Gincana di mezza stagione

Secondo classificato al concorso letterario Boschetto Express 

per la sezione racconto

con la seguente motivazione della Giuria:

Il viaggio dalla Sicilia orientale a quella occidentale di un ragazzo siciliano diventa viaggio nell’altro che rimane altro da sé, irraggiungibile, forse per paura della delusione che puntuale sopraggiunge al disinganno, con il suo ulteriore carico di solitudine. Sullo sfondo, la bellezza inerte di una Sicilia arcaica e deturpata, magica e malinconica, aspra e colorata. L’uso sapiente di un doppio registro espressivo che alterna il tono colloquiale del discorso diretto con la prosa poetica delle descrizioni, arricchite da preziose metafore, termini aulici e dialettali, è il pregio di questo lungo racconto, a tratti sospeso tra sogno e realtà.

Gincana di mezza stagione

I.
Certe albe sono ingannevoli. Staresti in piedi ad affondare ogni mozzicone di sogno nella calce dei primi biancori del mattino, e invece no, una ferita calda si apre sul filo di quel poco orizzonte che ti è dato vedere e dalla nebbia il giorno spavaldo viene fuori. Così, altrettante volte, i bagliori aranciati di un pur mesto sole d’autunno ti provocano lusinghieri per delle interminabili mezz’ore modulate da mormorii di colomba per poi scomparire dietro nuvole delle quali non ti eri nemmeno accorto. E giù, scroscia con impeto una pioggia gelata che lava i volti delle case, che sfuma la vista, e rimesta ogni cosa.
Tutto questo in Sicilia, dove il sole c’è e lo si vanta come un bene prezioso. Quando si svegliò il resto della mia famiglia la pioggia asciugava ormai ai bordi dei marciapiedi e io avevo già fatto colazione.
Era sabato, fine del mese, e a noi ragazzi il capriccio imponeva di evacuare tutte le noie, vere o fantasticate, in un evento che avremmo posto a corona di quel periodo. Pertanto, quando quel giorno anonimo, che passai ruotando la rotellina del mouse fra decine di pagine Internet senza mai leggerne una, trascorse senza lasciarmi granché, io mi trovai presto con le mani aggrappate al volante, la radio accesa, pronto per la festa.
Avevo già preso a bordo il resto della combriccola per tutti gli angoli della città, eravamo appena emersi dal traffico per imboccare la strada provinciale.
‹‹Bella festa sarà››.
‹‹Le cose belle››.
‹‹Eh già. Le cose belle››.
Filavamo alla volta di un capannone sperduto oltre il guard rail della Catania-Ragusa e io curvavo svelto, ma con attenzione, desideroso di arrivare. Eppure in quel rave in miniatura non cercavo un’altra pietra miliare da mettere nella strada verso il niente, né avevo tutta questa gran vena di darmi al divertimento senza cardini. Cos’altro potevo cercare allora? Poco, nulla. Meglio, una persona. Sapevo di trovarla lì, e fremevo per incontrarla di nuovo. Perciò procedetti dritto in quella sera che ormai era notte, scarsa di luci, povera di stelle, ma così piacevolmente fresca e intrigante oltre i finestrini. L’asfalto era pure abbastanza scorrevole, incoraggiante, mi aiutava a ricacciare indietro l’immagine della situazione ventura che spingeva per materializzarsi di fronte a me.
Perché sì, non volevo stare su a pensarci, avrei finito per rimodellare a priori l’incontro sullo schema di altri incontri con altre persone in altri luoghi dove ogni volta, volente o nolente, la delusione e il disinganno che solo alcuni di noi sanno covare in petto, avevano preso il sopravvento sul brio del momento. E non mi andava.
L’occasione che si presentava quella sera poi era perfetta: potersi rivedere in piena notte, lasciarsi andare al brivido delle parole, gioviali, con la certezza che queste si sarebbero spezzate assordate dalla musica prima di arrivare a qualsiasi orecchio. Un gioco bellissimo! Darsi l’uno all’altra in mezzo alla calca, suggerendosi senza mai rivelarsi, liberi dall’incombenza di ascoltare una conversazione che saprai già essere a senso unico, da una parte o dall’altra.
Passammo la galleria buia, i ruderi rivestiti d’amianto, l’ospedale di quella Lentini così afflitta coi suoi cementi lasciati a metà e quei villini a schiera quasi terminati a ridosso della strada. Superammo larghi agrumeti, gli scheletri di vecchie tenute che sbiancavano rovinosi in mezzo ai campi appena seminati, e quando la piana etnea iniziò a inclinarsi e s’avvistavano le curve dei colli insieme alle prime pale eoliche, ci infilammo svelti in una contrada.
Sobbalzammo tra i fossi per diversi minuti che sembrarono lunghi lunghi. Le indicazioni che ci avevano dato non erano molto precise, e qualche dubbio pervase l’abitacolo. Poi ecco che lo sterro si allargava e fra le erbacce comparivano macchine parcheggiate, gruppi di motorini lasciati alla bell’è meglio.
Il largo rettangolo dell’edificio era lì con tutte le sue screpolature, con tutto il fascino dell’abbandono al quale la vita pervicacemente si aggrappa e con forza rinasce. Solo qualche luce trapelava dalla riga di finestre in alto, e non appena scesi dalla macchina ci accolse un pulsare cupo di bassi insieme a un brusio di voci. Doveva esserci gente di tutta l’isola, città e paesi, così sapevamo.
I due ragazzi che ci salutarono alzando la mano avevano felpe giganti, e i jeans dalle infinte tasche e insenature. Anche io ero conciato così, e così si rivelò vestita anche l’ultima persona che potevo aspettarmi di incontrare fin da subito.
Mi venne incontro staccandosi dagli altri due.
‹‹Ma ciao! Alla fine sei venuto. Sono contenta di vederti. Amici tuoi? Ah bene bene, piacere, Irene. Eh sì, c’è un bel po’ di gente, però insomma, la musica fa un po’ schifo. Hanno intenzione di starci fino a domani, vogliono farsi beccare per forza. No, non ho da accendere, chiedete a loro. Anzi tieni.››
E offrì la propria sigaretta ai miei amici per poi prendermi il braccio.
‹‹Noi due invece ci facciamo un giro?››.
Certamente. A me non importava niente della festa, né della musica, né di provare questa o quell’altra magia in polvere. Avevo sperato solamente di incontrare il sorriso di lei, di poter guardare il suo caschettino scuro agitarsi di fronte a me, e ora che incauti passeggiavamo fra le frasche del podere di qualcuno, i capelli le balenavano di luna e chiarori e io mi sentivo tutto intrigato da quel faccia a faccia inatteso. Saliva dentro il gusto di reinventarmi sul momento e l’imbarazzo di sottostare a quella voce che stranamente mi suonò così tonante, così sbarazzina e diversa dalla prima e unica volta che l’avevo sentita.
Ricordavo infatti bene il rammarico che avevo percepito in lei standole di fronte la prima volta. Non era stata tanto la posa, il mento retto dal palmo, i polpastrelli sul labbro, e neppure l’accento svogliato nel socchiudere le palpebre in mezzo a quel vespaio chiassoso che era la Vucciria di Palermo. Irene rimaneva per lunghi intervalli assorta nel niente, travalicando i tavoli di plastica, le bottiglie verdi, i banchi con le carni, la nebbia delle fritture, lo strepito e la musica, e lo faceva senza nemmeno tenere in mano il cellulare di rito, mentre io andavo misurando il flusso delle mie cazzate sul suo petto scarno che si alzava adagio sotto il maglioncino, su quell’inspirare prolungato appena un pochetto in più della misura. Sproloquiavo, e quando finalmente toccava a lei prendere la parola, in viso le si accendeva qualcosa che non potevo fare a meno di notare. Irene abbracciava con quel misero sorrisino ogni guizzo e voce di quella fiera affamata e alticcia che ci ferveva tutta attorno, e benché le parole si ostinasse a tirarle fuori col contagocce e con una voce tutta strascicata, il mio interesse quella sera s’accese e più non si spense. Quel sorriso di giglio sui quei modi rassegnati mi parve di ogni cosa la più degna di fiducia.
Seguii i suoi passettini rapidi.
‹‹Qui si sta bene, l’umidità si sente appena appena. Vale la pena farsi una camminata, che tanto non c’è un’anima viva qui intorno. Le uniche luci sono là in fondo, le vedi? Le lampade tonde in quel villino, o al massimo i fanali in strada. Che curioso vederti, arrivi qua con la macchinina… ah! In foto è sempre diverso, manco a dirlo››.
‹‹E se non ero io a chiederti il numero neanche la foto vedevi più››.
‹‹Invece me l’hai chiesto e io che sono buona e cara te l’ho pure dato. Ti avrei comunque trovato su Facebook. E ora intanto siamo qua. Che mi racconti? Come ti sembro?››.
‹‹Mi sembri molto attiva. Che ti sei bevuta?››.
‹‹Ma niente, due cose. Non ti piace? Se vuoi stiamo zitti e guardiamo tutte ‘ste stelle che manco ci sono››.
‹‹No, mi piace. Solo che l’ultima volta mi ero convinto di essere io quello prolisso e tu quella di poche parole, poche ma ben congiunte››.
‹‹Ti convinci presto di qualcosa››.
‹‹Eh certo, altrimenti mica venivo››.
Irene scoppiò in un risolino e si piantò le mani ai fianchi. Il crepitio del terriccio sotto i nostri piedi si arrestò bruscamente.

‹‹Allora ti ho convinto. Che bello, lo sai anche tu m’hai convinto a proposito di te stesso. Mi ha fatto piacere parlare con te, e penso che un mese fa a Palermo t’ho raccontato più cose di me di quante ce ne siamo dette poi per messaggi in tutto ‘sto periodo››.
Io guardai la sua figura nera, cercando rapacemente i suoi occhi coi miei.
‹‹Ottimo. Cosa ci abbiamo guadagnato in questa intesa?››.
‹‹Abbiamo guadagnato che ora io mi sdraio qui, tu ti sdrai pure, e guardiamo insieme le stelle che non ci sono. Mica è una cosa che si può fare con chiunque››.
‹‹Giusto››.
E il cielo annuvolato guardammo, alla larga da tutti gli altri: le nostre voci, il vento debole che solleticava i filamenti gemmati fra i solchi dei campi, il ronzio dei gruppi elettrogeni a benzina e i tonfi delle casse. Stavamo vicini, toccandoci impunemente le mani di tanto in tanto, dandoci qualche pacca. Spaziavamo fra le fantasie, i t’immagini, i ma perché, i racconti e i raccontini di giorni bruciati nella noia, e poi maledicevamo la regione, i paesi, la vita e noi stessi. Facevamo a gara a chi aveva visto più magagne dentro e fuori casa, a chi aveva introiettato più amore e più cattiveria e a chi ne aveva riversato di più agli altri, dentro e fuori l’isola, entrambi in uno stato di grazia per le battute e le infilzate repentine, tanto che sembrò che la festa si fosse spostata lì, nel batti e ribatti di frasi buttate fuori senza remore.
Mi ritrovavo a declinare me stesso in parole e parole, in frasi che inviavo verso porti persi nel buio e nella foschia, alla ricerca di un ormeggio non sapevo essere possibile o meno, e che qualora lo fosse stato, sarebbe stato breve, quindi solido, inattaccabile dallo strapotere del tempo. Non mi sapevo nemmeno così acuto in certe situazioni, e nemmeno potevo aspettarmi che lei mi desse corda così, gesticolando sdraiata, gettando sguardi che nemmeno la luna riusciva a ben cogliere, ma solo io che con le palpebre semichiuse li sentivo riverberare dolcemente nell’aria, correre sulle mie braccia e poi salire in alto a sfrondare i chiarori della volta annuvolata.
Non furono monologhi, e in due tessemmo e intrecciammo il nostro benessere notturno, ambigui, ma più che sinceri.

II.
Catania mi sembrava un cesso pieno di macchine, specie quando raccoglieva la pioggia come una bacinella per mischiarla alla cenere e allo sporco. Un cuore di lava e di marmo circondato da spianate d’asfalto e cemento, palazzine e la maggior concentrazione di centri commerciali per abitanti d’Italia, tutto costellato di pozzanghere torbide, fruttaioli e castagnari per le vie. La vedevo allontanarsi nello specchietto, via, alle mie spalle, insieme ai suoi abitanti e ai suoi pochi cittadini, la mia snervante famiglia, i miei snervanti amici, le grida, l’ospitalità e i tornaconti, la battuta leggera e il silenzio omertoso, la tragedia d’amùri e la farsa.
La grande montagna blu fumuliàva di nuvole opache nel tramonto che stendeva il colore a veli sui suoi fianchi, sopra il picco innevato, indaco e arancio, in un cielo che si sfilacciava dopo il temporale. Procedevo con una calma senza tempo, senza far mai brontolare il motore, né nelle ripartenze né nei rettilinei. Era come se avessi messo il cambio in folle e lasciato l’auto rotolare lentamente giù, calamitata soltanto dalla punta più bassa dell’isola, che mi aspettava raccolta – lo sapevo già – coi suoi colli di calcare, coi suoi borghi montanari.
Avevo visto tutti i colori della Sicilia: il nero della Catania dove vivevo, il giallo consunto di Palermo, gli arancioni bruciati dell’entroterra riarso, il verde scuro degli olivi radicati sui calanchi, nella kolymbetra, il bianco ibleo, l’azzurro dei mari, delle polle nascoste per le cave siracusane; insomma avevo dimestichezza con strade e golfi, e familiarità con le vedute, eppure ogni volta che guidavo tra Ragusa e Siracusa un fascino novello mi prendeva e io non volevo smettere di guardare a destra e a manca, beatamente, cullandomi sulle quattro ruote nonostante le strade provinciali fossero aspre, torte, lasciate a loro stesse, e tutto facevano tranne che cullare un ragazzo alla guida.
Ma ancora una volta mi cullai, e col mio passo di lumaca fu sera presto. La strada si sollevava e andava giù in mezzo a quegli Iblei scoscesi, senza illuminazione, e i due blandi fari erano l’unica guida a svelare la via, le uniche luci a salvaguardarmi da mucche ciondolanti per la carreggiata, cumuli di terra franate, merde o tronchi fulminati. Il fogliame dei boschi ondeggiava piano, quei boschi mezzi naturali e mezzi piantati, mezzi lecci e mezzi eucalipti, dove piccole volpi tramavano le loro piccole trame e l’acqua scorreva per chi sapeva dove andare a cercarla.
Irene mi aspettava al suo paese, Monterosso Almo, uno dei tanti centri caduti e ricostruiti dopo il terremoto del 1693 che tanto lavoro portò a Gagliardi e genero, e che tante facciate ondose e fregi andalusi fece sorgere da Noto e Ragusa. Aveva abitato là, tra le vie e i ronchi del paese arroccato sul monte, correndo gioiosa le domeniche in campagna fra le troffe selvatiche e i muretti di pietra a secco, crescendo con i nonni in casa che si segnavano, recitavano litanie, e i genitori che facevano vai e vieni da Ragusa alzando teatri di urla per ogni piccolo evento che trascendeva lo scorrere dell’ordinario. Adesso abitava invece a Palermo, dove sguatterava a destra e a manca, o dava lezioni d’inglese a qualche sventurato che timidamente voleva approcciarsi alla lingua. Trovandosi qui in zona aveva però pensato bene di fare un salto a casa per passare del tempo con i suoi.
Non l’avesse mai fatto. Appena arrivai sotto casa sua non feci in tempo a chiamarla che lei balzò giù per le scale tutta trafelata. Sbatté portone e sportello.
‹‹Ciao. Per favore andiamo. Non lo so dove, via da qua››.

Non feci opposizione ed eseguii, appurando che la sua seccatura era dovuta alla solita e già lamentata invadenza della famiglia che con una scusa o l’altra cercava di ringabbiare tempestivamente la propria pargoletta prima che scappasse di nuovo.
Irene gridava e smanacciava. Sbottava di essere stufa di sentirsi offrire aiuti, lavori da quello o quell’altro amico di famiglia, oppure ordini camuffati da consigli. Come infiniti altri ragazzi aveva sviluppato una disubbidienza istintiva a ogni forma di buon senso imposto a prescindere, e dalle sue parole, per la prima volta così irate, trapelava un disappunto dal saporino noto, già pasteggiato e ruminato. Eccola sbroccare contro sua mamma che non la ascoltava, quell’altro che faceva finta di darle retta per poi propinarle la sua trita e inappellabile visione delle cose, e poi ancora sua mamma…
A giudicare dai toni se n’erano dette di tutti i colori a casa.
‹‹Senti, io sono un po’ stufo di tutto ‘sto tricchete e tracchete dei figli incompresi››, le dissi io, ‹‹Non gli è mai stato torto un capello, hanno sempre i soldi in tasca, eppure dipingono regolarmente i genitori come i mostri artefici dei loro mali. Ora non dico che tu non abbia ragione, ma se pensi che sia loro la colpa di non essere stata amata e supportata per quello che eri o ambivi a essere con tutti i tuoi sogni e patemi d’animo, allora smettila di menargliela e di giocare a rimpiattino con le accuse e vattene per la tua via. Sei una ragazza intelligente, la famiglia ti pesa addosso, lo so. Amala se lo vuoi, ma così com’è. E guarda che ti prenderai la tua rivincita così, mostrando a loro di essere in grado di fare quello che loro non sono riusciti a fare, senza sofferenze né per te né per loro. E via per la tua strada››.
‹‹Non sono riusciti a fare? Non ci hanno nemmeno provato! E comunque troppo facile la fai tu, vuoi solo il quieto vivere. Invece devono saperlo quanta pena m’hanno dato. Tu non hai idea di com’è vivere nella campana di vetro di chi ti vuole solo in un determinato modo!››.
‹‹Pare che non viviamo la stessa realtà››.
‹‹Eh no! Tu giri liberamente, fai il cazzo che vuoi. Io ho dovuto fare sceneggiate da circo e stapparmi miei spazi un poco alla volta, e ogni volta i miei rigiravano sempre la frittata e in modo stronzo, per farmi sentire in colpa, con i nonni addolorati che si mettevano a fare il coro per dare più enfasi alla cosa. Se volevo andare a Ragusa la sera perché lì avevo gli amici del liceo scoppiava l’inferno. È una tortura psicologica dalla quale sono dovuta scappare, prima di nascosto, uscendo con gli amici, i fidanzati, insomma come capitava. E poi gambe in spalle, con i lavoretti che facevo e i soldi che mi ero messa di lato››.
‹‹E va bene, mettila come vuoi. Però sappi che anche io ne ho dovuti sentire di allarmismi e di no perentori, di no “perché no”, perché non era il caso e via dicendo. E sai cos’è che mi dava più fastidio? L’invito a farmi solo e soltanto i cazzi miei, di farmi il mio orticello, di mentire nel caso mi vergognassi a dire che loro mi impedivano di uscire o vedere quella persona…››.
‹‹Non sono comunque gli stessi modi del paese››.
‹‹E sì, paese, città, guarda che poco cambia oramai. E quando mamma Internet educherà tutti grossomodo alla stessa maniera – tipo fra pochissimo – cambierà ancora meno››.
‹‹Io Internet prima dei quattordici anni non sapevo nemmeno cosa fosse…››
Cercai di buttare lì lì un sorriso, di riportare il buonumore: ‹‹Meglio no? hai viaggiato con la tua di fantasia››
‹‹Abbastanza… Un’amica cara mi dice sempre che ho una fantasia rara, di quelle che costruiscono i particolari a uno a uno››.
‹‹Visto? A me non l’hanno mai fatto un complimento così››.
‹‹Eh va be’. Comunque se continui questa strada finiamo a Buccheri, là si mangia bene, e ho pure un amico. Hai soldi?››
‹‹Sì sì, ho qualcosa››.
La percorremmo alleggerendo i toni, saltando l’annosa questione dei genitori troppo apprensivi che Irene cercava di ridurre all’inanità della vita degli stessi che, a suo dire, arrivati a un momento della loro vita, decidevano di generare un figlio per sgravarsi di tutte le loro speranze e aspettative ‹‹economiche, di che se no?›› che per tema o per incapacità loro non avevano saputo realizzare.
I pascoli verdebigio erano adesso scuri oltre le recinzioni ammosciate, tutti sparsi di pietrame, tralicci e pali pendenti. Qui non c’era spazio per coltivazioni estese, solo gobbette erbose da far brucare alle capre, era luogo di formaggi e cagliate, di erbe medicamentose e asparagi ritti fra i sassi. Svoltammo a sinistra e, dopo svariati tornanti che si attorcigliavano su per un costone alberato, entrammo nel paese.
Il portico di legno del locale si trovava sotto uno spoglio, antichissimo, arco che sorgeva in un vicolo dietro la via principale. Dal centro dell’arco pendeva una lampada, una fatua vampa cremisi che fendeva l’umidità.
‹‹Un tavolo per tre. No, non abbiamo prenotato››.
L’amico di Irene sembrava un tipo sveglio, tuttavia non si sprecava nel parlare. Sebastiano si chiamava, uno dei tanti Sebastiani che da Melilli a Avola a Palazzolo a Ferla popolavano le strade, e portava una zazzera di capelli lunghi e spenti che lasciava sciolti ad accarezzargli il collo. Aveva la barba di qualche giorno, fino agli zigomi, e due mani robuste con le vene belle in evidenza nonostante il fresco della sera. Scambiava poche chiacchiere ma con un’aria curiosamente sicura di sé, più che a suo agio col posto e con me non aveva mai visto prima. Loro due si fecero portare subito vino e antipasti vari, ricotte infornate, frittatine e pastelle. Io scelsi parcamente solo la carne, preventivando almeno dieci o venti euro di benzina. Ne avevo solo venti nel portafoglio, ma Irene disse che non dovevo preoccuparmi, che anzi offriva lei visto che le avevano dato un piccolo extra al ristorante, uno degli aiutini che ci uscivano fuori se non esigevi di essere messo in regola.
Mi guardai intorno fra le pareti massicce piene di targhe e quadretti.
‹‹E quindi abiti qui?››, chiesi facendo finta di non saperlo a questo curioso Sebastiano alla mia destra che, gomiti larghi sul tavolo e testa fieramente sulle spalle, era riuscito a mettere di buonumore Irene più di quanto fossi riuscito io in mezz’ora di strada. Lui sembrò sbloccarsi e mi raccontò serenamente che aveva studiato a Catania per poi ritornare qui nell’attesa di qualcosa, un’occupazione che non fosse in un’azienda ortofrutticola o casearia, che non sapeva come sfruttare la sua laurea e così via. Sentendolo destreggiarsi fra quelle ovvietà io non potevo che domandarmi quale passato legasse questo vitellone crinuto a Irene. Non ero esattamente geloso, di nessuna forma di gelosia, il fatto che mi stesse offrendo la cena mi faceva sentire nelle sue grazie, bambinescamente pago di attenzioni, però dovendo sedere allo stesso tavolo sentivo quella persona come un’intromissione inaspettata, visto che tra l’altro non era mai saltato fuori nelle cronache di vita di Irene.
Mi accorsi che in effetti non conoscevo granché quello che lei aveva in valigia, e che l’affinità elettiva che avevo trovato in lei bastava quel tanto che bastava per farci condividere un serpente d’asfalto e la gioia di farci sentire compresi. E andava benissimo così. Solo che più Sebastiano parlava di sé e più non gli prestavo attenzione. Un’idea mi ronzava in testa e mi infastidiva, e cioè che lui potesse essere stato in un altro momento più intrigante e più di cuore largo di quanto ero io adesso con Irene e che si tenesse questa certezza racchiusa dietro i suoi modi sicuri e il suo parlare benevolo.
‹‹…quindi sì, bado come posso a madre che ahimè non è autonoma. Però ci sono anche dei vantaggi a stare qui, e devo dire che mi sento molto attaccato alla mia terra››.
‹‹Perché non hai visto altro o davvero?››, scoccai con un filo di antipatia.
‹‹Ti sorprenderebbe se dicessi davvero?››, sorrise lui senza scomporsi.
‹‹Beh sai com’è… quando sento osannare la Sicilia a prescindere mi dà un po’ fastidio, che poi ‘sti grandi figli della propria terra sono proprio i primi che la fottono, che non vogliono pagare niente, che ci sputano sopra, che chiudono occhi, naso bocca, tutti i buchi tranne quello deputato a inquinare giornalmente i mari dove poi scaricano le fogne››.
Lui alza un sopracciglio verso Irene che si era riempita la bocca di taglierini alle verdure.
‹‹Si presenta sempre in tono così amichevole il tuo amico?››.

‹‹Solo con quelli che amano il vino padronale››, dico io anticipando ogni risposta. Poi gli verso fraternamente un altro bicchiere.
Più parlavamo e più andavo a genio a questo Sebastiano. Gli piaceva che avessi un occhio per quello che succedeva, e lui volle dare a intendermi che era uno attento a tutte le elezioni, alle facce che vedeva nei tg regionali, che era aggiornato sui processi in corso, sull’attività delle procure, e preso dal vino si mise a blaterare di tutte le piantagioni che avevano scoperto di recente a Marsala, Partinico, Noto, Siracusa, di quell’altro che si era gonfiato le tasche al Cara di Mineo, che ci volevano le mazzate per certa gente, che solo le mazzate potevano curare certe cose, e ancora e ancora, sempre così. Appena fummo fuori si mise a battermi la spalla con forza, come a volermi includere in quei suoi exploit di avversione verso i suoi conterranei.
Sedemmo alla base della grande scalinata della chiesa di S. Antonio e Irene stava sbracata e rintontita, gli occhi molli e mezzi ubriachi, la felpa tutta spiegazzata, niente a che vedere con le impettite ragazze dei paesi che a ogni uscita si vestivano con gusto, col tacchettino, il punto luce ai lobi, senza niente fuori posto. Di tanto in tanto buttava benzina sul fuoco sparando pure lei qualche luogo comune che Sebastiano non mancava di raccogliere al volo per mettersi a inveire contro le sette piaghe che toccavano a questi poveri cristi, che non facevano che buscarsi il pane, che si rompevano la schiena…
Mi stava alle costole, e io ne ebbi le palle piene in breve. Se prima avevo visto un po’ di logos in lui, adesso non vedevo che il solito masochistico lamentatore che cresce rigoglioso nella propria lamentela, che reputa sacrosanta e non c’è modo di levargliela di bocca. Mentre mi guardava con quegli occhi lucidi ebbi una visione: me lo immaginai legato a una colonna, l’addome velloso nudo e proteso alle frecce, e il testone reclinato a godere dei propri mali, il primo San Sebastiano peloso che mugugnava le proprie agonie con la c dolce ragusana.
Inorridii quando mi rivelò del suo capanno per la caccia – abusivo, ovviamente – dove avrebbe dovuto raccogliere delle armi che, non si sa mai, magari un giorno ci saremmo riuniti tutti noi con i coglioni e gliela avremmo fatta vedere. Ma tu senti, vuoi vedere che il cane cha abbaia adesso morde pure? Non volevo più saperne, così presi Irene per un braccio e la portai in macchina, gli dissi che dovevamo andare, che no, non so se ci saremmo rivisti.
Lei si raggomitolò in macchina, mezza infastidita dal mio fare brusco.
‹‹Ma non l’hai sentito? Parlava come i vecchi di un qualsiasi circolo democristiano di qualsiasi tempo. E ci godeva pure››.
‹‹Non è che ora devi metterti a giudicare la mia vita e i miei amici solo perché ci sei entrato anche tu. Già ne ho abbastanza di cose… come si dice… di cose da sentirmi dire››.

‹‹Dico solo che è facile lamentarsi, o meglio è difficile farlo in maniera così elaborata e convinta come lo fa il tuo amico, però è più facile fare così che comprendere come stanno realmente le cose. Non è così che ci si sveglia, e nemmeno accoppando tutti i burocrati infami››.
‹‹Figurati… non diceva sul serio››, brontolò lei appoggiando il viso al finestrino.
‹‹Lo so, però mi dà fastidio anche sentirlo dire. Lasciamoli agli indipendentisti senza cervello ‘ste derive violente. Anche loro, oh! Tutti incalliti a buttare merda e sognare una Sicilia che si governa da sé contro l’Europa, l’Italia, e il resto del mondo. Gente delle isole! Ma essere un civile piccolo faro all’interno di una grande comunità invece no, vero? Fanalino di coda è meglio! Stanno ancora a raccontare storie di Federico II e non si accorgono che negli anni non è stato sfruttato propriamente nemmeno lo statuto speciale…››.
Irene non ribatté altro finché non la smisi di sfiatare. Aveva disegnato nella condensa del parabrezza degli omini fra delle frecce che si rincorrevano, come in una rotatoria. Fuori, le attempate abitazioni attendevano spalla a spalla, silenti, le tegole rugginose, muschiate, fermate da blocchi di tufo. Mi dettero da pensare, ma decisi di azzittirmi.
Allungai una mano verso Irene e le dissi che la accompagnavo a casa, che non mi infastidiva se fumava in macchina, a patto che aprisse il finestrino.
Sbuffai stoicamente avviando il motore. La ragazza-donna di queste notti, la singolare persona con la quale avevo sciolto i serrami del mio io, stava lì come una bambina di cui dovevo prendermi cura, una bambina incerta appesa a quell’ultima cancerosissima sigaretta già sorda a tutte le nefandezze di questa terra. Contandole, questa era la terza sera che ci vedevamo.
Dovetti starla a fissare un filo in più del dovuto, eccolo, di nuovo, il sorriso rivolto verso di me, gli occhi acquosi, il fumo che sfila fra i denti.
‹‹Non ci voglio tornare a casa››.
‹‹No?››.
‹‹Non qui››.
Guardai di sbieco la lancetta del serbatoio. C’era una stazione di servizio all’entrata del paese.
‹‹Va bene. Ti riporto a Palermo››.
‹‹Ti adoro››, mi sembrò di sentirle bisbigliare. Forse era solo fumo.

III.
Lo scorrere delle strade nella notte continua, il viaggio umano portato avanti con la pazienza immemore del ragno che, imperterrito, tesse tele destinate a disfarsi.
Diretti verso l’entroterra, ci infilammo per altri paesi, per viuzze che si svuotavano anche degli ultimi accaniti miei coetanei. Sarebbero rimasti interrati in qualche locale pub pizzeria fino alla primavera prossima o alla festa del santo patrono. Ci fermammo a un semaforo, con a sinistra l’arco di una galleria, costeggiamo Caltagirone, dorata e caliginosa, le case addossate e le chiese, chiese su chiese, illuminate, spiccanti con cupole e campanili, oppure accovacciate, nascoste fra i carruggi e le salite. L’aria spostata affluiva dentro la macchina dai due centimetri di finestrino abbassato, entrava e accarezzava le nostre facce meravigliate di tutto questo suolo occupato da chiese, conventi e badie, di tutta quell’arte e quel genio profusi due-trecento anni fa per non ricavarci ad oggi nemmeno qualche euro di Imu. Eh va be’, ci dicemmo, quantomeno le anziane malmaritate avrebbero avuto fresco nei giorni di arsura, e gli scrittori fantasy avrebbero trovato cattedrali nei cui recessi relegare demoni e artefatti dimenticati, e le nuove coppie avrebbero trovato per il loro giorno speciale una scenografia che non capivano.
La campagna verde e gialla, i colli scavati alle spalle del paese, tutto fioco e accennato alla luce dei lampioni, tutto buio seguendo poi le strade che si allungavano verso l’interno. La strada principale per Enna correva larga in mezzo al niente terroso, ancora eucalipti, cartelli blu che si susseguivano, le frecce bianche, le uscite tratteggiate, San Michele di Ganzaria, Piazza Armerina, Mirabella, San Cono. Anche se la notte li nascondeva, percepivo attorno a noi le montagnole accidentate, e immaginavo quei cucuzzoli singolari che nelle estati bollenti inghiottivano dei tramonti fra i più aurei schizzando raggi come dardi sugli specchietti retrovisori.
Tutti questi particolari che avevo registrato tornavano con piacere alla mente, li ripescavo e li rimettevo meticolosamente al loro posto, colorando le sagome e le righe scure. Io non so se capiti lo stesso a ogni scatolino di latta che gira su quattro ruote, ma per me i paesaggi erano un gioco di richiami, di alberi che ne ricordavano altri, di munnìzze che ne richiamavano altre, e strade e tufi dissolti di paesi dove a ogni giovane pellegrino era servita sempre la stessa pappardella di immobilismo e menefreghismo. Eppur tuttavia quando affisso in un corso, una via principale, trovo un manifesto di una associazione, di un premio cinematografico, quando vedo i boyscout battere le vie, o sentire le ostinate chitarre di una band provare nelle salette, allora mi lascio prendere dalla curiosità del fare e avverto dentro di me il brulichio delle possibilità che nessuna istituzione o mafia o sclerotica istituzione mafiosa potrà mai togliermi.
Lo stesso brulichio lo provai guardando Irene accanto a me, e sentii che avrei potuto guidare ancora per giorni, così, coi capelli che ci volavano indietro, liberandoci le fronti, lasciando i visi allo scoperto e senza imbarazzo.
Pergusa, il mite, fetido lago sulla sinistra, oltre il filo spinato dell’autodromo, e poi eccoci in salita sotto i lampioncini di Enna, abbarbicata insieme con i pini su due poggi ondosi e pieni di bozzi, le sue strade aggrovigliate, le rotonde che si moltiplicano, le disuguali case aggruppate dove capita, la grigia università cresciuta enigmaticamente negli ultimi anni con la sua biblioteca multipiano, cresciuta appena in tempo per aggiudicarsi i posti più bassi di ogni classifica degli atenei.
E tu Irene, perché mi guardavi così? Suvvia, non potevo mica avere in tasca la frase giusta per ogni luogo e ogni momento. Ti stavo portando a casa perché sentivo che era bello così, perché avevi la stoffa giusta per farmi giocare col tempo e con noi stessi. O guardi forse attraverso me, al di là del mio profilo? Guarda, non cercare te stessa fuori dal finestrino, vi troverai solo fiumiciattoli di fango e foglioline al macero. Non guardare neanche me, non troveresti conferme nemmeno se te ne dessi, non le troverai da nessuna parte all’infuori di te. Se è per questo che viaggi, che cerchi, allora tanto meglio evitarlo, meglio rimanere a casa, risparmierai tempo e soldi e vedrai e leggerai tutto sul computer, e anche meglio.
Palermo Palermo, salvala tu questa Irene che bella era ai miei occhi e pure affascinante ma non perché fosse bella o affascinante, ma perché aveva dato tutto sin dall’inizio, senza fare la preziosa, con la sensibilità accesa di chi tutti i timori e le sensibilità le mette via per arrivare dritta al sodo perché convintamente sa che tutti navighiamo sulla stessa barca e sa che remando assieme essa si mantiene più stabile e ci si diverte pure. Salvala, o meglio, dalle spazio per salvarsi da sé, senza prendere il passaporto e scappare, che è in fondo la soluzione più facile per liberarsi dalla frustrazione di essere circondati da ogni lato da barriere, fatte di ossa di cranio, di muri di gelsomino e buganvillee, magnifici e traboccanti di fiori appunto perché servono a coprire le inferriate che ti separano dal vicino e dai vicini tutti.
La radio segnalò l’orario. Sono le ore due e trentaquattro minuti.
‹‹A cosa pensi?››, mi venne spontaneo chiedergli.
‹‹A niente. Ho già pensato a tutto senza trovarci un granché, quindi…››.
‹‹Quindi?››.
‹‹Quindi niente. Guardo a te che guidi e sono contenta che ci sei, che ci sia qualcuno seduto accanto a me››.
‹‹Quindi sono un privilegiato o no?››.
‹‹Fa differenza?››.
‹‹Non proprio, però voglio fare il vanesio››.
‹‹Allora dimmi, bel vanesio, ci credi nelle amicizie uniche? In quelle eterne, che ti porti dietro per sempre?››.
‹‹Prima sì, ciecamente…››.
‹‹Adesso invece no?››, fece lei un filo indispettita.

‹‹Diciamo un po’ di meno. Ora ti racconto una storia che immaginavo spesso quando andavo sopra la Montagna con gli autobus o coi miei genitori, insomma quando non dovevo stare attento a guidare e potevo stare con la faccia appiccicata al finestrino a farmi i film.
Capitava spesso di organizzare picnic o piccole scampagnate dalle parti boscose, specie dal versante ovest, Bronte, Maletto, ‘sti posti qui. Più che la Mordor di sola lava quindi, stavo a guardare tutti quegli alberi e quelle piante pungenti, e sognavo a occhi aperti di camminare lì in mezzo, inoltrandomi da solo dove manco i funciàri sapevano. Camminavo e arrivavo di fronte a una grossa pietra nera, una specie di faraglione piazzato là in mezzo alla vegetazione più fitta. Io spostavo ‘sta fratta e svelavo un sentierino segreto di una decina di metri, alla fine del quale c’era una porta segreta di ferro, tutta arrugginita, incastonata nella pietra e nel terriccio. Bussavo, mi chiedevano la parola d’ordine e poi entravo. Ecco, lì dentro si riunivano gli Spiriti Eccelsi, un gruppetto di ragazzi della mia stessa età o più grandi – avrò avuto sedici anni – che lì prosperavano vivendo come gli garbava. E io fantasticavo di fare parte di questa piccola confraternita o comunità o chiamala come vuoi che viveva lì con tanto di elettricità che non so come avrebbero dovuto rubare attaccandosi a qualche palo. Nella mia testa doveva essere una cosa un po’ esoterica, con vesti selezionate, stemmi simbolici e via dicendo, ma in fin dei conti quello che avveniva ricordava più un gruppo hippie che altro: ognuno aveva la sua personalità, il suo aspetto fisico e suoi modi, però tutti insieme si parlava, tutti facevano sesso con tutti, tutti si amavano come fratelli e tutto si diceva apertamente, bevendo infusi tra le migliaia di stelle che si vedono da lassù o dedicandosi a piccole attività tipo cucire o intagliare legni, cose così››.
‹‹E quello era il tuo ideale di amicizia, di rapporto umano, giusto?››.
‹‹Esattamente. Mi piaceva tantissimo l’idea di vivere così, al sicuro insieme a coloro che amavo, nascosto col mio gruppo di persone tutte speciali, di cui potevo fidarmi e per il quale avrei dato tutto. Ci rimanevo anche male quando poi nella vita di tutti i giorni non riuscivo nemmeno ad andare d’accordo con uno solo dei miei amici, o dovevo sentirmi dare del figlio degenere se accennavo a un’idea appena appena simile a questa››.
Irene stiracchiò le braccia dietro il poggiatesta.
‹‹Ho capito, ho capito. Hai sentito che era impossibile, che non era cosa che poteva durare a lungo termine, e ora rieccoti qua tra i comuni mortali nel circolo delle relazioni normali…››.
‹‹Ma non è tanto questo, più che altro non mi piace più l’idea di segretezza, di ‘ste robe settarie, paramafiose. Sono le doppie vite condotte a torto o a ragione quelle che hanno rovinato la vita pubblica, e quindi a me proprio non va di covare amicizie e parentele elettive in segreto. Se l’amichetto del cuore mi capiterà sulla via allora sarò pronto ad aprirgli le braccia, alla luce del sole o dei lampioni di una piazza, senza bisogno di occultare le nostre cose in un diario o nel silenzio di una faccia di stagno. Passeremo del tempo insieme, e arrivederci alla prossima. Tutto pubblico e trasparente››.
‹‹Ho capito, quindi in fondo ci speri ancora. Di trovare questi eletti con cui condividere tutto. Ci speri ancora, anche se in altro modo. Come ci spero anche io››.
‹‹Sì… ma speranza poca ne ho››.
‹‹Ma come. Ma se ce l’hai accanto!››.
‹‹Accanto?››.
‹‹Yuhuuu, svegliaaaa! Io sono qui!››. Scosse la testa, singhiozzando una risata. ‹‹Niente, appena arriviamo a casa ti do la fica e poi fumiamo insieme la pipa della pace. Andiamo sul monte Pellegrino, ci mettiamo là sopra le scale per entrare al santuario della santa, e ce la fumiamo lì. Una bella consacrazione, vero? Così ti convinci››.
Risi, le mollai uno schiaffo sul braccio.
‹‹Perché no?››, pensai nella mia testa.
Tutto durò meno del previsto, l’arrampicata sulle Madonie, la tappa obbligata a Polizzi Generosa. Andammo spediti sull’ultimo tratto della Catania-Palermo, superando le ditte industriali, i minareti della centrale Enel di Termini Imerese, le due piccole gallerie all’altezza di Trabia, senza mai scorgere il mare né sentirlo. Solo un fiume vedemmo entrando in città, e non il fiume Oreto, ma la fiumana di edifici di sei piani dell’omonima, che da una grande rotonda conduce fino al piazzale della stazione. Irene abitava proprio in una traversa di via Oreto, che bisognava raggiungere svoltando in anticipo a sinistra in una parallela e salendo un pezzettino. Quarto piano, a destra.
Era tutto un putiferio di oggetti l’appartamento. I mobili ingombranti, di almeno trent’anni, il legno lucido dello stipetto sostenuto da quattro piedini curvi, il cantaràno con sopra la specchiera, vestiti disseminati ovunque, sui tavoli e sulle antiquate mattonelle di granito, un narghilè smontato a terra, il piattino ancora pieno di cenere, lo scatolino coi ciocchi di carbone.
Trascinavamo i piedi, le andature un po’ storpiate, specie Irene che rinsavita dal vino si sentiva addosso il peso del suo corpo.
‹‹Di là c’è il frigo, ci sarà dell’acqua, prenditela se vuoi››.
‹‹Ok››, le risposi e bevvi dalla bottiglia qualche sorsata di quell’acqua gelida.
‹‹E poi portamela che c’ho la bocca secca››.
Le lanciai la bottiglia dall’altra stanza e andai in bagno. Tirai l’acqua e mi bloccai davanti allo specchio, un altro modesto specchio di una modesta casa in cui mi trovavo a riflettermi. Feci una pausa, cercando di adocchiare qualche brufolo, qualche punto nero, digrignando i denti. Appoggiai le mani negli sportellini, curiosai: rossetti, cotton fioc, cose da bagno. Tornai a guardarmi e involontariamente pensai a come proseguire, a cosa dire. Poi dissi che eh no, non si fa, che cazzo stai facendo maledetto teatrante? Fantastichi la sceneggiatura? Butta il canovaccio nel cesso, prendi la felpa che hai lasciato sul davanzale della finestra e torna di là.
Sentii che non potevo in nessun modo convincermi che tutto sarebbe filato liscio e spontaneo ancora a lungo. Lo Spirito Eccelso era spirito, etere inafferrabile.
Ma quando tornai di là e trovai Irene buttata a pancia in giù, mezza arrotolata fra le coperte, che dormiva pacificamente al centro del suo lettone, provai una serenità infinita, fuori da ogni strada, da ogni sirena della notte palermitana. Le scostai una gamba, mi sdraiai lì accanto, e in quel calore già disciolto trovai l’alternativa a ognuno dei miei pietosi soliloqui. Mi addormentai di schianto, il culo e la testa pesanti. E sognai: corpi, di amici, conoscenti, gente che non conoscevo; corpi brutti, belli, gioiosi, danzanti o delicati e dormienti, corpi di ogni forma, eccelsi, che facevano a meno di qualsiasi mistificazione, di spiriti e voli pindarici. Fu una gran bella dormita.
Mi svegliai per primo, con un suo piede sulla gamba.
Era l’alba, o forse era mattina. C’era il sole a ingemmare le tapparelle. Anche se avevo dormito solo alcune ore sentivo magnificamente riposato, tanto che decisi di alzarmi e saccheggiare il frigo in cerca di una colazione. Rifocillato, rimasi a osservare Irene dormire per qualche minuto, tutta scomposta ma quieta, aggrappata al cuscino. La sua borsa era aperta accanto al comodino, mi avvicinai in punta di piedi e sfilai fuori il portafoglio.
‹‹Avanzo venti euro››, sussurrai inascoltato, ‹‹per la benzina››.
E lasciai lì l’amica che avevo trovato.
Insieme all’ala del gabbiano e del cormorano, bianco o nero, così, girovago tanto per girare, vola ora il mio sguardo sopra le celesti onde di un mare che potrebbe essere Mondello, Noto, Licùti, o Torre di Gaffe, non ha importanza. Ampio, senza una concezione di futuro, spazia con libertà, allentando la tensione, lasciandosi indietro ogni artificiosità, gli amici trovati e quelli ancora da trovare. E anche questo, cari miei, è un viaggio.

Fabio Damico

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