Femminismo 2.0

Il femminismo, un tempo stendardo di orgoglio e uguaglianza – sì, lo stesso femminismo che fine a qualche anno fa portava le donne a marciare fiere per le strade del proprio Paese – appare oggi una sorta di teologia moraleggiante spesso fastidiosa per chi la sente del tutto lontana dalla propria realtà.

Quella del femminismo è una storia lunga, difficile, ma non è una storia di sconfitte. È una battaglia che porta la donna dell’Occidente, alla fine degli anni ’70 all’effettiva parità di genere. Ma, una volta conquistato l’obiettivo principale, il femminismo non è un movimento che tramonta e continua imperante nella mentalità di chi, probabilmente, non ha ancora assimilato il grande cambiamento. Così, con il tempo, il femminismo da lotta per l’uguaglianza si trasforma in esaltazione della donna. Esaltazione spesso eccessiva che, a lungo andare, separa il mondo di lui dal mondo di lei trattando gli uomini con ironia. Da una parte il bello e buono delle donne, dall’altra il selvaggio maschile. Si sviluppa un femminismo che preferisce soffermarsi su futilità come espressioni o modi di dire piuttosto che concentrarsi su mete non ancora raggiunte; un femminismo che tenta di abbattere divisioni culturali oltrepassando quella sottile linea che separa ideologia da dogmatismo.

E c’è da chiedersi a questo punto quale sia la differenza fra le angelette stilnoviste e le donne di oggi: intoccabili, inafferrabili, poste alle volte come esseri superiori. E io, ragazza di 17 anni che cammina per le strade europee aspettando Dante che mi svenga ai piedi, dovrei un attimino chiedermi quale sia la funzione del femminismo nel 2016. Se vero è che questo nasce come ricerca di uguaglianza e di parità di diritti, è innegabile che oggi, davanti alla legge una donna occidentale non possa sentirsi diversa da un uomo. Dal punto di vista giuridico il femminismo (in Europa, in Occidente) è una battaglia vinta. E, piuttosto di rimarcare diritti acquisiti, scadendo alle volte nell’esasperazione, sarebbe il caso di individuare quali sono i problemi culturali, senza dubbio imperanti, che ancora adesso serpeggiano nella nostra società. Non si può certo affermare che la condizione della donna in Oriente sia in qualche modo accettabile e sarebbe a dir poco disumano abbandonare una simile battaglia. Ma anche questa, affrontata da un’altra prospettiva, assumerebbe un valore ben diverso, un valore che annullerebbe quella disomogeneità che il femminismo stesso continua ad accentuare: perché parlare di violazione dei diritti della donna e non semplicemente di crimine contro l’umanità? Da cosa nasce l’esigenza di dividere la sfera femminile da quella maschile? Un approccio più unitario, lontano dalla lotta di genere, inconsciamente favorita da un femminismo inconsapevole, garantirebbe un coinvolgimento collettivo e sicuramente un interesse maggiore. È chiaro che il femminismo non sia qualcosa da abbandonare, né tantomeno da accantonare, ma la situazione richiede modalità differenti: si tratta di una corda troppo tesa che si spezzerebbe insistendovi ancora ma da non mollare fino al suo assestamento.

Insomma, il femminismo è una guerra condotta su più fronti, ma solo prendendo consapevolezza delle vittorie, tornando all’idea originaria di uguaglianza (e non di opposizione di genere), forti della conoscenza e del rispetto per lotte di donne passate, si può continuare su quella strada nell’ultimo periodo smarrita e porre gli stendardi sulle mete importanti recentemente, forse, trascurate.

Alessia Caruso

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