Quello che non ti dicono sull’immigrazione

A soli 18 anni ho avuto l’opportunità, grazie all’associazione scout AGESCI di cui faccio parte, di scoprire la realtà di Lampedusa, di vedere e toccare con mano sicura ciò che spesso viene accennato in televisione, di comprendere le vere dinamiche del fenomeno migratorio mascherato come sempre dal velo che l’informazione indiretta è solita porre.

Ebbene, ciò che riporterò è una realtà cruda, scomoda e dolorosa, una realtà che mi ha fatto aprire gli occhi, che mi ha lacerato il cuore, ma che soprattutto mi ha reso consapevole.

Insieme ai 15 ragazzi con cui sono partita abbiamo avuto modo di intervistare diverse personalità autorevoli dell’isola di Lampedusa come il sindaco Nicolini, il dottore Bartolo, la Marina Militare ormai da tempo impegnata nelle azioni di salvataggio dei barconi. Non è mancato il confronto con guardie carcerarie, con semplici artigiani del posto, con abitanti della città e con i diretti interessati: i migranti.

Quella che abbiamo conosciuto è una verità un po’ diversa da come viene presentata, sicuramente più straziante di quanto si possa percepire, ma soprattutto più umana.

Umanità è la parola infatti che esce spontaneamente di bocca ai membri della Marina da anni impegnati nel progetto “Mare Nostrum”, dal 2014 sostituito da “Triton” al quale aderisce l’Europa intera. Coloro che agli occhi della gente sembrano essere militari impassibili ed aridi passano giornate intere ad intercettare barconi in mare, fino a quando ciò che gli si pone di fronte è l’immagine di centinaia di bambini, di uomini, di donne con sguardo supplichevole, malnutriti, in fin di vita. Si precipitano sui barconi per metterne in salvo il più possibile. Proprio in quel momento il tempo diventa un killer: ogni minuto che passa senza agire è un morto in più. Cadono, coe foglie cadono. Al termine dell’operazione  solitamente centinaia di persone raggiungono il ponte della nave sane e salve. Epure capita, mi racconta uno dei membri dell’equipaggio, di guardare il mare, una volta presi tutti i migranti e di vedere dei corpi galleggiare ormai privi di vita. Li prendi in braccio per portarli a bordo, li guardi negli occhi. Hai salvato centinaia di vite ma non quella. Hai una ragazza giovanissima morta fra le braccia e non scorderai mai più in vita tua il suo volto, nonostante per il mondo non sia nessuno, nonostante “1” come numero di vittime è insignificante per essere riportato al telegiornale e allora ti assumi, tu marinaio, la responsabilità di conservare per sempre il ricordo di quella ragazza senza nome.

Ancora più tragiche sono le situazione vissute proprio sull’isola, di cui abbiamo appreso per bocca per medico Bartolo. Ci ha spiegato i motivi principali per cui le persone sui barconi muoiono una volta arrivati sull’isola. Tralasciando disidratazione e ipotermie, direttissime conseguenze di giorni passati senza bere, al freddo in mezzo ad un oceano desolato, una delle principali cause di morte è l’ustione chimica. Se inizialmente gli scafisti usavano barche di una certa qualità, seppur sovraccaricate, in seguito all’inizio del Mare Nostrum hanno preferito scegliere barconi  molto più precari, molto meno costosi. Il motivo è facile da comprendere: le barche non devono più approdare a Lampedusa, ma limitarsi a superare il confine italiano, per poi essere portate in salvo dalla Marina. Ma questi nuovi barconi sui quali donne e uomini di ogni età si siedono, hanno sul fondo uno strato di benzina che a contatto con gli arti inferiori del corpo provoca ustioni chimiche. In realtà lì per lì colui che è seduto non se ne rende conto, prova invece una sensazione di conforto data dal calore che l’ustione emana. Se ne rende conto quando viene trasportato di urgenza all’ambulatorio (non ospedale, perché l’ospedale non c’è) di Lampedusa e gli vengono tagliati i vestiti di dosso. Proprio nel momento in cui quei vestiti vengono tagliati via, ormai uniti indissolubilmente alla pelle, la donna, il ragazzo in questione, viene scuoiato vivo. Ed è proprio fra dolori e dissanguamento che la maggior parte dei migranti ustionati muore, lasciando bambini di qualsiasi età orfani. Come Favour, la bimba di 9 mesi che ha perso la mamma per ustione chimica proprio la sera in cui sono arrivata sull’isola.

Il medico ci ha anche raccontato dell’altra parte del viaggio, quella che spesso rimane un po’ nascosta perché non tange l’Europa: il viaggio della speranza. La maggior parte delle persone che scelgono di abbandonare il proprio paese è costretto ad affidarsi ai trafficanti libici non perché non possa pagare il biglietto aereo, ma perché lo Stato da cui cercano disperatamente di scappare non concede loro i documenti. Inizia così il loro viaggio: attraversano spesso a piedi gli Stati confinanti ed il deserto del Sahara. Vengono ripetutamente picchiati e derubati per arrivare nella famigerata Libia. Cos’è la Libia? Credo sia importante specificare cosa la Libia rappresenti attualmente per qualsiasi persone che decide di migrare. È un Paese con un tasso di razzismo elevatissimo, arrivati nel quale coloro che hanno affrontato fame, sete e dolore vengono rinchiusi in centri simili a campi di concentramento, con pagliericci sporchi per terra fra pulci e acari della scabbia in cui vengono considerati a tutti gli effetti degli animali, chiamati scimmie e trattati di conseguenza. Qui sono obbligati alle peggiori torture: in genere vengono prese di ostaggio le famiglie così che ognuno di loro è obbligato a far di tutto pur di superare quel maledetto mare. Proprio qui, proprio in Libia vengono asportati organi, amputati arti qualora necessario, ogni donna viene stuprata, ogni bambino violentato prima di aver concessa la partenza il cui prezzo gira intorno ai  2000€. Ci dice Bartolo “quante volte arrivano persone di cui le cicatrici per asporto di organi sono visibili”. Se dopo mesi, alle volte anni, il migrante riesce a sopravvivere viene imbarcato. Ovviamente non ha diritto a sapere dove sta andando, chi c’è con lui o quando arriverà, ma poco importa, gioisce lo stesso per la speranza della libertà. Ed è probabilmente quell’euforia a fargli dimenticare le torture patite. Ma vi sfido a guardare negli occhi una di queste persone che in Italia sono disprezzate e a resistere alla disperazione del suo sguardo quando pronuncia “Libia”.

Una volta imbarcati, gli scafisti, consapevoli delle nuove norme di sicurezza e di individuazione attuate dalle forze dell’ordine, minacciano uomini di ogni età affidando a ciascuno un compito diverso: a chi di distribuire l’acqua, a chi di dare le magliette, a chi di guidare la nave. Così che una volta che il barcone viene tratto in salvo alla Mariana toccherà arrestare e segnalare come “presunto scafista” colui che distribuiva l’acqua, quello che dava e magliette e chi guidava la nave . Per fare una stima su 100 scafisti arrestati, 90 saranno persone innocenti. Ma la cosa che risulta paradossale è che i carcerieri ed in generale le forze dell’ordine sono a conoscenza di questi meccanismi. E allora ci si chiede, perché gli arrestate? “La verità”, come mi racconta uno delle guardie del carcere, “è che siamo obbligati ad arrestarli perché gli italiani si sentono invasi e hanno bisogno di sapere che i trafficanti sono chiusi in una cella per potersi sentire al sicuro. Sappiamo bene che sono innocenti ma il pregiudizio italiano ci porta a questo. Eppure quelle persone, quei padri di famiglia che dopo anni di torture e soprusi arrivano in Italia, che dopo aver scampato una morte certa vengono ingiustamente arrestati, alle guardie dicono “grazie” perché vivere in una cella, con cibo ed acqua assicurati, senza dover essere giornalmente torturati per loro è il primo profumo di libertà”. E vi invito ad immaginare dunque cosa può aver passato una persona che ringrazia di essere arrestato in un paese straniero, allontanato dalla propria famiglia e infamato da un’intera Europa.

Ho camminato sulle barche e sui gommoni con i quali questi migranti sono arrivati, ho toccato quel legno sul quale si sono infrante le ultime urla di centinaia di bambini ed ho fatto il bagno nel mare nel quale sono stati pescati cadaveri nudi e ricoperti di benzina.

Sembrerà scontato dirlo ma nessuno come quelle persone ha una così grande voglia di vivere. A testimoniarmelo sono il medico Bartolo, Costantino, un isolano, e tante persone abituate a queste tragedie. Loro mi hanno raccontato di quel bambino arrivato in elicottero con una temperatura corporea di 27°. Afferma Bartolo “questo bambino io non ho idea di come sia vivo, sembra impossibile, dovrebbe essere morto”; mi hanno raccontato ancora di quella ragazza che in mezzo al mare ormai da 5 ore dopo il naufragio della sua nave, considerata un cadavere, ha avuto la forza, probabilmente quella che doveva essere l’ultima, di alzare appena la mano e dire “help me”. È proprio grazie a questo suo ultimo fiato che Costantino uscito per mare con la sua barca, tira su la ragazza offrendole ciò che ad ogni europeo viene concesso dalla nascita: vita e dignità.

Ma in tutto ciò immaginate di arrivare in un Paese dove, dopo anni di viaggio in condizioni disumane, vieni disprezzato, dove se sei egiziano o tunisino vieni rimpatriato a forza, dove gli abitanti del posto ti accusano di voler rubare il loro denaro o il loro lavoro perché non deve essere tuo diritto sfamare la tua famiglia. Ma peggio ancora immaginate di arrivare in un posto dove ti tengono dietro un filo spinato, voltandoti le spalle e non volendoti nel loro magico mondo. E tu genitore, con tuo figlio piccolo accanto che ti guarda con aria stanca non sai che rispondere se non un pianto di disperato dolore.

Ciò che vi ho raccontato è il 10 per cento di quello che si vive calpestando anche solo per un secondo quei suoli, è difficile trasmettere la realtà dei fatti ma vi invito ad ascoltare le parole di ciascuno di quei ragazzi che sbarcati in Italia ricordano come un’ombra indelebile il proprio viaggio ed il freddo patito su quelle navi.

La conclusione di tutto questo è che nonostante migliaia di persone vengano quotidianamente torturate da un lato ci sono uomini (non eroi) pronti a sacrificare la propria vita per portar dare una seconda opportunità a gente che vuole solo essere definita “essere umano” e a cui stima e riconoscenza stentano ed essere concessi; dall’altro c’è un Europa che riconosce il genocidio degli armeni dimenticando che un altro è in corso nei propri mari. È necessario conoscere, far conoscere e immedesimarsi, riscoprirsi uomini per poter evitare di raccogliere dalle spiagge bambini morti.

Non chiedono tanto, sono semplicemente alla ricerca della propria umanità e della propria dignità. Ad oggi l’Italia ha risposto e di questo deve poterne andare fiera ma l’Europa, quella confederazione nata sugli ideali di pace, solidarietà ed accrescimento collettivo si dimostra disunita, sorda, indifferente..più preoccupata a salvaguardare l’integrità del proprio popolo che non a prodigarsi per aiutare chi muore in mare senza un nome. Bisogna aprire gli occhi e rendersi conto che continuando così fra qualche anno l’Europa sarà accusata dell’Omicidio di popolazioni intere.

In realtà  molte delle nazioni Europee hanno aderito al progetto Tritum e nel mare mediterraneo navigano anche navi austriache. Il vero problema è ciò che avviene dopo il salvataggio. Italia, Grecia, Germania hanno scelto di accogliere nelle proprie terre questi uomini. Moltissime altre nazioni hanno deciso che non era loro interesse, che non gli spettava. Così una disparità giorno dopo giorno crescente mina le poche nazioni che accolgono. Cio ne necessita è l’unità di intenti e di ideali dell’Europa, un’azione congiunta e condivisa che non lasci da soli quei Paesi che avendo toccato con mano le stragi, decidono di aprire le proprie porte.

Aggiungo un ultima curiosità e vi sfaterò un mito. Dice il medico Bartolo “Preferirei avere 1000 volte la scabbia piuttosto che una sola volta l’influenza. Con questa si muore, la scabbia invece con un solo trattamento passa. E poi non c’è da preoccuparsi, chi arriva qui non può essere malato: se lo fosse sarebbe già morto sul gommone”

Alessia Caruso

Annunci

Un pensiero su “Quello che non ti dicono sull’immigrazione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...