A Londra manca una statua

Londra trabocca di statue. Basta farsi una passeggiata per rendersene conto: dall’ammiraglio Nelson in cima alla colonna di Trafalgar Square, ai vari bronzi sparsi sugli argini del Tamigi, dalla testa di cavallo sospesa a Hyde Park ai leoni dell’enorme statua di fronte al palazzo di Buckingham, dai vecchi sovrani ritti sui piedistalli alla famosa statua degli alleati Roosevelt e Churchill seduti a conversare su una panchina. E poi ancora Sherlock Holmes, Peter Pan, l’orsetto Paddington e chi più ne ha viste più ne metta. Ma rimane un personaggio nella storia di questa ricca metropoli che è rimasto senza una statua, una donna, che con le braccia dietro la schiena scruta adesso i luoghi dove trascorse parte della sua travagliata vita.

Mary Wollstonecraft conobbe pochissima felicità. Nata nel 1754, londinese di famiglia agiata, vide il padre dilapidare tutto il loro patrimonio, picchiare la madre, e trattare con tutti i crismi il primogenito maschio lasciando invece indietro lei e le sorelle. Vide morire l’amica che le aveva dato sollievo al di fuori di casa sua. Si vide trascurata e tradita dall’uomo di cui si era innamorata. Vide affogato nel terrore il sogno della rivoluzione francese. Cercò di affogare lei stessa, gettandosi da un ponte nel Tamigi. Vide la sua opera additata con disprezzo, e la sua persona additata come il demonio in gonnella. Morì di setticemia a quarantatré anni dando alla luce la seconda figlia, la futura autrice di Frankenstein.

Insomma, biografie di lato – se ne trovano già tante, a partire da quella scritta dal primo marito e secondo uomo della sua vita William Godwin – quello che ci resta di questa donna sono due romanzi autobiografici non particolarmente godibili ma certamente pieni di una passione che è tutta vita vissuta, gruppi di articoli e scritti polemici, ma soprattutto ciò che la rese celebre: la Rivendicazione dei diritti della donna (1790), la prima radicale presa di posizione di una donna nei confronti della società.

Ma cos’erano le donne nel 1790? Ci si chiederà. Erano signore di gusto dedite al tabacco da fiuto e al tè, o più comunemente donne di casa tronfie della loro virtù (e cioè cosce chiuse e occhi al cielo, la stessa virtù che nel Pamela di Samuel Richardson, è una “virtù ripagata” col matrimonio con un buon partito) ma soprattutto erano bambine di ogni età cresciute nel culto della sensibilità, e cioè quell’idea di ricettività dei sensi verso stimoli interni ed esterni che, a partire dall’opera di Rousseau, si impregnò via via di tutta una serie di valori spirituali e morali fino a farsi romanticismo a cavallo fra i due secoli. Ecco, Mary Wollstonecraft, pur essendone paradossalmente vittima, accusava questo modus vivendi. L’emotività, l’eccessiva reattività, la delicatezza nel sentire gli eventi, rende le donne pateticamente prede dal loro destino, e gli uomini effeminati. Mary se la prende a tal proposito con tutta la sfilza di romanzi sentimentali che erano proliferati negli anni precedenti, e calca l’accento su come le sue contemporanee fossero prive di costruirsi e gratificarsi: erano prive sia di agire, visto che non potevano mica lavorare o lanciarsi in delle attività poco consone per una signora di buon costume, sia di starsene inerti nella melanconia, perché avrebbero contravvenuto alle parole del saggio Rousseau che sintetizzava il ruolo delle donne nel «piacere agli uomini ed essere loro utili, farsi amare e stimare da loro, educarli da giovani, assisterli da grandi, consigliarli, confortarli, render loro piacevole la vita» (Émile, 1762).

La Vindication non implica o sottintende come facevano magari altre autrici dell’epoca, ma appunto rivendica, e punta il dito apertamente contro una società che aveva istituzionalizzato lo sminuimento della metà femminile dei suoi cittadini, riducendoli a «toy» (giocattolo) e «rattle» (sonaglio), nonché a sfornatrici di bambini, preferibilmente maschi. La Wollstonecraft non solamente proclama l’urgenza di un cambiamento – per cui è considerata la progenitrice del femminismo – ma aspira a creare le condizioni del cambiamento, a indicare la via per una presa di coscienza. Come? Innanzitutto modificando la coscienza che hanno le donne di loro stesse, liberandosi della paccottiglia intellettuale sentimentalistica e di fare della loro sensibilità un mezzo per avere un occhio in più sul mondo, mediando la sensibilità con la ragione e soprattutto con quell’educazione che così difficilmente veniva loro concessa. In una parola, la via per la liberazione è l’essere indipendenti, intellettualmente e fisicamente dall’uomo che la vede come sua proprietà. Come ebbe a scrivere Virginia Woolf, l’indipendenza è il nocciolo di tutta la filosofia di Mary Wollstonecraft, quella stessa indipendenza che Mary cercò per sé in vita, studiando da sola, aprendo una scuola che non esitò a mandare all’aria per rincorrere un’amica, viaggiando, calandosi in lavori che sentiva stretti pur di ottenere soldi, inimicandosi col suo carattere e la sua scrittura uomini e donne, e portandosi addosso la parola ‘shame’ (vergogna) nella vita come nella morte.

Seppur di lei a Londra non c’è che una targa e un graffito apparso nel 2013 sulla fiancata di una chiesetta a Newington Green, ciò che rimane è la stima, non solo di vecchie suffragette, non solo degli inglesi e non solo di donne – non sarei qui a scriverne se no – ma soprattutto le idee e l’esempio di una grande donna. E va bene così, mi verrebbe da dire ai campaigners che si battono per avere una monumento in sua memoria, perché in fondo si sa che sulle statue cagano i piccioni, mentre sulle idee prosperano i cittadini.

Fabio Damico

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