Abbiamo bisogno di questo referendum

Solo i cretini non cambiano idea, lo dicono tutti. Persino i cretini stessi quando devono rimediare a qualcosa che hanno fatto. Ma conosco Saqili e so che è tutt’altro che cretino, dunque il suo improvviso cambio di rotta non mi lascia scosso, essendo motivato in modo intelligente. Tuttavia non posso condividerlo, perché mi sembra ci siano delle falle nel ragionamento. Analizziamo le tesi di Saqili passo per passo.

Astenersi al referendum è perfettamente costituzionale”. Vero, è legittimo. Altrimenti non sarebbe previsto il quorum, che tutela la volontà del Parlamento dalla possibilità che un atto legislativo venga abrogato da una minoranza di cittadini. Giusto, ma il discorso fila quando si pratica un astensionismo informato. Tra il 1997 e il 2009 i referendum in Italia hanno conosciuto un periodo nero, durante cui il quorum non è mai stato raggiunto. La tendenza è stata invertita solo nel 2012, quando l’affluenza si è assestata intorno al 54% (aiutata peraltro dall’onda emotiva del disastro nucleare di Fukushima), comunque decisamente bassa rispetto alle percentuali dei referendum tenutisi negli anni ’70-’80. Cos’è successo, gli italiani sono improvvisamente diventati strenui difensori del proprio legislatore? No, hanno perso fiducia nel voto referendario. Lo diceva già l’importante sociologo Ilvo Diamanti nel 2005, commentando il risultato estremamente deludente dei referendum sulla procreazione assistita: “È abbastanza evidente che ci sia un progressivo sentimento di delusione che è cresciuto nel corso degli anni novanta. […] Visto che la democrazia rappresentativa funziona male, ecco allora che la democrazia diretta genera una reazione quasi di insofferenza nel momento in cui viene avvertita come un surrogato della democrazia rappresentativa.” Non prendiamoci in giro: a prescindere dalla propria posizione politica, il governo ha l’obbligo di incoraggiare l’esercizio della democrazia. E avrebbe dovuto cominciare fissando una data unica per referendum ed elezioni amministrative. Poi sarebbe venuta la campagna referendaria, compresa la possibilità di astensione informata. Campagna nella quale comunque nessun pubblico ufficiale (compresi dunque i membri del governo) può esplicitamente invitare all’astensione, come prevede l’art. 51 della legge 352/1970. Addirittura questo è considerato dalla legge un reato penale, punibile “con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000” (Testo Unico delle Leggi Elettorali, art. 98)! Capito, Renzi?

Non c’era bisogno di indire un referendum e spendere 300 milioni di euro per dare un segnale politico.” In effetti, questi soldi si sarebbero potuti risparmiare. Ma non evitando la consultazione! Sarebbe bastato, come appena detto, accorpare elezioni amministrative e referendum nello stesso giorno. Per farlo, il governo avrebbe dovuto emanare una legge ad hoc. Ma non l’ha fatto. Problemi di natura tecnica, dicono a Palazzo Chigi. Volontà di boicottare il referendum, insinuo io. A pensar male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca. Ma per un momento cerchiamo di non essere maliziosi, supponiamo che la data unica non fosse comunque fattibile. Mi state chiedendo di porre i soldi prima dell’esercizio dei miei diritti? Prima della mia libertà di cittadino? Ma siamo pazzi! La volontà popolare val bene 300 milioni di euro. Sarebbe questo lo spreco, in un paese nel quale si butta denaro pubblico in ogni settore e ci si insozza nella corruzione praticamente ovunque? Ma fatemi il piacere!

Non mi piacciono i voti ideologici: questo referendum è una vendetta interna al Pd.” Ancora la vecchia storia del “referendum politico”. C’è una notizia che devo darvi, tutti i referendum lo sono. Ai tempi di quello sul divorzio, ad esempio, Berlinguer trasse vantaggio dalla vittoria del No per dimostrare che gli italiani erano ormai pronti per una svolta progressista a sinistra. E stiamo parlando del referendum principe, una pietra miliare nella storia italiana! Quindi mi spiace, ma tutti i voti sono ideologici. Altrimenti non avremmo nemmeno bisogno della democrazia, metteremmo a Roma un cervellone elettronico e vivremmo tutti felici e anestetizzati. Questo per quanto riguarda la prima parte della tesi saqiliana. Passiamo alla seconda, facilmente smentibile dal fatto che ogni regione ha tutto il diritto di voler tutelare le proprie risorse naturali da uno sfruttamento esagerato. Inoltre, facendo un giro nei comitati per il Sì ci si accorge facilmente di quanto variegata sia la coalizione politico-sociale che è creata: partiti d’opposizione, sindacati autonomi, ambientalisti, collettivi, associazioni varie eccetera. Tutti alleati silenti della minoranza del Pd?

Che senso ha il referendum se abbiamo già raggiunto gli obiettivi europei sul rinnovabile?” Che senso ha per uno studente arrivare al 10, quando ha già una tranquilla media del 7? Semplice, migliorare. Essere eccellenti, superare i propri limiti. La vittoria del Sì in questo referendum permetterà, molto gradualmente, la dismissione progressiva delle trivelle fino a 12 miglia dalle coste italiane. È un piccolo passo in più, ma sono i piccoli passi a fare le lunghe marce. E poi proprio in questi giorni penso all’affare Tempa Rossa. Penso alla rete di schifosa connivenza tra membri del governo e multinazionali del fossile: disposti tutti quanti ad ogni cosa pur di arricchirsi, con buona pace dell’ambiente e delle belle parole alla Cop21 di Parigi. Caro Saqili, ma sei proprio sicuro che le rinnovabili non abbiano bisogno di questo referendum?

Samuel Boscarello

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