Alcesti – Tra la vita e la morte

Alcesti è una rappresentazione artistica e teatrale in cui il concetto etico e morale nei confronti della morte viene a galla in un susseguirsi di emozionanti eventi che narrano con sé la storia di Admeto, re della tessala Fere, pronto a sacrificare una persona a lui cara, per raggiungere finalmente quello che ogni uomo spera di ottenere: l’immortalità.

Si tratta della cinquantaduesima edizione classica del Teatro Greco di Siracusa che, come ogni anno, accoglie gente proveniente da ogni parte del mondo per ammirare vicende ambientate nell’antica Grecia ma vivide e attuali nell’odierno XXI secolo. Come ogni anno, l’interpretazione piena di corporeità e pathos, raggiunge lo spirito emotivo di ogni spettatore, pronto ad immergersi in quella dimensione di realtà apparentemente dimenticata ma ancora presente in memorie di storie vissute.

La figura di Apollo, assieme alla tenebrosità di Thanatos, introduce la scena rendendola emotivamente intensa e coinvolgente riuscendo a trasmettere il peso di quel sacrificio di difficile comprensione. Il tema funebre è introdotto da un sottile parallelismo tra la tradizione popolare siciliana – un corteo di donne tristi in abiti scuri, un prete con il viso chino ormai abituato all’amara compassione di simili eventi; il tutto accompagnato da una monotona banda musicale, distaccata e distratta dal reale dolore che porta con sé la morte – e la messa in scena più lungimirante ed evoluta della rappresentazione della morte nell’antica Grecia.

La storia procede con la sublime interpretazione dell’ancella di Alcesti che racconta con quanto amore e serenità la regina riesce a vivere la sua, ormai, breve vita tra le quotidiane abitudini. Ne viene fuori il quadro di una donna buona, bella ed amorevole con il suo popolo, sul cui destino incombe il fatidico giorno in cui Alcesti dovrà lasciar la luce del sole. L’ora è giunta, Alcesti grida al marito e ai figli, con la forza che solo una donna disposta al sacrificio può fare, il suo ultimo desiderio:

“Figli, avete udito vostro padre: non sposerà un’altra donna, imponendola a voi, non mi recherà offesa” lasciando così un vuoto incolmabile tra le anime dei personaggi pieni di disperazione e nostalgia”.

Nella successiva scena, a cui prendono parte Admeto e suo padre Ferete, assistiamo a un dialogo che dietro un apparente scontro generazionale cela profonde dinamiche psicologiche: il rapporto intrinseco tra un padre ed un figlio caratterizzato da forti giochi di potere; si evidenzia qui il classico dualismo dipendenza/autonomia tra padre e figlio, tra vita e morte. Difficile venirne fuori.

Infine, ecco l’arrivo di Ercole che, con la sua saggezza caratterizzata dalla capacità di vivere a pieno il piacere nello spirito dionisiaco con corporeità e vivacità, festeggia gli dei, concedendo alla storia uno spiraglio di luce che culminerà con la rinascita/resurrezione di Alcesti. In un ambiente estremamente cupo, lungi dal poter credere in una rinascita dal mondo degli inferi, lo spettatore e Admeto verranno sorpresi da un inaspettato lieto fine.

Ancora una volta Euripide ci sorprende mettendo in scena, attraverso le vicende di Alcesti, l’idea ancestrale di morte e di vita perfettamente incastrate, facendo trasparire una visione che va aldilà della semplice concezione che ogni uomo rifugge con paura e ricerca affannosamente per tutta la vita.

Cristina Manuello

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