Giuseppe Fava nell’impegno della sua Fondazione

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.

Giovanni Falcone

Catania, 14 Settembre. Mi reco celermente verso il Palazzo Platamone, dove stasera Luigi Lo Cascio – Peppino de I cento passi – leggerà alcuni testi di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia nell’84, in occasione dell’anniversario della sua nascita. La pietra grigia dell’Etna brucia allo scalpiccìo veloce. Dal basso si espande il calore furioso delle laviche maree. Qualcuno tiene il mio stesso passo: chissà che non si stia recando lì con me.

Giungiamo insieme all’entrata del Palazzo: già all’ingresso si intravede tanta partecipazione. Pur essendo in anticipo, molta gente ha occupato quasi tutti i posti a sedere. Ragazzi, adulti, e bambini – sì, anche loro, è meraviglioso vederli qui – attendono scambiandosi parole che suonano come un contagio, un ammiscamento. Mi incuriosiscono soprattutto i discorsi tra due giovani donne al mio fianco: parlano della recente morte di Elena Fava, la figlia di Pippo, attorno alla quale si era stretta una parte della comunità dell’antimafia catanese. Elena era la presidente della Fondazione Giuseppe Fava, nata nel 2002 con l’intento di mantenere vivi la memoria e l’esempio del padre, attraverso la raccolta e l’archiviazione degli scritti, la promozione di attività culturali, l’educazione antimafia nelle scuole.

Apprendo qualcosa in più sulle attività della Fondazione durante la serata, quando alcuni membri – referenti dei diversi progetti in atto – si presentano al pubblico con il loro impegno. Poche parole, scritte e lette anche queste, perché non ci si lasci andare troppo al dire: chi agisce, chi compie davvero, non ha bisogno del resto di pompose presentazioni o altisonanti discorsi.

La Fondazione ha istituito un Premio Nazionale “nient’altro che la verità: scritture e immagini contro le mafie” riservato a chi già è affermato nel campo giornalistico, che si svolge ogni gennaio a Catania, e un Premio Giovani riservato a coloro i quali si muovono nei circuiti meno noti e alternativi dell’informazione, diretto dal Coordinamento Giuseppe Fava di Palazzolo Acreide. Non mancano attività nel coinvolgimento delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado, convegni e laboratori, cineforum e spettacoli teatrali.

Attraverso la scuotente interpretazione di Lo Cascio, ascolto poi testi di uno scrittore, giornalista, drammaturgo e saggista, di un Siciliano tra quelli che hanno lottato con coraggio per lasciare in eredità una terra migliore della loro. In dono a me, a te. A noi.

Nell’inchiostro, la descrizione del paesaggio ricorre poetica e suggestiva. Spesso, una montagna da cui si svela la luce, una valle sterminata, un cielo cupo e fragoroso. E poi i tetti delle case, le finestre con le tendine – ricamate a fiori o bianche candeggiate, e i volti con le rughe, le espressioni tormentate e inquiete, le mani sporche di lavoro e vizi. Nei testi c’è la città e la sua gente, raccontata in modo vero; c’è la parola di chi sa smascherare, che ad ogni passo rivede il precedente e allude al successivo, piegando ai suoi modi l’umano interrogarsi.

Contro l’incapacità di vivere del nostro tempo, la volontà e l’energia operosa di Pippo Fava si espandono dalla sua scrittura. La platea in ascolto si lascia investire della sua eredità. Magnificata, pare voler rispondere a quel “chi ce lo fa fare, perdìo. Tanto, lo sai come finisce una volta o l’altra: mezzo milione a un ragazzotto e quello ti aspetta sotto casa…”.

Lo sapeva bene, Lui, chi glielo faceva fare. E l’impegno gratuito della Fondazione, come di chi nelle piccole ed importanti azioni quotidiane persevera e lotta, sono la risposta che no, non si sbagliava affatto. Ne sarà valsa la pena sempre finché ci sarà qualcuno che, credendo nel sogno di cambiare le cose, si impegnerà in prima persona perché ciò avvenga.

Alessandra Di Nora

 

 

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