Andata e ritorno dal supermercato

Primo classificato al concorso letterario Boschetto Express 

per la sezione racconto

con la seguente motivazione della Giuria:

L’epico viaggio di sconvolgimento dell’io del protagonista si svolge tra gli scaffali di un supermercato. Dietro l’amara ironia che domina il racconto, si cela la condizione esistenziale di un giovane trentenne del nostro tempo, laureato e disoccupato, che vive la sua giornata di disagio e inadeguatezza al viaggio della vita, dentro una città maleodorante. Consapevole di vivere in un mondo nel quale virtute e conoscenza sono cadute nel dimenticatoio, il protagonista è costretto a misurarsi con le malattie dominanti nel nostro tempo, l’egoismo e l’inciviltà, alle quali non si è rassegnato e, moderno Ulisse, oppone ad esse la sua seppur sofferente resistenza. Il ritmo narrativo, la capacità descrittiva, il linguaggio preciso ed essenziale, a tratti affilato come una lama, sono i pregi di questo racconto che riesce a farsi metafora del nostro presente senza chiudere le porte alla speranza.

Andata e ritorno dal supermercato

Sì, viaggiare. Cantava così Lucio Battisti, no? Ed effettivamente il viaggio dev’essere proprio una gran cosa. Se poi ho intenzione di scrivere qualcosa sul viaggio non posso mica fare un viaggio qualunque. Voglio dire, Marco Polo è arrivato fino in Cina per scrivere “Il Milione”, Jules Verne in fondo all’oceano per “Ventimila leghe sotto i mari” ed Erika Leonard fino al sexy shop sotto casa per “Cinquanta sfumature di grigio”. Ho bisogno anche io di qualcosa di estremamente emozionante, così accendo il mio pc risalente alla presa della Bastiglia e cominciò a navigare in rete. Ecco l’illuminazione: il cammino di Santiago! Comincia una ricerca sfrenata di informazioni e testimonianze che si conclude in appena venti minuti, ovvero dopo aver fatto un preventivo ed essermi reso conto che è utile saper parlare le lingue straniere. Lingue straniere? L’unica parola francese che conosco è “Tour Eiffel” e l’unica spagnola è “Tabasco” (che poi non so neanche se è spagnola). La spesa ammonta intorno alle cinque centinaia di euro. Cinquecento euro? Io cinquecento euro li metto insieme dopo almeno tre mesi di lavoro. E sono disoccupato, eh!

Mortificato da questa tremenda delusione, mi reco strascicante in cucina, nella speranza di trovare nel cibo una consolazione. Il frigo mi rivela che oggi è proprio una giornata di merda, perché le uniche cose commestibili sono una pasta d’acciughe scaduta e un minestrone di quattro giorni fa, da riscaldare. Non so in quale arcano stato di trance sia venuta a mia madre l’idea di portarmi un minestrone il 16 Giugno, ma alla mamma non si può mica dir di no. Ho però imparato dalla vita che bisogna sempre prendere il lato positivo delle cose. Allora, facendo di necessità virtù, decido che il mio epico viaggio di sconvolgimento dell’ “io” sarà andare a fare la spesa al supermercato. Voi magari ci ridete su, ma non avete idea di quanto una tale impresa sia carica di pathos, metempsicosi e bestemmie.

La prima cosa da fare è vestirsi, ed è già il suo bel paio di maniche. Cioè voglio dire: fino a che hai ventisette anni va bene che i vestiti li sceglie la mamma, ma a trenta dovrai pure avere un minimo di autonomia. Il problema è l’abbinamento! Le femmine sono così brave ad abbinare i colori; per loro esiste qualcosa tipo una varietà di diecimila colori. Per noi maschi no, i colori sono due: nero o colorato. Allora siccome oggi si prospetta già una giornata di merda, mi vesto colorato nella speranza di poter contrastare il Fato impostomi dall’Olimpo. Risultato: sembro Arlecchino, non Ulisse. D’altronde non serve Alfonso Signorini per capire che se ho gli occhi blu non posso mettere una maglietta verde e dei jeans, il tutto condito da delle Converse rosse. Chi è quel folle che indossa le Converse a trent’anni? Rosse, poi!

Meno male che c’è il caffè. Vedete, c’è un motivo pratico per cui io ritengo che l’indipendentismo siciliano sia un fallimento: non avremmo abbastanza soldi per importare migliaia di tonnellate di caffè. E mi spiegate voi cosa sono i siciliani senza un caffè? Cioè arriva in città un amico che non vedi da tanto tempo e che cosa gli proponi? “Ehi, quanto tempo! Ci andiamo a prendere dei gustosissimi salatini conditi da un succo di ananas?”. Il caffè sta al siciliano come la lava sta al vulcano. E noi di vulcani ce ne intendiamo parecchio. Volete mettere in crisi un siciliano? Chiedetegli di scegliere fra il caffè e l’Etna. Sceglierà il suicidio.

Finalmente esco di casa, che è già un’impresa. Un ascensore per quaranta famiglie: i miei sentiti complimenti all’architetto. L’avessero almeno fatto con quello stile post-moderno che ricorda i film fantascientifici della Marvel. No, uno squallido parallelepipedo rosso e giallo, senza specchio, e con un cartello con scritto “non fumare” pieno di buchi neri causati da cicche spente contro di esso.

Finalmente fuori! Aria! Magnifico. Il supermercato dista dieci minuti a piedi, volendo potrei fare una passeggiata, considerando che è pure una bella giornata. Da bravo pantofolaio scelgo invece la macchina, e sempre i soliti Dei dell’Olimpo decidono di punirmi facendomi pestare un ricordino di cane. Non sia mai che i padroni ripuliscono le schifezze dei loro sempiterni amici a quattro zampe (che ridurrei volentieri a tre se me li trovassi davanti). Salgo nella scassatissima Panda anni ’90, e, dopo aver offerto in sacrificio una zanzara a Efesto, riesco a farla partire. Comincia il mio viaggio. Non sto più nella pelle. Ed effettivamente non ci vorrei proprio stare. Non so se siete mai stati dentro un’auto senza aria condizionata, in Sicilia, a mezzogiorno del 20 Giugno. Ve lo sconsiglio fortemente. Se collegaste il vostro fondoschiena al serbatoio, potreste far andare la macchina a sudore, invece che a benzina. Mi inoltro nel viale Europa (ogni città in Europa ha un viale Europa) e mi godo i canti religiosi di Radio Maria. Non pretenderete mica che una Panda degli anni ’90 riceva stazioni normali?

Convinto di poter arrivare senza alcun problema a destinazione, comincio a fischiettare l’Adeste Fideles (il 20 Giugno!), finché ancora una volta mi ritrovo nei panni di Odisseo: tremendi mostri m’impediscono di proseguire il viaggio. Nella fattispecie, il tremendo mostro è una lapa risalente al primo dopoguerra, parcheggiata in doppia fila e di traverso. Rigorosamente carica di una sola bombola di gas (altrettanto rigorosamente vuota); ha deciso di impedire il passaggio di un autobus. D’altronde perché un autista di lapa deve preoccuparsi dei mezzi di trasporto pubblico? Voglio dire, se la strada è di tutti è anche mia, quindi parcheggio dove cazzo mi pare. Tipico ragionamento nazional-siciliano. Se fossimo in un romanzo dal lieto fine, a questo punto qualcuno entrerebbe nel bar all’angolo della traversa ad avvisare che c’è un veicolo che blocca il traffico. Il proprietario del mezzo uscirebbe trasandato e di corsa, scusandosi, agitando le mani, con la fila di macchine che si è formata. In quattro e quattr’otto metterebbe in moto il macinino su ruote e ripartirebbe andando a cercare un parcheggio consono. Però col cavolo che siamo in un romanzo dal lieto fine, e quindi comincia lo strombazzamento generale dei clacson. Ci avete mai fatto caso che non esistono due clacson con lo stesso suono? Sul serio, qualcuno dovrebbe farci una tesi di laurea sui clacson. Se solo si riuscissero a coordinare gli automobilisti incazzati, uscirebbe fuori una melodia da far impallidire Mozart. Tipo: “E adesso tutte le Alfa Romeo! Adagio.. Adagio.. Entrano i motorini in crescendo… E ora raggiungiamo l’apice con le Fiat sostenute dalle Opel!”. Davvero, verrebbe fuori una gran cosa. Invece no, ed è caos generale. Senza accorgermene mi ritrovo anche io a strombazzare sul mio clacson dal suono simile a una Stratocaster del ’74, convinto che “l’unione fa la forza”. Effettivamente, dopo aver inquinato acusticamente la città per cinque minuti abbondanti, il proprietario della nave spaziale, rigorosamente ultra sessantenne, esce dal fantomatico bar. Guarda la fila che si è creata, annuendo soddisfatto, come a dire “guarda un po’ quanta gente ho raccolto”.

Prima di salire, si limita ad aprire lo sportello e si rivolge alla fila come un prete dal pulpito e annuncia solennemente: “Minchia! Pì cincu minuti tuttu stu burdellu, me sta’a pigghiannu na gra’ita”. Finisce tutto lì. La folla si placa, perché si è immedesimata nella povera vittima malcapitata. D’altronde con questo caldo, tutti possono sentire il bisogno di una bella granita. L’arzillo signore, con la sua frase estrapolata dal Treccani, ha appena dimostrato di essere un vero siciliano (grazie al sostantivo-avverbio-intercalare-ausiliare “minchia”) e di avere una profonda motivazione per quell’infrazione stradale: la granita. Solo un povero impiegato di banca, appena trasferito dalla Lombardia, gli porge una cordiale bestemmia accompagnata da un loquace gesto del terzo dito. L’autobus passa, e la fila ritorna a scorrere tranquillamente, per poi fermarsi dopo appena cento metri per un identico problema. Di bestemmia in bestemmia, riesco a trovare un parcheggio nei pressi del supermercato. Di fronte a me ci sarebbe un posto libero, ma è riservato ai disabili. Prontamente viene occupato da una signora, che parcheggia ovviamente con una grazia sopraffina, lasciando il culo della macchina in mezzo alla strada.

Adesso basta, è tempo che Odisseo la smetta di subire le angherie della rozza ignoranza ed esca dal timore reverenziale verso la subcultura della micro-illegalità. Mi ergo in tutta la mia statura (sto lavorando per superare i 168 centimetri) e mi rivolgo alla quarant’enne appena scesa dall’auto con la borsa in una mano e il cellulare nell’altra: «Signora!». Quella si volta, con uno sguardo a metà fra “ma questo non è il cugino della cognata del fratello dell’amica del…” e “non sarà mica un testimone di Geova?”. Difatti, coerentemente col suo sguardo, scuote la testa aspettando che io proferisca parola. «Non so se ne è accorta» faccio, con tono eroico da far impallidire Stefania Petit e il bassotto «ma sta occupando il parcheggio riservato ai disabili». La gente intorno si volta, come se stesse assistendo a una scena di un film. Poiché sappiate che in questa terra la difesa della micro-legalità si vede solo nei film. La dea di Hollywood guarda prima me, poi la striscia gialla tranciata trasversalmente dalla ruota della sua Mini, poi guarda di nuovo me, soffermandosi sulle mie Converse rosse. Infine mi fissa dritto negli occhi e mi dice «Ma perché, secondo lei i disabili c’hanno bisogno di parcheggio? Mica sanno guidare».

Circe 1 – Odisseo 0. La signora sbuffa e se ne va. Io rimango lì, allibito. Per un istante mi passa per la testa il pensiero che lo scemo sono io. Poi, sempre in difesa della micro-legalità, appena Circe si allontana, prendo la mia poderosa chiave di casa e le rigo tutta la fiancata. Ben ti sta, stronza!

Finalmente sono dentro il supermercato. Mi rendo immediatamente conto del fatto che un terzo della gente è lì solo perché c’è l’aria condizionata, un secondo terzo è rappresentato da mariti che cercano di decifrare la lista della spesa manco fosse la lista di Rosetta, e infine c’è il gruppo delle casalinghe che si muove da uno scaffale all’altro con l’abilità di una pattinatrice sul ghiaccio, alla ricerca delle offerte migliori. Mi domando in quale delle categorie io rientri. C’è fresco qui dentro, quindi decido di appartenere alla prima. Caccio la mano in tasca, ed esco da essa le poche monete che mi ritrovo nei jeans. Ci sono sempre delle monete nei jeans. Quattro euro e cinquantotto centesimi. Che compro? Carne? Scatolame? Biscotti? Latte? Cosa cavolo si compra con quattro euro e cinquantotto centesimi? “Intanto una birra”, mi dico, e mi dirigo al reparto birre. Scelgo una Moretti, quei baffoni mi hanno sempre ispirato. La afferro e mi accorgo di una presenza alle mie spalle. Mi volto, è una signora anziana. Mi guarda come a dire “non preferiresti dei deliziosi cereali Cheerios?”. «Giovanotto» mi dice, con una voce simile a quella di Giorgio Napolitano «guarda che quella fa male. Sei ancora in tempo per non cadere in tentazione». Lì per lì sono tentato di mandarla a cagare, o di ignorarla semplicemente. Poi ci rifletto un attimo. Magari questa vecchia ha ragione. Che sto facendo della mia vita? Ho trent’anni, non ho un lavoro, campo con i pochi spiccioli che prendo facendo lezioni di recupero, la casa la pagano i miei, non riesco a realizzare i miei sogni, posso dire che la mia vita fa schifo e l’unica cosa a cui penso è prendermi una birra? Vuoi vedere che questo è il famoso momento in cui la mia vita cambia perché m’impongo una profonda riflessione dell’ “io”? Voglio dire: tutti noi inseguiamo la nostra vita prefiggendoci come obiettivo quello di non vivere una vita monotona, grigia, e uguale. Non ci rendiamo conto che, se abbiamo tutti lo stesso obiettivo, tutte le vite sono uguali e monotone. Dovrebbe esserci qualcuno che nasce dicendo “io voglio vivere una vita di merda, uguale giorno dopo giorno”, e poi magari per paradosso finisce a fare il Presidente del Consiglio. Inseguiamo una chimera di vita virtuosa, distante dall’omologazione, diversa dalla banalità. Eppure ci ritroviamo a viverla. Quanti di noi saranno nei libri di storia? Qualcosa come lo 0,1%. Io non voglio essere in questo 99,99%. Mi fa un po’ pena. E il fatto che me l’abbia fatto notare una vecchietta (che, ci tengo a precisare, adesso è andata a importunare un inserviente chiedendogli dove si trovino le vaschette di gelato al cocco) mi fa ancora più intristire.

Dovrebbe arrivare un momento della nostra vita in cui ci fermiamo, e facciamo un punto della situazione. Un punto della strada, ecco. Cioè se devo andare da Roma a Mosca e, arrivato nelle campagne dell’Ucraina, non capisco più dove cazzo sono, non ha senso che proceda a casaccio: mi fermo, cerco di capire dove sono, guardando dove sono stato, per decidere dove voglio andare. Se uno fa questa cosa almeno una volta all’anno secondo me magari non arriverà dove vuole, ma saprà sempre dov’è. E invece io ho buttato già trent’anni di vita. O forse, semplicemente, non li ho valorizzati. Mi sono davvero ridotto ad essere un puntino nei grafici percentuale dei dati sulla disoccupazione che mandano nei telegiornali? No, così non va. Devo fare qualcosa in grande. Annuisco, convinto. Deciso a fare la mia parte per cambiare il mondo. Mi brucia la gola, sarà il caldo. Meglio prendere una birra, almeno mi rinfresco un po’.

Arrivo alla cassa e metto sul nastro una Peroni (almeno un po’ di cambiamento quella riflessione me l’ha suscitato) e un pacco di biscotti in offerta. Mentre attendo il mio turno, guardo distrattamente la cassiera. Mi prende un colpo: è bellissima. Ho passato come un idiota mezz’ora a girovagare nel supermercato, mentre sarei potuto stare fisso sin dall’orario d’apertura qui a guardare lei. Ha dei fluenti capelli biondi, ricci, come quelle dei film. Degli occhioni azzurri come quelli delle bimbe che sorridono. Il viso è praticamente perfetto, a parte un piccolo neo vicino alla narice destra. Però questo piccolo difettuccio mi affascina, perché vuol dire che la perfezione non esiste. Riesco a malapena a scorgere il petto, e devo dire che il suo seno fa un’ottima figura. Non troppo grande, non troppo piccolo. Proporzionato con il resto del corpo. Mentre porge il resto di dieci euro a una giovane coppia, allunga la mano sinuosa e delicata. La sua pelle è leggermente abbronzata, quasi in contrasto con i suoi colori chiari. Sembra la figlia dell’Etna e di Odino. E quel sorriso.. Mi ci perderei per ore. Ma dove sei stata tutto questo tempo? Ora capisco il senso della mia vita: l’amore. Ora mi sento pieno, ora mi sento felice. Quando tutto va storto, significa che sta arrivando la bellezza nella tua vita. L’ora più buia è sempre quella prima dell’alba. Il nastro continua a scorrere, è il mio turno. Non reggo l’emozione. Dovrei comportarmi da distaccato? O stronzo? Oppure gentile? Le dovrei chiedere il numero? Forse risulterei inopportuno. Durante queste riflessioni mentali, lei batte il conto.

«Tutto qui?» mi chiede. Cosa avrà voluto dire? “Tutto qui? Non mi chiedi di uscire?”, “Tutto qui? Nessuna proposta di matrimonio a sorpresa come quella dei film?”, “Tutto qui? Pezzo di stronzo, potevi almeno prendermi qualche fiore o qualche pianta”.

«E’ la mia spesa.. Ho il frigo vuoto» riesco a dire, nella speranza di risultare simpatico. Di farla ridere la faccio ridere, però ho la netta impressione che sia una risata di scherno e derisione. Magari mi sbaglio, magari è arrivato il momento in cui si è innamorata di me!

«Meno male che non sei mio marito. Ecco lo scontrino, grazie e arrivederci».

Il ritorno a casa è molto più tranquillo. Riesco a prendere delle vie secondarie e non incontro traffico. Parcheggio con estrema precisione. E’ incredibile come il nostro cervello sia impeccabile nel momento in cui il nostro cuore è sconvolto. Cosa devi fare quando crollano tutti i propositi? Cosa devi fare quando credi di essere l’unico a credere in qualcosa? E’ brutto, davvero. Mi metto le pantofole, mi levo la maglietta, ficco la birra in freezer e mi butto sul divano.

Non mi ero neanche accorto di essermi addormentato, però quando mi sveglio è già il tramonto. Prendo la birra: è ghiacciata. La apro e mi siedo in balcone. Il panorama è stupendo. Una lacrima mi scorre sul viso. Me ne rendo conto solo quando mi arriva al mento. Perché questa lacrima? Che significato porta? “La mia vita fa schifo”? “Ma vedi un po’ quella stronza”? “Oggi è decisamente un giornata di merda”? “Mi è entrata una zanzara nell’occhio”? Non lo so che vuol dire, però fa male. A volte vi capita, no? Senza motivo, all’improvviso, sentite un dolore al petto. Che poi, se vi ci soffermate sopra, lo capite da dove nasce quel dolore. Quell’angoscia. Brutta storia. Avercela ogni giorno, a trent’anni, è una cosa che strazia l’animo. E’ il timore di non farcela. Il timore di essere solo per sempre. Il timore di aver sbagliato tutto nella vita, e non poter più tornare indietro. Guardo in basso: sono talmente cagasotto che non riuscirei manco a buttarmi dal nono piano per farla finita. E’ veramente questo il dono della vita? Tanto valeva non averlo.

Sento un rumore alla mia sinistra. Mi volto. Dal balcone accanto al mio esce Giorgia. E’ la figlia della coppia che vive nell’appartamento accanto al mio. Avrà sì e no otto anni. I suoi occhi mi ricordano quelli della cassiera. Lei però mi sorride, sinceramente. Allora ricambio il sorriso. Improvvisamente non so che mi succede. Il peso allo stomaco si fa leggero, il dolore al petto svanisce. Guardo di fronte a me. La mia città, la mia terra. Mi violenta ogni giorno, ma io la amo nonostante tutto. La bimba apre la bocca, fa una bolla con la saliva e degli strani mugolii come a dire “ehi! Guarda che so fare”. La guardo, e rido. La bolla le scoppia, e ride anche lei. Esce la madre:

«Oh! Mi scusi. Spero che la piccola non l’abbia disturbata» mi dice.

«No, no. Tutt’altro» rispondo.

Lei sorride e poi si rivolge alla piccola. «Dentro, è ora di cena» le dice la mamma. La signora si congeda, prendendo in braccio la bambina. Questa si volta un’ultima volta verso di me, mi riguarda con quei grandi occhioni e mi sorride. Alza la manina paffuta e mi fa “ciao” con la mano. Ricambio anche io, improvvisamente colto da uno spirito che mi ha riportato a otto anni. Poso la birra e guardo di fronte a me. Sullo sfondo il fumo dell’Etna sale in cielo, creando una grande nuvola. Il sole tramonta, ombreggiando i palazzi più alti della città. Sospiro, e mi passano davanti tutte le cose belle della mia vita. L’ultimo ricordo, il più forte, è la mano di una bambina che mi libera il cuore. La chiave della felicità è la semplicità. La vita è un dono meraviglioso.

Lara Magiunca

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...