La Fedra di Seneca e l’interrogazione sulla Natura

Con la Fedra di Seneca si conclude il cinquantaduesimo ciclo di Rappresentazioni classiche a Siracusa: accade una sera di fine giugno, mentre l’estate si scompone in pioggia impetuosa. Accade al cielo che contempla Siracusa, sulla pietra che continua a riflettere il bianco dei raggi del giorno. Scende la sera, buia, in punta di piedi, quasi lento sipario a conclusione dell’incanto di questo mese.

Dinnanzi allo spettatore si staglia una selva, da sempre luogo fisico dei conflitti interiori, dei mostri e delle contraddizioni. La selva è Natura, la stessa contro la quale si rivolge il sentimento di Fedra – incestuoso e aberrante verso il figliastro Ippolito. La raffigurazione della foresta è anche immagine antropologica. La fitta rete di alberi – che a destra porta il verde delle foglie e a sinistra l’oro sprezzante del potere – è espressione di quel processo evolutivo che dal bene naturale si è allontanato per il male artificiale.

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Sradicati dal contatto con la terra, gli arbusti d’oro simboleggiano le colonne del regno, al cui interno i desideri fanno da padrona; la senecana critica nei confronti del Progresso si scaglia impetuosa. Così la pioggia. Tempestosa.

Fedra ama il figliastro Ippolito, che non ricambia il suo amore e anzi rifiuta tutto ciò che è femminile, dedicandosi alla caccia e alla vita nei boschi. Alla visione totalizzante che la donna porta dell’esperienza amorosa si contrappone la filosofica concezione della nutrice: Amore non come dio che possiede l’uomo, ma invenzione di questo, follia. Ma cosa, del resto, sono le divinità se non proiezione dell’interiorità, artificiosità degli umani stessi?

Ippolito fugge l’empia ossessione, la brama incestuosa, ferendo nell’animo Fedra; quest’ultima decide di vendicarsi – mentendo al marito Teseo – accusando il figlio di stupro. Ad interrogare lo spettatore è tanto la tragica raffigurazione di un amore incestuoso, quanto il triste destino di un amore non ricambiato.

Fedra si presenta con una pomposa veste regale, che affannosamente accompagna il suo cammino: piccoli passi, insicuri, come quelli di bimba che brancola nel buio pur nel corpo di una vecchia logorata dal dolore. Della veste si spoglia sensualmente, abbandonandola sulla scena, dove regnerà fino alla fine.

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A destra Fedra, a sinistra la nutrice. In fondo due ancelle del coro.

Tale gesto le restituisce umanità, la avvicina allo spettatore privandola di ogni formale artificiosità; altrettanto farà Teseo, concedendo la sua comune essenza all’abbandono dello strascico. I personaggi di Seneca sono uomini, vittime dei desideri e delle passioni, del potere e degli inganni. Non c’è posto per chi, come Ippolito, ricerca uno stile di vita austero e giusto, contemplando il ritorno ad una dimensione antica, primitiva, dove Natura garantiva a tutti il necessario; il triste destino di Ippolito è personificazione di quello del filosofo stesso.

Contro natura è l’abominevole adulterio di Fedra; contro natura è anche l’ordinanza che il padre ha il coraggio di rivolgere contro il figlio. Teseo infatti – in preda alla menzogna di Fedra – scaglia sul figlio una maledizione di morte. Il suo gesto addolora, trafigge. Piange il padre, non la persona che crede di aver ucciso, ma la persona che ha perduto. Piange il cielo, complice dell’incanto.

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A questo punto, accompagnati dal canto funebre del coro, ecco cadere dagli alberi i frutti di ciò che l’umanità sta seminando: brandelli di se stessa, di morte, che oscillano al vento impetuoso della matura raccolta. È il corpo del figlio Ippolito fatto a pezzi per volere del padre; è la sorte dell’umana specie destinata ad autodistruggersi.

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Tenta il Coro di ricomporre il corpo, in una catena che è espressione – nonostante tutto – di fratellanza, di speranza per l’umanità: nel fondo di questo drammatico divenire una luce è donata allo spettatore. Di questa, il celeste fuoco di un lampo si fa messaggero: gli spettatori più temerari restano a godere dello spettacolo. E sono la maggior parte. Così come, e questo anche alla regia piace crederlo, sono la maggior parte coloro che lottano in vantaggio del logos, di un ordine naturale, di un’armonia con Natura. Quella che ci mostra la sua Potenza, in una sera d’estate, attraverso uno spettacolo di luci e suoni che non conosce eguali.

Alessandra  Di Nora

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