L’Elettra di Lavia: roccia tra le onde

Più di un’onda di vita freme in questa mimesi della morte: Elettra, come roccia in un mare senza rotte né approdi, domina la cinquantaduesima scena del Teatro Greco di Siracusa. La tensione del Coro – nella classica sinfonia polifonica – si fa centro di irradiazione per quel labirinto del tormento in cui si articola un’elevatissima interpretazione poetica e artistica. L’indagine sul nucleo familiare è condotta attraverso sentieri ora allusi e interrotti, ora scoperti e rigogliosi: lo spettatore non è guidato verso una teoria critica conclusa, ma verso un’interrogazione interminabile.

Tre le figure femminili poste a patire sulla scena: Crisotemi, che soffre il dramma dell’incapacità di ribellarsi ai potenti; Elettra, che soffre quello della vendetta corrodente i margini della solitudine; Clitemnestra, il cui dramma è posposto agli inferi, quello della morte per mano dei suoi stessi figli.

Elettra ha sete di giustizia e non riconosce più madre Clitemnestra, colei che ha ucciso il marito e padre Agamennone concedendosi a nuove nozze con l’amante Egisto, che ha usurpato così il trono. Combatte e non contempla una diversa alternativa: gli eroi tragici, del resto, non scelgono mai, perché sono sempre ciò che sono e ciò che vogliono.

Nel fondo di questo vasto oceano si agita un mostro di vendetta solo in una delle due figlie – Elettra – poiché nell’altra, Crisotemi, è più forte il richiamo all’ubbidienza e alla rassegnazione: è in questo quadro che si colloca l’inimmaginabile ritorno del fratello Oreste, che animato da pari odio per la madre e l’amante, è pronto a portare avanti la vendetta.

Giunto dinnanzi alla scena lo spettatore ha come l’impressione di trovarsi di fronte a un relitto navale: il regno è rappresentato al suo esterno ancora affondante da un lato. Tutto intorno, la terra-sabbia sul cui moto ondoso delle tombe appaiono galleggiare; è a queste che ora uno ora un altro personaggio tenderanno ad aggrapparsi, come zattera in tempesta, come discolpa o condanna: la morte di Ifigenia – la scusante su cui fa leva Clitemnestra, la morte di Agamennone – l’accusa che fa da perno in Elettra.

A suggerire la venuta di Oreste è una profetica ciocca dello stesso colore dei capelli di Elettra. Il gioco scenico delle chiome contrappone la lunga e bionda capigliatura della madre Clitemnestra – riproposta esattamente identica in Crisotemi – al cortissimo e rosso capello della figlia Elettra; a sottolineare il divario tra le due, l’antitesi, il conflitto, e a voler bene attribuire alle prime una femminilità che la seconda ripugna in favore del padre, di tutto ciò che è maschile.

La scelta del regista Lavia è quella di un Coro tutto al femminile: la vicenda, del resto, pur vedendo in Oreste il protagonista delle due uniche grandi azioni – il ritorno e l’uccisione – è in realtà tutta incentrata sul tormento e odio di Elettra, i veri due moventi dell’esperienza tragica. Le polifoniche accompagnano con ronzii di dolore la sofferenza e l’odio, ma svuotate della loro essenza e importanza: ciò è dovuto da un lato all’enorme riduzione del loro dialogo, dall’altro all’immobilità che le caratterizza nei lunghi e non scomponibili capelli e nelle vesti quasi goffe, facendole piuttosto crisotiane.

L’interpretazione delle tre donne, e più tra tutte di Federica Di Martino, emoziona, coinvolge e commuove: questa è ben distante da quella quasi anonima del figlio Oreste o addirittura imbarazzante di Egisto. Il dramma è tutto al femminile e ogni elemento lo suggerisce.Il momento poetico più elevato è raggiunto all’apprendimento della falsa morte di Oreste e al riconoscimento poi dei due fratelli. La catarsi si consuma nell’ultima – quasi comica – scena: il delitto della madre e di Egisto. A questo punto, infatti, lo spettatore avverte un distacco totale rispetto al coinvolgimento emozionale di un attimo prima, pur – teoricamente – consumandosi proprio adesso il momento più tragico.

L’esperienza scenica si conclude meravigliosamente: più tra tutto – e non ce ne voglia nessuno – si fa spettacolo la tribuna pullulante di sguardi espressivi, di lacrime e riso, di applausi e tremori: ogni anno, al Teatro Greco di Siracusa, i versi seppelliti dal cemento del tempo riprendono Vita. Da qui si fa scenario la Bellezza, l’unica che è ancora in grado di restituirci la dignità del vivere.

Alessandra Di Nora

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