Perché al referendum non voto, anche se sostengo le rinnovabili

Nel mio precedente articolo ho snocciolato alcuni dati utili per farsi una propria opinione in merito al referendum del 17 aprile. In quell’articolo, dopo un processo abbastanza lungo e combattuto, mi sono schierato a favore del SÌ. Dato che le sole motivazioni tecniche non sono riuscite a farmi propendere né per il SÌ né tantomeno per il NO, la vera ragione che mi spingeva a votare SÌ era la seguente: bisogna dare un segnale forte alla classe politica del Paese affinché continui a supportare la transizione verso le risorse di energia rinnovabili. Una motivazione un po’ stirata, ma che nel mio caso ha fatto pendere l’ago della bilancia verso il SÌ. Forse alcuni avranno notato che nell’esporre i dati e poi la mia opinione non ho neanche una volta fatto menzione dell’astensione. Il motivo è semplice: ritenendo di avere un forte senso dello Stato e delle istituzioni, l’eventualità di astenersi a una qualsiasi chiamata elettorale è fuori discussione. Per questo motivo ho provato un sincero disagio nell’apprendere che il Partito Democratico invitasse i propri elettori all’astensione. Per me era inconcepibile che un partito, che poi è anche quello che governa il Paese, invitasse i suoi cittadini all’astensione. Allora ho cominciato a farmi qualche domanda e ad approfondire quello straordinario istituto di democrazia diretta che è il referendum. E ho trovato un documento del Senato che riassume in breve il dibattito che scaturì fra il ’46 e il ’47 fra i padri costituenti sulla decisione di inserire o meno il quorum di partecipazione al voto, cioè quel meccanismo per cui se non va a votare la metà più uno degli elettori il referendum non è considerato valido. Ebbene apprendo che il raggiungimento del quorum fu introdotto, nelle intenzioni dei padri costituenti, allo scopo di evitare che una legge eventualmente approvata con larghissima maggioranza dal Parlamento fosse poi abrogata da una esigua parte dell’elettorato.

Magari questo non è il nostro caso specifico, perché non mi risulta che la norma che si vuole abrogare con il referendum del 17 aprile sia stata approvata a larghissima maggioranza del Parlamento, ma è importante notare che l’astensione è una possibilità prevista dai padri costituenti. La possibilità di votare SÌ o NO ad un qualsiasi referendum dipende da come è formulata la legge che si vuole abrogare e quindi da come viene formulato il quesito che la vuole abrogare, mentre l’astensione è lo strumento in mano a chi è contrario all’abrogazione della norma e quindi è contrario al referendum. Per fare un esempio pratico, se la legge da abrogare è “la mamma oggi cucina la pasta alla Norma” la formulazione del referendum abrogativo sarebbe: “vuoi abolire la legge che consente alla mamma di cucinare oggi la pasta alla Norma?”. A quel punto dipenderà dai gusti dei promotori del referendum. Se ai promotori del referendum piacciono le melanzane e la ricotta salata allora inviteranno a votare NO così che la mamma oggi possa cucinare la pasta alla Norma. Tuttavia, se i promotori preferiscono le sarde e sono allergici alle melanzane, allora inviteranno a votare SÌ perché non vogliono che la mamma cucini la pasta alla Norma. Come potete vedere il SÌ e il NO dipendono da come è posto il quesito. A chi invece non interessa quello che cucina oggi la mamma, oppure si trova in disaccordo con i promotori del referendum, può benissimo rimanere a casa e sperare che il referendum non raggiunga il quorum.

Qualcuno penserà che non ho fatto altro che scoprire l’acqua calda – e in effetti avrebbe ragione – perché è risaputo che chi è contrario al referendum non va a votare. Ma viste le forti accuse di istigazione all’astensione che sono state mosse al PD mi sono sorpreso non poco nell’apprendere che l’astensione è lo strumento previsto dai padri costituenti per esprimere la propria contrarietà alle tesi proposte dai promotori del referendum. L’astensione al referendum è perfettamente costituzionale e forse le forze politiche che affermano il contrario cercano di sfruttare l’ignoranza della gente sul tema. Le motivazioni tecniche espresse nel mio precedente articolo sono a mio parere insufficienti per assumere una posizione netta rispetto al referendum, per questo motivo la mia decisione era scaturita dal mio senso dello Stato, che mi avrebbe imposto di andare a votare, e dalla necessità di dare un segnale alla classe politica sulla strada da percorrere. Ma, dopo la presa di coscienza che l’astensione è perfettamente costituzionale, l’unica vera ragione che dovrebbe spingermi ad andare a votare è il segnale alla classe politica. Sul concetto che il referendum rappresenti un segnale è più volte tornata anche Legambiente, che nei suoi post su Facebook spesso insiste sul concetto di dare un segnale alla classe politica. Ma io mi chiedo: c’era veramente bisogno di indire un referendum e spendere trecento milioni di euro solo per dare un segnale? Quest’articolo potrebbe benissimo terminare qui, con questa domanda a fluttuarvi nella testa. Ma, dato che vi voglio bene, ho intenzione di darvi qualche altro spunto per riflettere. Trovandomi ancora assalito da mille dubbi e con il famoso ago ormai impazzito, per capirci qualcosa di più ho pensato che sarebbe stato utile andare a vedere il processo che ha infine portato questo referendum a venire calendarizzato per il 17 aprile.

In principio fu Possibile, il movimento di Pippo Civati (uscito dal PD nel Maggio 2015 perché in contrasto con la direzione del partito), a raccogliere le firme relative a sei quesiti referendari. Era il settembre 2015 e non si riuscì a raggiungere le cinquecentomila firme. Nel dicembre 2015 sono nove (erano dieci, ma l’Abruzzo si è in seguito ritirato) i consigli regionali che sposano la causa del movimento di Civati e portano avanti i sei quesiti. Cinque dei sei quesiti vengono recepiti dalla Legge di Stabilità 2016, questo significa che il governo ha riconosciuto che le regioni avevano ragione per quei 5 quesiti e ha quindi modificato la Legge di Stabilità 2016 secondo quanto le regioni auspicavano. È rimasto in piedi un solo quesito, che è quello per cui siamo chiamati al voto il 17 aprile. Quindi i promotori del referendum, che sono le regioni, hanno già sostanzialmente vinto perché le loro richieste sono state esaudite. Motivo per cui il referendum sull’unico quesito non accolto appare ai miei occhi sempre più debole, soprattutto per le motivazioni tecniche espresse nel precedente articolo.

Ma per farmi un’idea ancor più completa non riesco a fare a meno di pensare ad un retroscena, qualcosa che non ha fonti e non è un dato. Nel 2014 è stato approvato il decreto Sblocca Italia, che a detta di molti solleva le regioni da alcune scelte in campo energetico, ambientale e di opere pubbliche e le affida allo Stato centrale. Insomma, questo decreto Sblocca Italia diminuirebbe il potere decisionale delle regioni a vantaggio del Governo. Bisogna notare a questo punto che la maggioranza delle nove regioni proponenti il referendum è a guida PD. Ecco, io penso – ed è un mio parere non suffragato da alcun dato – che questo referendum sia il modo in cui una parte del PD (quella parte che amministra le regioni) voglia vendicarsi del decreto Sblocca Italia. Insomma, penso che questo referendum sia nato con l’unica motivazione di manifestare il proprio dissenso verso questo Governo. Non è nulla che io possa dimostrare, ma ci sono certi atteggiamenti di insofferenza che noto durante le interviste che mi spingono a pensarlo. E non mi piace. Non mi piacciono i voti ideologici e non riesco a sopportare l’idea che delle persone possano indire un referendum e sprecare trecento milioni di euro di soldi pubblici solo per fare un dispetto a qualcuno. Un pensiero di questo tipo mi fa dubitare sempre più delle mie posizioni iniziali sul referendum. Se anche fossi favorevole al referendum nella sostanza – e i dati non mi permettono di esserlo del tutto – sicuramente lo sono sempre meno nella forma perché penso che questo referendum sia nato da premesse del tutto errate che nulla hanno a che vedere con le trivelle, il gas e la politica energetica del Paese.

Ma non è finita. Nel precedente articolo scrivevo che il SÌ è un modo per comunicare alla classe politica che la strada delle rinnovabili, che è già stata intrapresa, è quella giusta da percorrere. Ma su questo specifico punto citavo il solo dato del 2014 in cui il 37,5% del consumo di energia elettrica in Italia è stato prodotto da energie rinnovabili. Non male, no? Ma per avere un quadro più preciso bisogna considerare gli anni precedenti e quindi vedere qual è la tendenza di questi dati (cioè se sono in aumento, in diminuzione o stabili). Per fare questo ho consultato il sito del GSE – Gestore dei Servizi Energetici – che riporta alcuni dati interessanti. Per quanto riguarda il consumo di energia elettrica in Italia prodotto da energie rinnovabili sono stato piacevolmente sorpreso nello scoprire che nel 2010 la percentuale era solo del 22,4%. Quindi in soli 4 anni si è passati dal 22,4% al 37,5%, una tendenza in evidente aumento. È giusto dire che il dato del 2015 è 32,8%, quindi in netta diminuzione rispetto al 2014. Ma va anche detto che i dati relativi al 2015 non sono ancora completi e, vista la tendenza dei  quattro anni precedenti, ho ragione di credere che anche per il dato del 2015 vedremo una percentuale in aumento. E c’è un altro aspetto da considerare: l’Europa si è data per il 2020 degli obiettivi energetici chiari. Nello specifico ogni paese europeo deve raggiungere, entro il 2020, una percentuale di almeno il 17% di quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili. In questa percentuale rientrano gli impieghi di fonti di energia rinnovabili nei settori termico, elettrico e dei trasporti. Per il solo settore elettrico vale il già citato dato del 37,5% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, ma per il settore termico e dei trasporti la dipendenza da fonti fossili è ancora elevata e quindi l’Europa impone che, facendo la media delle tre percentuali, la percentuale minima sia il 17% di quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili. Sono rimasto ancora una volta piacevolmente sorpreso nell’apprendere che la fatidica soglia del 17% è già stata raggiunta dall’Italia nel 2014, ben sei anni prima della scadenza prevista dall’Europa. E il trend è in aumento per il 2015 nonostante i dati non siano ancora definitivi. Per una volta l’Italia ha fatto i compiti a casa che gli ha assegnato l’Europa ben prima dell’interrogazione.

Questi dati secondo me sono incontrovertibili. La strada delle rinnovabili è già stata ampiamente intrapresa. Che senso ha allora chiamare i cittadini ad esprimere un parere su decisioni già prese? Il treno delle rinnovabili procede spedito e continuerà a procedere qualsiasi sarà il risultato del referendum. Io penso che questo referendum si fondi su deboli basi dal punto di vista tecnico. E ciò non fa altro che avvalorare la mia tesi secondo cui questa tornata referendaria è solo frutto di una lotta interna al PD allo scopo di indebolire il Governo. Motivazioni esclusivamente politiche ed ideologiche che evitano accuratamente di trattare la materia dal punto di vista tecnico.

Questo articolo è complicato, me ne rendo conto. Ma è complicato perché prima di votare ad un referendum bisogna informarsi per bene, specialmente se il quesito è di natura tecnica. Ora mi chiedo: quanti dei circa quaranta milioni di aventi diritto al voto avranno voglia di approfondire a tal punto la questione? Io penso che un quesito che riguardi la politica energetica di un Paese abbia bisogno di essere analizzato per bene, e non credo che l’italiano medio abbia la voglia e le competenze necessarie per farlo. Per questo motivo ritengo che le questioni tecniche di politica energetica non debbano essere oggetto di referendum perché si rischia di affrontare la materia con l’ideologia e non con la tecnica. Questo referendum è totalmente sbagliato, sia nella forma che nella sostanza. E per arrivare a questa conclusione ho dovuto consultare dati, percentuali, leggi e impiegare una buona fetta del mio tempo libero, cambiando radicalmente idea man mano che i dati mi si presentavano dinnanzi. Non è stato facile, ma ho finalmente preso una decisione: il 17 aprile andrò al mare.

Jafar al-Saqili

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9 pensieri su “Perché al referendum non voto, anche se sostengo le rinnovabili

  1. Federico ha detto:

    “A chi invece non interessa quello che cucina oggi la mamma, oppure SI TROVA IN DISACCORDO CON I PROMOTORI DEL REFERENDUM, può benissimo rimanere a casa e sperare che il referendum non raggiunga il quorum.”

    Io credo che neanche questo faccia spostare decisamente l’ago della bilancia sul NO.
    Tanto ormai questo referendum ci sarà, quindi i soldi verranno spesi; il segnale che verrebbe colto non credo sarebbe -noi votanti riteniamo che questo referendum sia inutile e con secondi fini- bensì -noi ci disinteressiamo dei nostri doveri civici- . E si ritorna al tuo articolo precedente.

    Questo altro articolo tocca un altro punto interessante : http://cetri-tires.org/press/2016/cio-che-si-nasconde-davvero-sotto-le-trivelle-e-che-quasi-nessuno-dice/

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  2. Osvaldo Forzini ha detto:

    “il 17 aprile andrò al mare.”
    Magari stia lontano dalle spiagge dove lavorano le trivelle, non si sa mai dovesse succedere un incidente… 😉

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  3. Mario Salomone ha detto:

    Ho letto con attenzione i tuoi due articoli. Voglio credere che tu sia in buonafede e che quindi il tuo cambiamento di opinione sia sincero e non simulato al fine di orientare il (non) voto dei lettori. In questo caso devo comunque rilevare che tra le cose che hai scritto (per la maggior parte giuste e condivisibili) vi sono alcune imprecisioni, due delle quali particolarmente gravi. La prima imprecisione grave, che risale al primo articolo, riguarda le conseguenze del votare SI. Hai scritto che in tal caso allo scadere delle concessioni attuali le aziende non potrebbero più chiedere proroghe alle regioni. Ciò è falso. La scomparsa delle parole oggetto di referendum dalla legge infatti farebbero banalmente tornare in vigore la legislazione precedente che consentiva proroghe da concordare con le amministrazioni regionali a valle di opportuni controlli ambientali e sulla base dei nuovi prezzi di mercato. In questo articolo la questione giuridica (piuttosto complessa) viene spiegata nel dettaglio: http://www.nextquotidiano.it/quello-che-la-rai-non-dice-sul-referendum-del-17-aprile/
    La cosa buffa è che questo errore viene (volontariamente) commesso sia dai sostenitori del NO che da quelli del SI, per motivi diversi. I primi per poter ingigantire lo spettro della perdita dei posti di lavoro dovuti alla chiusura “automatica” dei pozzi. I secondi per dare maggiore forza alle tesi ambientaliste sull’efficacia del referendum. L’unico che con grande sforzo cerca disperatamente di spiegare come stanno le cose è Michele Emiliano che da ex magistrato di legge qualcosa in più degli altri ne capisce.

    La seconda imprecisione (che continuerò a ritenere tale salvo presentazione di documenti probanti in senso contrario) riguarda le intenzioni dei padri costituenti. Non c’è alcun dubbio che l’astensione sia “costituzionale” (anche perché se non lo fosse sarebbe illegale e ci sarebbe qualcuno che ci costringerebbe ad andare ai seggi), così come non c’è alcun dubbio che i padri costituenti introdussero il quorum per impedire che su leggi approvate dal parlamento potesse pronunciarsi con potere di abrogazione una percentuale sparuta di cittadini. Questo però non significa affatto che i padri costituenti ritenessero l’astensione un mezzo legittimo per portare avanti la tesi del NO. Il principio era e dovrebbe essere tutt’ora un altro: chi è per il SI vota SI, chi è per il NO vota NO, chi non ha informazioni sufficienti o è disinteressato si astiene. A quel punto un mancato raggiungimento del quorum sarebbe segno di scarso interesse del popolo per la materia in questione e ciò giustificherebbe l’annullamento del suo esito. D’altro canto basta ragionarci un attimo: se i padri costituenti avessero voluto che i contrari si sommassero ai disinteressati nell’astensione, perché non mettere soltanto il SI sulla scheda elettorale?

    Infine, un commento sulla parte finale di questo articolo che, non volermene, sembra davvero propaganda spicciola filogovernativa. Affermare che il referendum sia una ripicca delle regioni nei confronti del governo a causa dello “Sblocca Italia” è una tesi senza capo né coda. I quesiti, COME TU STESSO HAI SCRITTO, sono stati scritti e presentati ben prima dell’entrata in vigore dello “Sblocca Italia” che difatti ne ha risolti 5 su 6. E’ del tutto evidente dunque che i consigli regionali fossero convinti della bontà di questo quesito referendario molto prima di conoscere il contenuto dello “Sblocca Italia”; ciò è sufficiente a smentire ogni ipotesi di ripicca o vendetta.

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  4. Jafar al-Saqili ha detto:

    Sono contento di rispondere ad un commento così ben scritto ed argomentato.

    Ho letto con interesse l’articolo che mi hai consigliato anche se devo ammettere che non sono sicuro di averlo compreso appieno. Io scrivo quello che ho capito e vediamo se è corretto.
    Già la Legge di Stabilità 2016 ha vietato il rilascio di nuove concessioni entro le 12 miglia. Rimane quindi il discorso sulle vecchie concessioni. La legge precedente dice che una concessione dura 30 anni, poi può essere rinnovata per 10 anni, poi per 5 anni e poi per altri 5 anni per un totale di 50 anni, dopo i quali non è più possibile rinnovare la concessione e l’estrazione va fermata anche se il giacimento contiene ancora idrocarburi (non ho la fonte di questa informazione ma ricordo di averla letta, se trovi qualcosa te ne sarei grato). Poi è arrivata la Legge di Stabilità che ha invece esteso la proroga delle concessioni “fino alla vita utile del giacimento”, cioè finché ci sono idrocarburi da estrarre. Poi è arrivato il referendum che vuole abrogare la frase “fino alla vita utile del giacimento” e quindi fare in modo che, alla fine della concessione di 50 anni (sempre se viene rinnovata con la cadenza di cui sopra), i giacimenti vengano abbandonati anche se contengono ancora idrocarburi. Secondo me tutti i dubbi ruotano attorno alla parola “concessione”. Con la vecchia legge la concessione si rinnova con cadenza variabile fino ad un massimo di 50 anni. Quindi se vince il SÌ e torna in vigore la vecchia legge allora le concessioni entro le 12 miglia potranno essere comunque rinnovate ma fino ad un massimo di 50 anni a partire dalla data di inizio della concessione. Che poi, semplificando, è la stessa cosa di dire “se vince il SÌ viene impedito lo sfruttamento dei giacimenti esistenti oltre la fine della concessione” dove la concessione si intende di durata massima di 50 anni.
    Se ho capito bene la critica che mi fai è che non ho considerato le proroghe che si possono chiedere nell’ambito di una concessione. È vero che non le ho considerate e non l’ho fatto perché con la vecchia legge (che rientrerebbe in vigore in caso di vittoria del SÌ) la concessione non può durare più di 50 anni e quindi è corretto dire: “se vince il SÌ viene impedito lo sfruttamento dei giacimenti esistenti oltre la fine della concessione”, anche se sarebbe più corretto spiegare il modo in cui una concessione può essere prorogata. Un’ultima considerazione: io credevo che fosse il Ministero dello Sviluppo Economico a gestire il meccanismo dei rinnovi delle concessioni, ma tu scrivi che è competenza delle Regioni. Se tu avessi documenti che lo attestano mi chiariresti questo dubbio.

    Spero di aver capito la tua critica che mi sembra pertinente a fa ancora più chiarezza sulla materia oggetto di questo referendum. Ma voglio anche lanciarti una provocazione riprendendo un concetto già espresso nell’articolo: come si può pensare di somministrare alla popolazione un referendum su una questione così tecnica e pretendere che il voto sia consapevole? Si può – e a mio parere si sta facendo – solo se si sposta la campagna referendaria dal piano tecnico al piano ideologico, dicendo addio al voto consapevole e informato.

    Passiamo alla seconda critica. Il mio ragionamento partiva da questo documento: http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:1uaDPODb_90J:www.senato.it/documenti/repository/dossier/studi/Note%2520brevi/Nota%2520breve_31.pdf+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it
    Io nell’articolo sostengo che il SÌ e il NO sono entrambi strumenti in mano a chi propone il referendum e dipendono da come è posto il quesito referendario, mentre l’astensione è lo strumento in mano a chi si oppone al referendum. Dato che le eventualità di un referendum sono 3 (SÌ, NO, no quorum), ma gli esiti del referendum possono essere solo 2 (referendum valido, referendum non valido) allora, logicamente parlando, ci devono essere due eventualità che fanno riferimento allo stesso esito. Io penso che le eventualità “SÌ, NO” facciano entrambe riferimento all’esito “referendum valido” mentre l’eventualità “no quorum” faccia riferimento all’esito “referendum non valido”. Su quali basi sostengo questa tesi? Sostanzialmente nessuna, è solo il ragionamento di un cittadino qualsiasi. Inoltre tu scrivi che chi non ha informazioni sufficienti o non è interessato si astiene. Quanti italiani possono affermare di avere le informazioni sufficienti per votare a questo referendum?

    E siamo alla terza critica. Sono consapevole del fatto che la fine del mio articolo possa apparire filogovernativa. E in tutta sincerità non mi interessa. Ho argomentato la mia posizione e non ho paura di esporla anche al rischio di apparire a favore o contro qualcuno o qualcosa. Tra l’altro la mia è una posizione che varia al variare dei documenti che vado via via consultando. Non so ancora bene cosa farò il 17 Aprile perché non mi sento ancora del tutto informato. Continuo a pensare che questo referendum sia frutto di lotte politiche e di segnali che hanno a che fare più con la politica che con le trivelle e le rinnovabili. E mi fa riflettere il fatto che il Governatore della Puglia Michele Emiliano, tesserato del PD, si batta per il SÌ e non perda occasione di criticare Renzi all’assemblea del partito sulla sua posizione astensionista (posizione che critico anche io e che è contro la legge) anche se la Puglia non ha neanche una piattaforma di estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia, nonostante sia una delle regioni proponenti il referendum. Stimo Emiliano perché so che in Puglia sta facendo bene, ma secondo me non bisogna essere né renziani né del PD per nutrire anche il minimo dubbio che qualcuno voglia strumentalizzare questo referendum.

    Ti ringrazio per il commento e per le critiche fatte perché sono pertinenti e stimolano il dibattito. Spero di averti risposto nel merito. Ti consiglio di leggere anche l’articolo “Abbiamo bisogno di questo referendum” ( https://parlamente.com/2016/04/08/abbiamo-bisogno-di-questo-referendum/ ) per leggere le altre critiche che mi sono state mosse in risposta a questo articolo.

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    • Mario Salomone ha detto:

      Ciao 🙂

      Riguardo il primo punto, non capisco perché dici che al termine dei primi 30 anni oltre alla prima proroga di 10 se ne possano concedere soltanto due da 5 anni l’una. Dove lo hai letto? Nella legge del 1991 c’è scritto:

      “Al fine di completare lo sfruttamento del giacimento, decorsi i sette anni dal rilascio della proroga decennale, al concessionario possono essere concesse, oltre alla proroga prevista dall’articolo 29 della legge 21 luglio 1967, n. 613, una o più proroghe, di cinque anni ciascuna se ha eseguito i programmi di coltivazione e di ricerca e se ha adempiuto a tutti gli obblighi derivanti dalla concessione o dalle proroghe.”

      L’articolo 29 della legge del 1967, come si intuisce dal testo, è quello che istituiva la prima proroga decennale. Come vedi c’è scritto UNA O PIU’ proroghe. Quindi anche più di 2. Questo contestavo del tuo articolo. Potenzialmente quindi un’azienda di estrazione posta entro le 12 miglia potrebbe andare avanti fino all’esaurimento del giacimento a patto di ottenere di volta in volta la proroga necessaria. Su chi sia a dover concedere la proroga ammetto di non aver consultato documenti ufficiali; mi basavo su quanto affermato dallo stesso Michele Emiliano in vari dibattiti pubblici. Sono comunque quasi certo del fatto che le Regioni, se anche non abbiano potere di vero, vengono quantomeno consultate prima della concessione della proroga. Ad ogni modo non ritengo particolarmente significativo ai fini del voto stabilire a chi spetti la decisione: il punto focale è che qualcuno decide e che questo qualcuno ha il potere di estendere di volta in volta il limite temporale.

      Appena ho tempo replico sul resto.

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      • Jafar al-Saqili ha detto:

        Sinceramente non ho dati certi sul meccanismo di rinnovo delle concessioni degli idrocarburi. Non metto in dubbio che le leggi che hai citato siano corrette, ma ho il dubbio che ne siano state approvate delle altre dopo quelle che hai citato tu. La cadenza del rinnovo che citavo io (30 anni prima concessione, poi 10 anni e poi due rinnovi da 5 anni) l’ho letta in altri articoli (tipo questo: http://www.correttainformazione.it/referendum-trivelle-petrolio-2016-data-cosa-votare-motivi-si-no/81633868.html ) ma non riesco a trovare una fonte ufficiale. Addirittura in questo articolo si scrive che dopo i possibili 50 anni di concessione totali sia possibile chiedere la proroga fino all’esaurimento del giacimento. Invece con la legge attuale (che il referendum si propone di abrogare) tutte le concessioni diventano automaticamente valide fino alla durata utile del giacimento senza più passare di rinnovo in rinnovo. È un punto fondamentale sul quale sto ancora cercando di reperire fonti ufficiali ma se fosse come ho letto (cioè che con la vecchia legge la concessione possa essere prorogata all’infinito e la decisione presa dal Ministero dello Sviluppo Economico) allora significherebbe che questo referendum è davvero inutile.

        Ti ho voluto correggere sull’informazione di chi si occupava di rinnovare le concessioni (e cioè il Ministero dello Sviluppo Economico e non le Regioni) perché mi fa strano il fatto che siano state proprio le Regioni a proporre il referendum, nonostante già non avessero alcun potere decisionale sul rinnovo delle concessioni. E mi spingo oltre: le Regioni che hanno più concessioni entro le 12 miglia sono l’Emilia Romagna, l’Abruzzo, le Marche e la Sicilia ( qui c’è una mappa con le concessioni http://www.lastampa.it/2016/04/04/italia/concessioni-piattaforme-e-referendum-ecco-la-mappa-degli-idrocarburi-in-italia-9fjV8Eg3nWQS6ocgRg5MQN/pagina.html ). Fra le ben 9 Regioni proponenti ce n’è solo una che è veramente interessata perché ha concessioni e sono le Marche. Quindi abbiamo un referendum sulle trivelle (che poi sulle trivelle non è) presentato da Regioni che le trivelle non ce le hanno. E mi fa ancora più strano sapere che ben 7 su 9 Regioni proponenti il Referendum siano a guida PD (il Veneto è della Lega Nord, la Liguria è di Forza Italia).
        Tirando le somme, questo referendum è stato proposto dalle Regioni che in caso di vittoria del Sì non avranno comunque alcuna voce in capitolo sul rinnovo delle concessioni. Inoltre fra le 9 richiedenti solo una (le Marche) ha concessioni entro le 12 miglia, tutte le altre hanno l’orizzonte sgombro da mostri di acciaio. E come se non bastasse, ben 7 regioni su 9 sono del PD, il che avallerebbe la mia tesi di una lotta interna al partito.

        Mi dispiace non essere in grado di citare le fonti necessarie sulla questione del rinnovo delle concessioni ma riguarda questioni giuridiche sulle quali ho ben poche competenze. Se tu riesci a reperire fonti ufficiali faresti un piacere sia a me che a chi legge questi commenti per chiarirsi le idee 🙂

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    • Mario Salomone ha detto:

      Ciao. Purtroppo in questi giorni sono stato impegnatissimo e non ho più potuto rispondere. Oggi è il “grande” giorno, quindi credo che ormai ognuno si sia fatto la sua idea e che difficilmente la cambierà sulla base di cose lette in extremis. Ci tengo però a spendere qualche parola giusto sulla questione “astensione” che personalmente trovo di grande impostanza, non tanto per questo referendum in particolare, quanto per il futuro dello strumento referendario in generale. Quando i padri costituenti decisero di inserire quella soglia del 50%+1 il fatto che l’affluenza ad ogni tipo di elezioni sarebbe scesa negli anni ai minimi storici del tempo presente non era neppure immaginabile. Erano anni in cui il voto era considerato un dovere ben prima che un diritto e in cui chi non votava doveva addirittura giustificarsi ed era guardato con biasimo dalla società. Avallare l’atteggiamento di quanti invitano all’astensione (dovrebbe essere ancora un reato se fatto da chi riveste ruolo di pubblico ufficiale) è a mio parere gravissimo, perché di mancato quorum in mancato quorum stiamo svuotando di ogni significato uno strumento importantissimo trasformandolo da preziosa risorsa nelle mani dei cittadini ad inutile spreco di denaro. Di questo passo nessuno si spezzerà più la schiena nel raccogliere centinaia di migliaia di firme per abrogare una legge che considera sbagliata o pericolosa perché tutti perderanno la fiducia e guarderanno al quorum come a un’utopia irraggiungibile in un paese di ignavi. Quello di oggi è un quesito molto tecnico, giuridicamente complesso e di impatto fondamentalmente limitato. Ma se persino tu che hai l’intelligenza e gli strumenti per approfondire, ricercare e maturare un’opinione rinunci all’opportunità di esprimerti, verrà un giorno in cui al cospetto di una legge liberticida o drammatica rimpiangerai questa e le altre opportunità che abbiamo avuto di dire con forza che contiamo anche noi, che possiamo far sentire la nostra voce e che esiste un popolo a cui rendere conto. Facciamo in modo che da oggi in avanti i politici non si nascondano più dietro la codarda raccomandazione di disertare le urne: votiamo SI o votiamo NO, ma VOTIAMO, affinché la democrazia non si trasformi in una parola vuota più di quanto non lo sia già oggi.

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  5. lavinia ha detto:

    Ciao,
    una piccola precisazione sul tuo articolo.
    Quando dici: “l’Europa si è data per il 2020 degli obiettivi energetici chiari. Nello specifico ogni paese europeo deve raggiungere, entro il 2020, una percentuale di almeno il 17% di quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili.” in realtà non è propriamente così. La Direttiva Europea che tu giustamente citi (qui il testo in italiano: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32009L0028&from=IT ) assegna ad ogni paese un obiettivo nazionale che varia a seconda delle potenzialità in materia di energie rinnovabili, per l’Italia è il 17%.
    Solo che dopo scrivi: “Per il solo settore elettrico vale il già citato dato del 37,5% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili, ma per il settore termico e dei trasporti la dipendenza da fonti fossili è ancora elevata e quindi l’Europa impone che, facendo la media delle tre percentuali, NON SI DEBBA SUPERARE il 17% di quota dei consumi finali lordi di energia coperta da fonti rinnovabili.” Fortunatamente la soglia del 17% è una soglia minima, un obiettivo, non costituisce un limite massimo.

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