L’altro aspetto della Siria

Ormai vive da un po’ di anni in Italia, ma le sue emozioni, i suoi ricordi e il suo cuore sono piantati saldamente in una terra in cui non può più vivere, una terra che lascia un sapore dolce nella sua bocca ed esala profumi orientali. I suoi ricordi ci trasmettano a pieno la nostalgia che reca con sé e la gioia nel raccontarci non di un’atmosfera devastata, logorata e sanguinante per la guerra, ma un’altra realtà da quella che i media ci tratteggiano con vocaboli aspri, forti e intrisi di violenza. Questi sono i ricordi di una ragazza di nome Fatten, nata in Grecia, cresciuta in Siria e risiedente qui in Italia con la sua famiglia.

Ci confrontiamo quotidianamente con un’immagine della donna che viene oltraggiata, alla quale vengono privati diritti inalienabili. Fatten ci racconta e ci illustra un quadro sociale siriano in cui sono messi in luce sostanziali differenze tra realtà coesistenti, ci permette di conoscere quell’aspetto che spesso viene accantonato, perché si sa che la violenza “affascina” l’uomo, cattura la sua attenzione e lo porta quasi inconsciamente a una conoscenza parziale del mondo che lo circonda. “Nelle province – racconta Fatten – ci sono usanze alla quale, per motivi di tradizione, la donna non può contravvenire, non può superare certi limiti. Il marito non vuole che esce e il suo dovere è restare a casa, ma io sono cresciuta a Damasco, la capitale, e qui la donna ha la possibilità di fare tutto“. Succede a volte che particolari esperienze ci riguardino da molto vicino, che trafiggano la nostra anima e lascino un segno indelebile nella nostra vita. Sono segni che si ripercuotono nella persona in modo costante e assiduo, che innescano meccanismi di difesa dalla paura. Succede, invece, a volte che l’uomo abbia solo la conoscenza “superficiale” di eventi capaci di sovvertire le abitudini di una persona e i sentimenti, soprattutto innescando odio e disprezzo. Ci confrontiamo ancora una volta con una realtà legata maggiormente alle province, sono storie queste che non si possono comprendere a pieno, se non vissute. “Nelle province soprattutto, le donne vengono picchiate dal marito, non possono uscire con un amico e, se capita, è possibile che le persone non parlino più loro e che nessuno le vorrà sposare”.

“A Damasco – continua Fatten – la condizione è molto diversa. La donna è molto libera, può decidere di fare ciò che vuole, può studiare senza restrizioni”. Una visione più aperta quella in cui la donna ha la possibilità di plasmare la propria personalità, formarla, dedicarsi ai propri interessi percorrendo un iter che le offra gli strumenti per raggiungere gli obiettivi da lei ambiti. Ma se scostiamo l’asse della nostra attenzione a un altro tipo di tolleranza, quella religiosa, apprendiamo il ritratto di una capitale che gode di un complesso di aspetti socio-culturali in cui si intrecciano visioni di pensiero opposte. “Ci sono sia musulmani e cristiani che vivono assieme. C’è l’assoluta libertà di poter partecipare a qualsiasi religione si voglia”. Ciò inscrive Damasco in una dimensione molto più eterogenea, in un clima più sereno e tranquillo nonostante quello di terrore che sorvola lo stato siriano quotidianamente.

Fatten si confronta ogni giorno con una cultura bel lontana da quella vigente nei luoghi in cui è cresciuta e in cui ha riposto i suoi sogni, desideri, ma per quanto ormai possa essersi ben insediata nella nostra nazione, possa fare esperienza di relazioni, che le permettono di sperimentare un rapporto tra abitudini del passato e abitudini del presente, custodendo così un bagaglio culturale più ricco e ampio, le sue radici affondano in una madre terra che l’ha accudita. E l’ultima pennellata di colore che schizza su questo quadro siriano è il verde speranza, è un messaggio che vola via tra i cieli azzurri di Italia in attesa di giungere a quelli orientali “Mi manca tanto la Siria – conclude Fatten – e spero solo di rivederla in pace come prima, così come la ricordo. Ora non è più così ma noi speriamo sempre, perché dove c’è la speranza, c’è la vita”.

Chiara Boscarello

 

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