Faccende di Cuore

L’Italia era stata fatta, ma le differenze preesistenti rimanevano: lingue diverse, cittadini legati ai propri ex-regnanti, dubbi sull’effettiva utilità del processo di unificazione. De Amicis ne era ben consapevole quando scrisse Cuore, e sapeva bene a cosa mirava: un libro avvincente, facile alla lettura, ricco di storie esemplari, che riuscisse a raggiungere il pubblico più ampio possibile. Un libro che insegnasse l’italiano come lingua e l’italianità come qualità. Questa “italianità” che nel 1886, anno di pubblicazione, era ancora un concetto vago, più idealistico che reale.

Erano gli anni del trasformismo di Depretis e della rabbia delle classi inferiori per la tassa sul macinato; al di fuori di città come Torino o Milano, la povertà e la sussistenza erano una questione più impellente dello studio o del patriottismo, tanto nel sud dei Malavoglia quanto nel nord dei contadini de L’albero degli zoccoli. Difatti la legge Coppino veniva percepita dai meno abbienti come una trovata del governo per togliere braccia al lavoro, e non di rado l’obbligo scolastico veniva disatteso. Da questo s’intuisce che l’orgoglio, o magari la consapevolezza stessa, di far parte di una nuova nazione non è poi qualcosa che prende vita in un attimo, specie se l’unificazione è stata in fondo una continua annessione di stati, capitanata da una regione contro le altre, non senza dissidi interni alla stessa. Proprio qui entra in gioco Cuore, il più letto di sempre nelle scuole.

Il romanzo è concepito come il diario di Enrico Bottini, un bambino piemontese di terza elementare le cui note vengono inframezzate dalle lettere dei genitori e dai racconti che il maestro propone puntualmente in classe. Fin dalle prime pagine lo scenario scolastico appare vario come varia era la società d’Italia al di fuori delle mura scolastiche: troviamo Precossi, timido e col padre alcolista, De Rossi, l’abbiente ragazzino migliore della classe, Franti, il bullo antipatico, e via dicendo. Enrico conosce i compagni e si trova subito a suo agio col nuovo maestro, il quale si presenta come benevolo garante dell’ordine scolastico, nonché padre putativo dei ragazzi: “Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Vediamo di passarlo bene. Studiate e siate buoni. Io non ho famiglia. La mia famiglia siete voi. […] Voi dovete essere i miei figlioli. Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a me. Non voglio aver da punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi di cuore”.

Il legame affettivo, il cuore del titolo, è il sentimento su cui fa leva tutto il romanzo. È il cuore che legherà i bambini al maestro e gli uni con gli altri, e quindi fuor di metafora gli italiani fra loro e ai loro governanti. Così si viene messi di fronte ad abbracci, perdoni, scene strazianti o eroiche, tanto numerose da portare molti critici a liquidare il libro come mieloso e patetico – benché etimologicamente parlando sarebbe meglio definirlo simpatetico che patetico – oppure squisitamente e subdolamente propagandistico.

Già, perché la linea che divide i comportamenti giusti da quelli sbagliati è in Cuore più netta che mai. Sono delineati gli eroi, come Robetti, che rimane zoppo per salvare un compagnetto, e i reietti, cioè Franti, l’alunno che ride delle disgrazie altrui, l’unico senza-cuore. Tutto il libro è permeato da esempi di virtù, a metà fra l’amore per la patria e la solidarietà e la morigeratezza cristiane, benché la Chiesa cattolica sia del tutto assente nel libro: non era il caso di mettere in buona luce un’istituzione che era contraria all’unificazione. Leggendo si nota presto quantosiano forti la dialettica padre-figlio, la devozione per la famiglia, l’amore per il prossimo, la soppressione di ogni superbia e ogni ostentazione, eccezion fatta per il sacrificio, il martirio. Quest’idea di famiglia aleggia per tutta il romanzo: la famiglia biologica, la classe di scuola, la nazione, sono tutte approcciate allo stesso modo. Ognuna di queste famiglie va doverosamente rispettata e amata. Gli esempi sono innumerevoli, le storie del maestro altro non mostrano che la concordia dei ragazzi provenienti da ogni regione d’Italia nell’amore incondizionato verso patria e famiglia. La patria è una “gran cosa”, una faccenda di cuore, per cui vale la pena venir feriti o morire. Nel romanzo lo stato italiano ha anche un volto, benevolo ovviamente, che è innanzitutto quello dei patrioti che si sono spesi per l’unità, ma anche quello del Re Umberto, all’epoca in carica. Il re compare nel bel mezzo di una folla mentre si sporge a stringere la mano al padre dell’alunno Coretti, il quale aveva combattuto accanto a lui nel 1849. Coretti padre sapeva che il suo generale l’avrebbe riconosciuto, e in lacrime poggia la ‘mano ancora calda’ sulla guancia del figlio per porgergli una carezza del re. Di fronte a scene del genere non è un caso che Eco consideri Franti e la sua risata ‘l’ultimo grido del buon senso contro la frenesia collettiva’ dei ragazzini stregati dal clamore delle parate.

Cuore è insomma un libro che cerca di coinvolgere l’emotività, che le prova tutte per far immedesimare il lettore nelle sorti di quello o quell’altro modello di giovane italiano. Sorti che più sono tragiche e meglio colpiscono, per questo abbondano le disgrazie: bambini ciechi, rachitici, maltrattati, e chi ne ha più ne metta. De Amicis – o De Àmicis, come lo chiamano in Io speriamo che me la cavo – aveva recepito cosa intendeva Massimo D’Azeglio quando diceva che bisognava ancora fare gli Italiani, e ritenne questo tipo di scrittura uno dei metodi più efficaci per perforare le scorze.

Cuore non avrà certo fatto gli Italiani, che sono tuttora una cosa multiforme e mutevole, spesso estranea a un’idea forte di patria, ma certamente ha giocato il suo ruolo nell’influenzarli, dandogli degli strumenti – la lingua, svecchiata ancora di più di quella manzoniana dalla retorica letteraria più aristocratica, e avvicinata ai bisogni di quel paese poliglotta che era l’Italia di fine XIX secolo – e dei punti di riferimento – la famiglia e l’universo valoriale di stampo cattolico – che fanno ancora parte del nostro modo di concepire la realtà sociale. De Amicis si è proposto di fare un libro per educare, non per istruire, tentando senza malizia di incanalare gli italiani in una direzione alla cui utopica fine avrebbe dovuto esserci uno stato e un popolo coeso e rispettoso di sé. Che la prima tappa di questa direzione sia stata invece il fascismo è una questione più ampia, per la quale non si può imputare lo scrittore dei languori.

Fabio Damico

 

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