso di lucidità intellettuale e artistica maniera, che sottilmente comunica allo sventolare ridicolo di una bandierina rossa e all’indossare un vestito rigorosamente nero e fin oltre il ginocchio, ornato solo all’estremità di qualche lingua di fuoco. In tal modo, del resto, lo spettacolo restituisce bene i destinatari dell’opera: coloro i quali, comunisti o meno, nell’attuale paludoso spazio della politica operano per un progetto di mondo più giusto e condiviso.

Se da un lato un radicato rapporto va esaltato, dall’altro uno è assolutamente da slegare: si tratta di quello con il femminismo, da cui la protagonista si allontana apertamente e con parole severe, descrivendolo come una bolla di sapone – che non durò nenti – come se del resto certe cose potessero decidersi per libertà di diritto e non per necessità di cuore, come se il discorso politico avesse qualcosa da trascinare sul piano sessuale, casalingo. La lotta contro ogni forma di schiavismo su ogni essere umano, per Cettina invece, è da portare avanti non per femminismo, ma per dovere politico, cioè civile e prima ancora umano.

Accompagnati dalla musica e dai canti della polistrumentista Nicoletta Fiorina, l’interpretazione sanguinaria di Rita Salonia si inerpica tra parole sofferte e sterrefatte, ad impugnare questa generazione senza midollo e col piatto impiattato. E se la conclusione – forse troppo debole – lascia un nodo di inespresso, anche questo sembra volto a suggerirci qualcosa: la speranza che, sulle orme della Battagliera, si continui ad avanzare instancabili contro le ingiustizie sociali, il sessismo e la politica dei salotti.

Alessandra Di Nora

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