Rivelazione di un nuovo mondo e apoteosi del nostro ego?

È una gradatio ascendente di emozioni quella che pervade l’anima e la mente nel Simbolo Perduto di Dan Brown. Ancora una volta l’autore, come nei suoi precedenti romanzi, guida il lettore attraverso sentieri tortuosi, accompagnandolo in un’operazione di riscoperta della simbologia occulta ammantata di tanto mistero. Sono segreti taciuti quelli dei romanzi di Dan Brown e ancor di più nel Simbolo Perduto è presente il recupero di antiche concezioni, le quali divengono strumenti per meglio comprendere il presente. La rivelazione di segreti mistici non può che costituire un escamotage per un’analisi dell’arte più approfondita. Quest’ultima riesce ad essere il punto d’inizio per poter svelare al lettore gli intrighi di ogni avventura browniana. È un Dan Brown, questa volta, che ha fretta di farci addentrare in una nuova rivelazione, che diventa artefice di un’atmosfera intrisa già agli albori di mistero. Le vicende non perdono tempo nel racchiudersi in un vortice tormentoso e dal quale sarà difficile uscire, che cattura il lettore nelle mille sfide da affrontare fisicamente e intellettualmente.

L’ambientazione è quella di una Washington tranquilla, meta di viaggio di un docente universitario di simbologia ad Harvard. La capitale però si rivelerà in tutti i suoi segreti, le sue sfumature che nasconde con accuratezza nei suoi splendidi monumenti, di cui ci si innamorerà con estrema semplicità.

L’animo del lettore sembra essere paralizzato, i suoi sentimenti non riescono a rompere un equilibrio che si è creato da un’atmosfera che via via diventa sempre più tesa. Un macigno di pietra non permette di far oscillare le sensazioni del lettore, che è pervaso interamente da un senso di soffocamento interiore, di pesantezza, inquietudine, rabbia a tal punto da non poter più trovare una collocazione all’interno del romanzo. Ci si sente impotenti, posti ai margini di una narrazione che fluisce veloce e si aggroviglia sempre di più, e nel divorare le righe d’inchiostro che decorano le pagine del libro si è sballottati nei diversi luoghi delle tante vicende, con una crescente curiosità da farci addentrare nella storia ma mantenendo sempre una certa distanza dai fatti. È nello snodarsi di eventi complessi e intrecciati che quel grosso macigno si dissolve e i sentimenti di angoscia, sofferenza, stupore e incredulità prendono il sopravvento.

Un pathos che muta colore, che permette di far scegliere una posizione al lettore, prima inerme di fronte alle mille difficoltà ma adesso liberato dalle sue catene e preparato ad accostarsi ai personaggi. La vista si annebbia, gli occhi del lettore lasciano scivolare giù una lacrima nel momento in cui si prende parte al romanzo nei sentimenti di un uomo costretto ad accettare una dura realtà che fa emergere un passato difficile e oscuro della sua vita e collocato di fronte a una scelta che sarà decisiva per il suo futuro. Si dà vita a un’estrema complicità a tal punto che le lacrime del lettore, causate da un senso di compassione e di sofferenza per il personaggio, sembreranno tanto assomigliare alle sue.

Sono troppi i misteri celati, gli enigmi che ormai insabbiati dal tempo non trapelano agli occhi e alla mente dei protagonisti con facilità e si approda all’idea di un Dio che si discosta totalmente da quella che l’umanità condivide. È un Dio che è in noi, che è svelato tramite un’interpretazione delle Sacre Scritture e che permette di denudare il suo vero significato. La mente dell’uomo diventa affascinante e lo strumento attraverso cui l’umanità può scovare la vera saggezza del mondo, ormai perduta. Quella offerta dal romanzo diviene una nuova prospettiva attraverso cui le nostre capacità mentali vengono poste in primo piano ed elogiate e il nostro ingegno diviene la manifestazione del divino che è in noi.

E come, attraverso questa nuova ottica, il concetto di divinità prende forma nell’intelletto umano anche la concezione del tempo e dei giorni che trascorrono s’imprimono di un significato innovativo. Il giorno e la notte: connubio indissolubile per l’idea di un Dio che al mattino investe di luce la terra per unirsi all’uomo e illuminare la sua mente, per mezzo della quale può salvare l’umanità dall’oscurantismo di cui s’intinge. La lettura del romanzo offre la chiave per un’interpretazione della potenza divina che oggi ci sfugge. Nella realtà odierna si caldeggia tanto un Dio potente che vive al di sopra di noi, senza avere la consapevolezza delle proprie capacità che diventano emblema del carattere divino. Allora il nocciolo della questione è il comprendere, come suggerisce lo stesso autore, di essere non il “Creato” ma i veri “Creatori”.

L’uomo si tramuta nel vero detentore delle sorti umane. È un tema abbastanza sentito e risentito in una società spesso disorientata e infedele a quelle che sono le qualità che ci distinguono. Qualità che devono essere ammaestrate, educate e allenate per poterle mettere in campo e potenziarle. Ma è forse attraverso la persuasione che ognuno di noi può scalpellare il mondo e che attraverso la propria magnitudo mentis et intelligentiae e la cooperazione umana che si riuscirà a far emergere l’autentico significato del genere umano? Tramite Il Simbolo Perduto Dan Brown ci offre gli strumenti per una riflessione profonda che va al di là dei parametri con cui ci confrontiamo quotidianamente. Avere la consapevolezza di poter attribuire un significato ai giorni che compongono la nostra vita.

Chiara Boscarello

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