Colpo di Stato? Ma per piacere!

Colpo di Stato. Cito dalla Treccani: “si intende generalmente con questa espressione un fatto contro la legge e al di fuori della legge, volto a modificare il vigente ordinamento dei pubblici poteri […] il concetto di colpo di stato non coincide con quello di rivoluzione. Il colpo di stato contiene sempre in sé un elemento di rivoluzione: cioè un brusco mutamento dell’ordine esistente. Ma per rivoluzione, in senso stretto, s’intende un mutamento prodotto da un moto popolare”. Ditemi voi, adesso, se un blocco stradale e un’occupazione della TV di Stato durati appena quattro ore possano definirsi colpo di Stato. Se così fosse, dite a Giulio Cesare che poteva risparmiarsi il De bello civili.

Facciamo un momento chiarezza: la Turchia dal 1923, dopo sette secoli di Impero Ottomano, si trasforma nella Repubblica Turca, aderente all’ONU e alla NATO (unico paese “semi-orientale” del patto Atlantico). Fondamentale per la sua posizione geo-politica, rappresenta un fondamentale ponte fra il mondo occidentale, laico, e quello orientale, musulmano. I colpi di stato in questa Repubblica non sono una rarità, dato che, prima di “quello del 2016”, ve ne sono stati altri tre: 1960, 1971 e 1980. Da cosa nasce quello del 2016? Analizziamo la situazione partendo dal soggetto interessato di questa vicenda: Recep Tayyip Erdoğan.

Arriva alla ribalta nazionale diventando sindaco di Istanbul (l’ex Costantinopoli) nel 1994, rimanendo in carica fino al 1998. In questo anno viene incarcerato perché, secondo la giustizia turca, incita all’odio religioso. Uscito dal carcere fonda l’attuale primo partito del paese: Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP), una sorta di partito popolare, se volessimo fare riferimento ai partiti occidentali. Grazie al successo di questo partito, caratterizzato da una dottrina di “Islam moderato”, è primo ministro dal 2003 al 2014. Nel 2014 viene eletto Presidente della Turchia. La Turchia è una Repubblica Parlamentare, dove a un forte potere del Parlamento (che richiedere per l’accesso il superamento di un’alta soglia di sbarramento, il 10%) si contrappone quella di un forte supervisore: il Presidente della Repubblica per l’appunto.

Diverse sue politiche hanno riguardato la limitazione dei diritti civili come la libertà di stampa, al fine, a suo dire, di combattere il terrorismo. Questa è una prassi comune a qualunque sistema politico: al fine di garantire più sicurezza, vengono limitate le libertà democratiche. Queste sue politiche hanno fatto sì che i suoi oppositori, politici e giornalisti, lo definissero un dittatore. Diverse volte infatti il Presidente ha oscurato i principali social media, come Facebook o Twitter, e le elezioni che lo hanno portato alla vittoria sono state tacciate di brogli.

Arriviamo ora al 14 Luglio 2016. Di notte, l’esercito turco scende nelle strade di Ankara e Istanbul per prendere il controllo del Paese. Ci sono degli scontri, che causano circa trecento morti. L’esercito prende il controllo della TV di Stato, annunciando che il golpe (termine spagnolo con cui si indica il colpo di stato) era necessario per mantenere e rafforzare il laicismo di stato e i diritti umani. A quanto dicono le agenzie, Erdoğan fugge con un aereo in Europa, dove però gli vengono chiuse le porte in faccia dalla Germania e dal Regno Unito che, sebbene alleati poiché membri della NATO, non accolgono il Capo diStato. Al mattino, i governi statunitense e tedesco, annunciano che sostengono “il leader democraticamente eletto”. Erdoğan rientra in patria, perché nel frattempo migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il golpe, nonché i militari. Il Presidente atterra a Istanbul, dove viene accolto trionfalmente come un eroe. La polizia, prima disarmata dall’esercito, comincia ad arrestare i militari, che si arrendono senza opporre resistenza. Il colpo di Stato è ufficialmente fallito.

Migliaia di golpisti vengono arrestati, molti altri tentano di scappare al’’estero. La loro pena? Per i militari, avendo tradito la Costituzione sulla quale avevano giurato, si rischia persino la pena di morte (non stupitevi tanto, in Italia è stata abolita solo nel 1994 dal codice penale militare di guerra).

A questo punto, a prescindere dalle conseguenze dei prossimi giorni e delle prossime settimane, sorge spontanea una domanda: a chi giova tutto questo? La risposta è scontata: a Erdoğan stesso. Rifletteteci un attimo: un leader criticato dall’opinione pubblica occidentale viene costretto a scappare dai militari, i governi occidentali gli negano asilo, ma il suo popolo sconfigge pacificamente l’esercito e lo riporta a casa. Insomma, il terribile dittatore comincia a fare un po’ di simpatia. I teorici del complotto a questo punto direbbero: ha organizzato tutto Erdoğan per ottenere consenso. Io non sarei così estremo, anche perché se fosse tutta una pantomima ciò sarebbe un atto disumano nei confronti dei trecento uomini che giacciono sottoterra. Il ragionamento va posto su noi occidentali. Poiché molti, da sinistra soprattutto, hanno sostenuto favorevolmente il colpo di Stato. Insomma, pur di togliere di mezzo un “fascista”, va bene che i militari prendano il potere. A me questa sembra una grande contraddizione, sbugiardata dal fatto che il popolo stesso ha rivoluto il suo leader. Perché? Perché se il suo partito ha preso il 47% alle ultime elezioni, per quanto una parte di essi possano essere falsati, un motivo ci sarà. Da quando i golpe sono garanzia della tenuta democratica di un Paese? Come mi piace dire, ogni popolo ha il governo che merita. Se i turchi vogliono un tale individuo al potere, è giusto che tale individuo sia al potere. Insomma, nel 1930 la maggior parte degli italiani vedevano con orgoglio e favore il fascismo. Se fosse arrivato un colpo di Stato a destituire Mussolini sarebbe stata cosa buona e giusta? Io preferisco pensare che i fascisti, in buona parte, sono stati cacciati da partigiani che hanno dato la vita per combatterli. Gente comune che ha dato la vita per ideali in cui credeva, non militari con degli interessi alle loro spalle.

Erdoğan è un leader della democrazia? No. Un colpo di Stato è democratico? No. Erdoğan è stato eletto secondo logiche democratiche? Sì. Insomma, il male minore è un leader “cattivo” ma scelto da un popolo in autonomia. Se vogliamo condannare le politiche turche non dobbiamo condannare Erdoğan, perché egli altro non è che un rappresentante della volontà maggioritaria in quel paese. Se i turchi fossero stanchi di Erdoğan, di certo non avrebbero respinto l’esercito e non l’avrebbero riaccolto a braccia aperte. Se si verificheranno cambiamenti nella nazione turca lo sapremo solo alle prossime elezioni, dal canto nostro credo che dovremmo porre una profonda riflessione sull’accettare all’interno dell’Unione Europea e del contesto occidentale una nazione che lotta per mantenere un leader di quella risma al potere.

Luca Giarmanà

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